Iraq, crisi climatica e siccità minano una preziosa zona umida

El Chibaish acque reflue

Solo a El Chibaish c’è un’area verde. La spiegazione sono i 2.000 m3 di reflui civili non trattati sversati ogni giorno. A rischio pesca e agricoltura. E la salute pubblica

testo e foto di DAVIDE TOCCHETTO

Dal mensile di marzo – El Chibaish, Iraq del sud. Non era bastato il regime di Saddam a destabilizzare drammaticamente gli equilibri naturali di una delle più estese zone umide del pianeta. A mettere a dura prova la gran parte dei 6.000 km2 delle paludi si sono aggiunte la crisi climatica globale e la siccità. Ma in questa zona della Mesopotamia – fra la Central Marsh e l’Hammar Marsh, poco a nord del fiume Eufrate – c’è un’area particolarmente ricca di acqua e di vegetazione: piante di Typha e Phragmites crescono rigogliose, ben oltre le loro capacità. E la cosa è molto strana visto che la siccità incombe da settimane.

La spiegazione è semplice. Un flusso continuo di circa 2.000 m3 di acque reflue viene riversato qui ogni giorno, senza alcun trattamento. Provengono dalla vicina stazione di raccolta e pompaggio degli scarichi cittadini. Reflui civili di questa natura contengono elevati carichi di inquinanti – quali sostanze organiche, azoto, fosforo – e una consistente quantità di batteri fecali. Un mix completo di elementi che non può che alterare l’ecosistema, compromettendo le attività antropiche che quotidianamente vi si svolgono. Bufali d’acqua e pescatori, agricoltori che lavorano, bambini che si rinfrescano dal caldo. Gli originali Marsh Arabs – gli arabi residenti nelle paludi da secoli – sono minacciati da una situazione igienico sanitaria estremamente pericolosa.

El Chibaish canale di scolo
Canale di scolo e accumulo di rifiuti prima dell’immissione nelle paludi

Le acque reflue scaricate interessano nell’immediato una superficie di circa due ettari, per raggiungere a fine giornata un’area complessiva di ben duecento ettari. E questo si ripropone ogni giorno, con conseguenze facilmente immaginabili. Gran parte dell’inquinamento, con il naturale flusso idrico delle paludi e il transito delle tante barche che si spostano tra i canneti, si muove inoltre lungo i canali.

Il complesso sistema ecologico delle paludi aveva già sofferto annate siccitose, l’ultima il 2018, spingendo numerose famiglie di pescatori e di allevatori a emigrare, nella speranza di trovare altre zone dove poter svolgere le proprie attività. Ci sono però due altri aspetti che si sono aggravati negli ultimi anni e che non dovrebbero essere sottovalutati: la pesca con mezzi illegali e l’incremento della salinità dell’acqua. Da mesi il ministero delle Risorse idriche iracheno sta provando a contrastare la crescita delle attività di pesca con scariche elettriche rilasciate in acqua attraverso gruppi elettrogeni. A volte ne vengono sequestrati più di trenta a settimana. Questa modalità di pesca è infatti estremamente dannosa: velocizza l’esaurirsi delle riserve ittiche e colpisce indistintamente pesci giovani e adulti, senza alcuna selezione commerciale.

bufali d’acqua
Bufali d’acqua al “pascolo”

La salinità dell’acqua invece aumenta come naturale conseguenza del clima della regione: l’evaporazione diretta dalla sottile lama d’acqua che caratterizza le paludi e l’intensa traspirazione operata dalle piante sottraggono acqua a un ecosistema già stressato, concentrandone i soluti. Lo scarico di reflui civili e industriali non trattati va poi a ingigantire questo problema. Una situazione aggravata da primavere poco piovose e inverni senza neve nelle zone montane del nord del Paese come degli Stati confinanti. Turchia, Siria e Iran hanno inoltre il controllo dell’alto corso del Tigri e dell’Eufrate, e dei fiumi tributari delle paludi del sud. Questo dominio, a fini irrigui ed energetici, non fa che limitare il flusso idrico verso quella che era la florida terra tra i due fiumi.

