Passati dall’impero ottomano a quello russo, dall’Urss alla Russia, all’Ucraina. Sono 250mila e dopo l’annessione di Mosca nel 2014 vivono nell’incertezza. Ma combattono con la nonviolenza per la loro autonomia
di Alessandro Michelucci
Dal mensile di Aprile. Il 24 febbraio scorso la Russia ha attaccato l’Ucraina. Molti hanno accolto la notizia con stupore, ma non era necessario essere specialisti di geopolitica per capire che l’invasione era prevedibile. L’aggressione è stata il coronamento di quella precedente, avvenuta nel 2014, quando la Russia aveva invaso la repubblica confinante e annesso la Crimea con un referendum di dubbia legittimità. Molti non se ne erano accorti, ma era chiaro che l’annessione della penisola aveva segnato uno spartiacque nella storia europea contemporanea: era dal 12 marzo 1938 (annessione dell’Austria al Terzo Reich) che un Paese non incorporava con la forza il territorio di uno stato confinante. All’epoca coloro che oggi dipingono Vladimir Putin come l’ennesimo “nuovo Hitler” non avevano fatto una piega: sebbene la consultazione non fosse stata riconosciuta né dall’Unione Europea, né dagli Stati Uniti né dall’Onu. Al contrario, i primi a contestare il referendum erano stati i tartari, la minoranza indigena che rappresenta il 13% della popolazione. Molti di loro avevano boicottato il voto, dal momento che la massiccia componente russa (65%) rendeva largamente prevedibile l’annessione. Tanto è vero che il 96,6% dei votanti si era pronunciato a favore.
Ritorno a casa
Basso, minuto, lontano dallo stereotipo del tartaro muscoloso e aggressivo: questo è Mustafa Cemilev, l’uomo che incarna la lunga lotta nonviolenta dei tartari della Crimea. Fondatore del Mejlis, la principale forza politica della minoranza, da oltre mezzo secolo si batte in modo nonviolento per i diritti del suo popolo. I tartari della Crimea (250mila persone), musulmani sunniti, non devono essere confusi con i tartari di Kazan (circa due milioni), che vivono nel Tatarstan, una repubblica autonoma della Federazione Russa. I primi discendono dai mongoli dell’Orda d’Oro, che scomparve all’inizio del Quattrocento. Formarono quindi uno Stato indipendente che fu annesso dall’impero ottomano e successivamente da quello russo. Nel 1921 la neonata Urss riconobbe alla Crimea lo status di repubblica autonoma all’interno della Russia. Durante la Seconda Guerra Mondiale la penisola fu occupata dai tedeschi. Un certo numero di tartari si arruolò con loro. Come molte altre minoranze, lo fecero soltanto perché speravano che la vittoria tedesca avrebbe indebolito il potere centrale e facilitato la conquista dell’indipendenza. Ma fu proprio da questa scelta che scaturì la loro tragedia. Liberati i territori occupati dalle forze tedesche, Stalin decise di “punire” i popoli che avevano collaborato col nemico: non soltanto i tartari, ma anche molti altri, come i ceceni, gli ingusci e i tedeschi del Volga.
La tragedia del popolo tartaro si realizzò nella notte del 18 maggio 1944: prelevati casa per casa, tutti i tartari furono deportati in Uzbekistan o nelle remote regioni della Siberia. Molti morirono durante il viaggio, vinti dal freddo e dalla fame. Nel 1946 un decreto annullò l’autonomia della Crimea. Successivamente Kruscev decise di donare la penisola all’Ucraina (1954) in occasione del 300º anniversario del Trattato di Perejaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia. Durante gli anni Sessanta i tartari cercarono a più riprese di ottenere il diritto di rimpatriare. Molti di loro vennero condannati al carcere duro. Nel 1962, insieme ad altri attivisti, Mustafa Cemilev fondò un’associazione che reclamava il diritto di tornare nella madrepatria. Da allora circa 250mila persone hanno potuto coronare questo sogno. Nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Crimea ha proclamato l’autogoverno, ma poi ha accettato di rimanere parte dell’Ucraina come repubblica autonoma.
Il peso dell’oppressione
Putin non ha dimenticato che i tartari si erano opposti fieramente all’annessione. Così le loro condizioni, già precarie in Ucraina, sono peggiorate ulteriormente dopo le prime settimane del 2014. L’indirizzo repressivo di Mosca si è manifestato in vari modi. Nell’estate del 2014 Cemilev e Chubarov, attuale leader del Mejlis, sono stati espulsi dalla Russia per cinque anni con l’accusa di “estremismo”. Nel 2016 il Mejlis è stato messo fuorilegge e molte persone sono state picchiate, altre minacciate, altre ancora sono scomparse nel nulla. Alcuni tartari sono stati accusati di militare nell’Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione islamica fuorilegge, quindi processate e condannate. L’ondata repressiva è stata denunciata da Amnesty International, mentre il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo hanno condannato il comportamento del governo russo.
Mosca ha tagliato le frequenze dell’Atr, il canale televisivo ucraino che trasmette in lingua tartara, e ha oscurato il suo sito. Le Ong sono state costrette a iscriversi in un registro pubblico, ma a molte è stata negata la possibilità. “Le persecuzioni subite oggi dai tartari in Crimea sono peggiori rispetto a quelle dei tempi sovietici”, ha detto Mustafa Cemilev a La Repubblica il 30 aprile 2021. Negli otto anni trascorsi dall’annessione a oggi circa 50mila persone, in prevalenza tartari, hanno lasciato la Crimea per stabilirsi in città ucraine come Kherson, Kiev e Leopoli. In questo modo il loro numero si è ridotto a 200mila e nelle ultime settimane, dopo la seconda aggressione dell’Ucraina, alcune centinaia sono state accolte in Turchia.