Parole di riconciliazione

Indigeni

Tremila lingue indigene nel mondo sono minacciate, la metà rischia l’estinzione. Il “Decennio internazionale” lanciato dall’Unesco è l’occasione per spingere gli Stati ad affrontare il problema. Il modello è il Canada

di ALESSANDRO MICHELUCCI

Dal mensile di marzo. Secondo un articolo apparso recentemente sulla rivista inglese Nature, circa metà delle 6.511 lingue parlate al mondo versano in gravi condizioni. Circa 1.500 rischiano addirittura di scomparire entro la fine del secolo. Questo spiega perché si stanno moltiplicando le iniziative, politiche e accademiche, per cercare di contrastare il fenomeno. Non si tratta di un tema che riguarda soltanto i diretti interessati e i glottologi, ma anche le istituzioni sovranazionali. Fra queste l’Unesco, che lo scorso 10 gennaio ha inaugurato il “Decennio internazionale delle lingue indigene”. Un’iniziativa erede diretta dell’Anno internazionale – era il 2019 – dedicato allo stesso tema. Questo era però passato sotto silenzio, anche perché il periodo è stato troppo breve per smuovere il disinteresse su un argomento simile. E poi gli “anni internazionali”, al di là delle questioni sollevate, sono in genere accolti con apatia, se non ignorati. L’auspicio, oggi, è che in dieci anni i soggetti coinvolti, soprattutto gli Stati, riescano ad affrontare il tema in modo concreto. Un caso che merita attenzione è quello del Canada. In tempi recenti la federazione nordamericana ha lanciato diverse iniziative che legittimano un moderato entusiasmo per quanto riguarda il futuro di queste lingue. Moderato, è il caso di ripeterlo, dato che le buone intenzioni del governo federale dovranno essere confermate da dati concreti. Questa nuova sensibilità nei confronti delle lingue indigene è strettamente legata alla storia recente del Paese. Negli ultimi anni il Canada si è occupato più volte delle questioni indigene, ma l’elemento che ha segnato una svolta nelle relazioni fra Ottawa e le tre minoranze autoctone – Indiani, Inuit e Meticci – è il “Rapporto finale della Commissione per la verità e la riconciliazione” pubblicato a fine 2015. Nata sulla falsariga di quella istituita in Sudafrica dopo la fine dell’Apartheid, la Commissione ha cercato di sanare le ferite derivanti da una pagina storica molto dolorosa: il sistema dei convitti concepiti per l’assimilazione dei popoli indigeni. Nelle scuole, attive dal 1870 al 1996, i ragazzi venivano cristianizzati a forza, obbligati a parlare in inglese e a vestire come gli europei. Erano maltrattati, malnutriti, costretti a vivere in condizioni igieniche vergognose. A questo crimine davano un contributo molti religiosi, dato che il governo aveva affidato alle varie chiese cristiane la gestione stessa dei convitti. Lo stesso succedeva negli Stati Uniti, ma Washington non ha mai manifestato alcuna intenzione di sanare questa ferita. Nemmeno di presentare delle scuse formali, come invece ha fatto l’ex premier canadese Stephen Harper nel 2008. Il rapporto finale della Commissione per la verità e la riconciliazione riconosce la gravità di queste pratiche, ma si limita ad affermare che il sistema dei convitti ha realizzato un “genocidio culturale”. L’aggettivo è stato duramente contestato: il sistema scolastico in questione, sebbene non avesse l’obiettivo dichiarato di uccidere i membri delle comunità indigene, si è macchiato di crimini che rientrano nella fattispecie prevista dalla Convenzione sul genocidio approvata dall’Onu nel 1948: cagionare seri danni fisici o mentali ai membri del gruppo; infliggere deliberatamente condizioni che causino la sua distruzione fisica totale o parziale; trasferire forzatamente i bambini del gruppo a un altro gruppo. Nonostante questo limite, il rapporto sottolinea più volte l’importanza delle lingue indigene, chiedendo che vengano attuate misure per garantirne l’uso e lo sviluppo.

A giugno Ottawa ha aderito alla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni

L’Indigenous languages act, entrato in vigore nel 2019, è stato concepito dal governo federale insieme alle tre principali organizzazioni indigene: Assembly of First Nations, Inuit Tapiriit Kanatami e Métis Nation of Canada. Il documento raccomanda un’ampia varietà di misure per rivitalizzare le lingue autoctone e garantirne l’uso in campo didattico, mediatico e scientifico. Lo scorso giugno il governo ha annunciato che gli indigeni potranno indicare i loro nomi tradizionali sui passaporti e sugli altri documenti. In questo mosaico che si andava formando mancava però ancora un pezzo essenziale: l’adesione alla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni. Nel 2007, quando veniva approvata dall’Onu, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti avevano rifiutato di sottoscriverla. Tutti, tranne il Canada, l’avevano poi firmata negli anni successivi. Il 21 giugno 2021 il governo federale ha comunicato finalmente anche la propria adesione. Il Decennio internazionale promosso dall’Unesco offre un’opportunità molto preziosa ai popoli indigeni del pianeta, e in particolare a quelli del Canada, dove i progressi degli ultimi anni costituiscono un terreno certamente favorevole. Lorraine Whitman, presidente della Native women’s association of Canada, ha sottolineato lo stretto legame fra la rivitalizzazione delle lingue e le raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione per la verità e la riconciliazione. Aluki Kotierk, presidente di Nunavut Tunngavik, legale rappresentante degli Inuit di Nunavut, è invece andata oltre, proponendo che il Canada garantisse alla lingua eschimese lo stesso status ufficiale che hanno l’inglese e il francese. Un obiettivo ambizioso, forse troppo, ma in ogni caso la battaglia è aperta e potrebbe avere sviluppi sorprendenti.

Modello Canada

Il Canada riconosce ufficialmente due lingue, inglese e francese. Su 37 milioni di abitanti, il 57% è di madrelingua inglese e il 22% francese. Le lingue aborigene sono 70 e sono parlate da 220mila persone. Nonostante l’esiguità numerica, i popoli autoctoni hanno notevole visibilità mediatica e culturale. Lo attestano attori come Adam Beach (Segreti dal passato) e Graham Greene (Balla coi lupi); musicisti come Robbie Robertson (Music for the Native Americans), Buffy Sainte-Marie e Tanya Tagaq; il regista inuit Zacharias Kunuk, premiato a Cannes nel 2001 per Atanarjuat; gli scrittori Billy-Ray Belcourt (Storia del mio breve corpo) e Richard Wagamese (Le stelle si spengono all’alba, in foto). All’ultima Fiera del libro di Francoforte, con il Canada invitato d’onore, le letterature indigene hanno avuto ampio spazio. Sempre nel 2021, per il 150esimo anniversario della fondazione del Paese, il Festival di Berlino ha presentato i lavori di 24 registi indigeni.

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