Un team internazionale sta collaborando con Nature Iraq, la principale ong ambientalista irachena, per realizzare un impianto di fitodepurazione capace di intercettare e depurare le acque reflue scaricate nelle paludi. Il progetto “Eden in Iraq” si integra con un basso impatto ambientale perché si basa sugli stessi principi naturali adottati da piante e batteri degli ecosistemi umidi. Questo intervento coniuga la depurazione con il riuso delle acque per l’irrigazione di un giardino pubblico, il cui design e gli elementi architettonici che lo caratterizzano richiamano direttamente il patrimonio culturale storico dell’Iraq del sud. Resta l’auspicio che interventi strutturali e forti prese di posizione politiche, alla portata del nuovo governo di Bagdad, prendano seriamente in considerazione la depurazione dei reflui e la gestione delle acque trattenute nei Paesi limitrofi.

L’intervista

A colloquio con Jassim Al Asady, direttore di Nature Iraq

«La situazione che abbiamo vissuto lo scorso anno sotto il profilo idrologico è stata drammatica, il 2021 si è rivelato particolarmente siccitoso: non ha piovuto fino al 25 dicembre! I rilasci di acqua dal confine turco sono diminuiti sia nel bacino del Tigri che dell’Eufrate, l’Iran ha poi trattenuto una grande quantità di acqua. E a farne le spese non sono stati i soli ecosistemi naturali ma anche la pesca e l’agricoltura». A parlare è Jassim Al Asady, direttore esecutivo di Nature Iraq, sede di El Chibaish, piccola città nel sud del Paese, alle porte delle paludi della Mesopotamia.

Quali sono le principali minacce per l’ecosistema della Mesopotamia?

Jassim Al Asady
Jassim Al Asady

Tre su tutte: i limitati e ormai scarsi flussi idrici in ingresso con i due fiumi; gli effetti dei cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature e di conseguenza l’evaporazione dell’acqua; l’inquinamento generalizzato lungo l’intero bacino.

L’inquinamento minaccia anche gli arabi delle paludi?

Certo, la popolazione locale soffre enormemente l’effetto dell’inquinamento, soprattutto quello dovuto allo scarico di acque reflue non depurate e alla presenza di rifiuti solidi e plastiche, che non raccolti nelle città si vanno ad accumulare nei canali e sulle rive. C’è poi un altro fattore rilevante: l’incremento della salinità delle acque dovuto alla non corretta regimazione verso la foce e il Golfo persico. Il progetto “Eden in Iraq”, con la fitodepurazione dei reflui, avrà un impatto molto positivo sulla comunità di El Chibaish e sul turismo dell’area.

Lo scorso ottobre in Iraq si sono svolte le elezioni. Il nuovo governo metterà in campo interventi per le politiche di conservazione?

I problemi dell’Iraq sono noti e numerosi. Le priorità del governo saranno la sicurezza, il supporto al settore agricolo, il contrasto al terrorismo e alle milizie armate. L’ambiente è l’ultimo degli aspetti a essere considerato. Dal nuovo esecutivo ci si aspetta però un ministero dell’Ambiente più operativo e concreto. Già la presenza alla Cop di Glasgow segna un nuovo interesse per le questioni ambientali. Confidiamo in qualche risultato nel breve periodo.

Che rapporto ha con le paludi della Mesopotamia?

Sono nato in barca nelle paludi della Central Marsh mentre mia madre lavorava alla raccolta delle piante di cannuccia per alimentare i bufali che avevamo a casa… Il regime e le guerre hanno martoriato la Mesopotamia, per questo come Nature Iraq siamo impegnati in progetti internazionali e nella divulgazione: vogliamo che questo luogo, culla della Civiltà e patrimonio Unesco, torni al suo splendore fatto di cieli azzurri, vegetazione e tanta acqua.

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