Mitigazione del calore, trattenuta delle acque meteoriche e benefici psichici. Gli impatti positivi della natura nei contesti urbani. Ma progettazione e manutenzione spesso latitano
Dal mensile di marzo. Se c’è una lezione che chiunque abiti in città ha imparato durante il lockdown del 2020 è che chiusi tra quattro mura, circondati da palazzi e cemento, non stiamo bene per niente. Abbiamo cercato scampoli di cielo da ammirare, sognato il vento tra i capelli, ricordato l’odore del mare e i suoni del bosco. Con un desiderio incontenibile di libertà. Ma serviva davvero la pandemia per accorgercene? Il peso del grigiore cittadino, in effetti, lo percepiamo anche imbottigliati nel traffico, nella monotonia quotidiana. Più fortunato è chi può raggiungere facilmente aree verdi vicino casa, o viali alberati sotto cui passeggiare e fare lunghe pedalate. «In molti stanno riconsiderando il loro rapporto con il verde in città, soprattutto se abbinato ad aree blu come fiumi o laghetti – spiega a Nuova Ecologia Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura e coltivazioni arboree all’Università di Firenze – Il lockdown ha accentuato il bisogno innato che abbiamo del mondo vivente, quella tendenza che Edward Wilson definiva “biofilia”. Quando si vive in ambienti troppo costruiti e degradati manca il contatto con la natura e può insorgere una sindrome depressiva tipica della solastalgia, che si traduce in vere e proprie patologie».
Mutazioni urbane
Oggi più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, con numeri destinati a crescere. Il verde pubblico, costituito da cunei di aree naturali, aiuole, parchi, giardini e foreste urbane, non genera solo valore estetico ma garantisce una serie di effetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici in atto, con benefici significativi per la qualità della nostra vita. Le città sono “isole di calore”, con un microclima più caldo di quello delle aree rurali. Grazie all’ombreggiamento, soprattutto nei periodi estivi, alberi e piante abbassano le temperature locali, perché rinfrescano l’aria circostante con l’evaporazione, a vantaggio di pedoni e palazzi limitrofi. Gli effetti possono essere piuttosto intensi, con circa 6-7 gradi in meno rispetto alle zone cementificate.
Alle piante si deve anche l’intercettazione delle piogge, che sempre più spesso si traducono in eventi estremi. Un singolo albero può trattenere fino a 3.000 litri di acqua ogni anno, permettendole un deflusso più graduale e l’infiltrazione nel terreno sottostante, diminuendo il dilavamento ed evitando le devastanti flash flood, alluvioni improvvise e pericolose. È noto inoltre il ruolo della vegetazione contro l’inquinamento atmosferico: le foglie assorbono CO2 e producono ossigeno, ma trattengono anche il particolato sottile e altri inquinanti dannosi per il nostro apparato respiratorio. Questi e altri benefici forniti gratuitamente dal mondo vegetale vengono definiti “servizi ecosistemici”, derivanti da proprietà collettive ed emergenti di un ecosistema. Più questo è grande e complesso, maggiore sarà la funzionalità dei servizi erogati. «Con la situazione attuale – riprende Ferrini – non è da sottovalutare il fatto che, mitigando le temperature, gli alberi ci potranno aiutare anche contro il caro bollette, diminuendo l’utilizzo di condizionatori e quindi di energia. La presenza del verde aumenta poi il valore degli immobili, come dimostrano appartamenti vicini ai parchi che spuntano valori di mercato molto più elevati».
Decidere dove progettare strutture verdi è un passaggio critico, che deve tenere in considerazione anche l’equa accessibilità da parte dei cittadini. Spesso alcune aree, tipicamente le periferie, rimangono spoglie
Gioco a incastro
Ogni tipologia di verde richiede una gestione appropriata, con risorse dedicate, che assicuri la crescita naturale della pianta evitando le capitozzature. Più vegetazione poi, significa anche maggiore biodiversità. «Per anni abbiamo pensato che per la conservazione delle specie animali bastassero le stepping stones (frammenti di habitat sparsi sul territorio e utili alle specie in transito, ndr) invece servono veri corridoi ecologici che garantiscano la comunicazione delle aree urbane con le aree verdi del territorio circostante – conclude Ferrini – Va da sé che potremmo trovare più animali selvatici nelle strade, ma dobbiamo imparare a gestirli come elementi propri dell’ambiente». La chiave di volta, insomma, è saper coordinare sapientemente tutte le componenti in gioco.

Per Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, «gestire bene costa, ma diventa un investimento perché i benefici che le piante restituiscono alla comunità hanno anche un valore economico». Secondo l’esperto, le città si dovrebbero dotare di un catasto del verde per poi puntare su progetti specifici. Anche la scelta delle piante dovrebbe avvenire in funzione di quello che potranno restituire, a seconda del luogo e delle relazioni che intrecciano con l’ambiente circostante. «Dobbiamo essere meno manichei nella separazione tra natura e città, perché può e deve essere più sfumata di quello che pensiamo. Va bene piantare – puntualizza – ma bisogna sapere cosa piantare e dove, perché non tutti i luoghi sono uguali». Visto il ruolo degli alberi rispetto alla temperatura, ad esempio, si potrebbero progettare delle “isole di fresco” nelle zone più vulnerabili, dove abitano le persone più sensibili alle ondate di calore, come gli anziani.
Cambio di passo
Decidere dove progettare strutture verdi è un passaggio critico, che deve tenere in considerazione anche l’equa accessibilità da parte dei cittadini. Spesso alcune aree, tipicamente le periferie, rimangono spoglie, rischiando di rinforzare circoli viziosi già complessi. «Il verde ha anche molti effetti sociali e cognitivi, verificabili sul successo scolastico dei ragazzi e sull’integrazione delle minoranze – riprende Giorgio Vacchiano – La progettazione deve rendere disponibili a tutti le stesse risorse». Pianificare diventa quindi una questione di interpretazione: il verde deve essere un elemento strutturale a pieno titolo, non (più) la nota decorativa da inserire alla fine dei progetti. E a parte qualche rara eccezione in città come Milano, Torino e Prato, il Belpaese ha ancora molto da imparare sotto questo aspetto. «Ci sono forti limiti culturali, di risorse e di competenze – sottolinea il ricercatore – Se guardiamo all’estero, agli Stati Uniti per esempio, i piani del verde sono fatti funzionalmente, cioè con obiettivi pratici. È un Paese moderno e c’è più consapevolezza che la natura, pre-esistente, può essere modificata in vista di quello che ci può fornire. Qui invece abbiamo alle spalle duemila anni di storia in cui l’elemento naturale è stato considerato quasi soltanto per il suo valore artistico e spirituale: serve un cambio di mentalità».
Per il capitolo risorse, ora ci sono i 330 milioni del Pnrr destinati al verde urbano, i bandi del decreto Clima e numerosi programmi lanciati dalle Regioni con fondi sia pubblici che privati. Mancano all’appello le competenze specifiche, soprattutto nelle città piccole e medie. Ma su questo, a volerlo, si può sempre lavorare.
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