Fiumi, rinaturare 1.600 km di corsi entro il 2030 per ridurre il rischio idrogeologico

Fiumi, rinaturare 1.600 km di corsi entro il 2030 per ridurre il rischio idrogeologico
Bolzano corso fiume rinaturalizzato

Lo chiedono Legambiente e Wwf nell’ambito della Strategia europea per la biodiversità, utilizzando i fondi del Pnrr. Solo così si potranno tutelare questi ecosistemi dall’aggravarsi della crisi climatica

Dal mensile di maggio – Visto con gli occhi di un pesce, un fiume è un percorso a ostacoli, pieno di barriere trasversali che impediscono di migrare. Ma non solo: stretto tra argini e difese spondali, diventa simile a un canale, perde la ricchezza di microambienti laterali più calmi e discosti dalla corrente, dove la fauna ittica può riposare e riprodursi. E con periodi siccitosi prolungati, e il prelievo di oltre il 90% dell’acqua a fini irrigui, idroelettrici, industriali e civili, è sempre più a lungo ridotto ai minimi termini. Senza contare l’apporto di inquinanti, che ne peggiora la qualità. Non è un problema solo per i pesci ma anche per noi, che perdiamo i benefici forniti naturalmente dagli ambienti fluviali.

I fiumi europei sono i più frammentati del mondo, così dice lo studio condotto nell’ambito del progetto “Amber” da un gruppo internazionale di ricercatori che ha mappato le barriere trasversali, grandi e piccole, presenti lungo i corsi d’acqua di trentasei Paesi in Europa. In media, incontriamo uno sbarramento ogni chilometro e mezzo. «In Italia, i dati sono carenti e disomogenei – afferma Simone Bizzi del dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, che ha partecipato ad “Amber” – Esiste il database completo delle grandi dighe ma poco si sa degli sbarramenti minori, che comunque interrompono la connettività».

Rio Sesto Alto Adige
La rimozione di una barriera lungo il fiume Rio Sesto, in Alto Adige

Senza un quadro preciso delle barriere presenti e della loro effettiva utilità, in Italia si pone il tema di come agire per il ripristino della connettività fluviale, come prevede la Strategia europea sulla biodiversità al 2030. L’obiettivo, ambizioso, è di riportare negli Stati membri almeno 25.000 km di corsi d’acqua a uno stato di corrente libera. In Italia le associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente e Wwf, stanno lavorando in sinergia per chiedere la rinaturazione di almeno 1.600 km di fiumi, partendo dalla rimozione delle barriere obsolete, con interventi di ingegneria basata sulla natura. Nel contesto della crisi climatica, un sistema ingessato, fondato solo su difese artificiali, risulta più fragile e meno capace di rispondere a eventi di piena eccezionali, destinati a essere sempre più frequenti. Lo hanno dimostrato le alluvioni in Germania lo scorso anno: contesti molto artificializzati che storicamente reggevano, ora non bastano più.

«Le opere di difesa idraulica sono puntuali, pensate senza tener conto delle dinamiche di bacino, dimenticando che un corso d’acqua è un corpo vivo e ciò che si fa a monte ha conseguenze a valle – spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – Un fiume stretto e canalizzato, ad esempio, scorre più veloce e probabilmente crea problemi a valle. E potrebbe crearne anche in prossimità della foce, scontrandosi con le correnti marine. Pensiamo poi – continua – al trasporto solido, che è parte integrante delle dinamiche fluviali. I sedimenti, trattenuti dalle dighe, da decenni non raggiungono più le spiagge e ciò contribuisce all’aumento dell’erosione costiera e alla necessità di costosi interventi di ripascimento».

Le alluvioni in Germania del 2021 dimostrano che contesti molto artificializzati ora non bastano più

Coniugare la riduzione del rischio idrogeologico e la tutela degli ecosistemi è possibile, ma nel nostro Paese si fa in rari casi. Nella provincia di Bolzano, con l’entrata in vigore della direttiva “Acque” del 2000, la Protezione Civile ha iniziato a operare, dove possibile, anche per il ripristino e la conservazione degli habitat, senza perdere di vista la difesa della popolazione dalle alluvioni. La questione è delicata, perché nelle valli strette tra le montagne dell’Alto Adige, fiumi e torrenti sono stati in passato arginati e canalizzati. A fine Ottocento, l’Adige è stato addirittura rettificato, a difesa dei paesi e per massimizzare lo sfruttamento del territorio a fini agricoli. Oggi, in alcuni tratti, si opera in senso opposto, restituendo finalmente spazio all’acqua e rimuovendo le barriere non più necessarie.

Modello Isarco

A Bolzano, in centro città, poco prima della confluenza tra Isarco e Talvera, sono stati eseguiti di recente lavori di rivitalizzazione, assieme a interventi di difesa idraulica, che hanno reso l’Isarco più impetuoso, eppure meno pericoloso. Si partiva da una situazione in cui la corrente molto forte, in prossimità delle sponde, scalzava le opere di difesa e aumentava l’erosione, mettendo a rischio la vicina strada. Sono stati realizzati alcuni pennelli e posizionati massi per indirizzare la corrente verso il centro del fiume e non più di lato, risolvendo così il problema dell’erosione. Inoltre, è stato ampliato l’alveo e creato un ramo laterale, come “palestra per i pesci”. Le sponde sono state ridisegnate in modo variegato e seminaturale, con un deciso miglioramento del paesaggio. L’Isarco, prima inaccessibile, è diventato così luogo di svago per gli abitanti.

25mila km di corsi d’acqua da rinaturare è l’obiettivo al 2030 della Strategia Europea per la Biodiversità. La proposta per l’Italia è di arrivare a 1.600

Olona liberato

Nelle altre regioni italiane, il più delle volte gli interventi di rinaturazione nascono dal basso, su spinta della società civile. Alle porte di Milano, grazie a un bando sulla connettività della Fondazione Cariplo, Legambiente Lombardia ha promosso il progetto “L’Olona entra in città”, nei comuni di Rho e Pregnana Milanese, nel Parco del Basso Olona, adiacente al Parco Agricolo Sud di Milano. Sono stati realizzati un sottopasso faunistico e attività di pulizia dai rifiuti, è stato creato un nuovo bosco, rinaturalizzate le sponde di un’ex cava ed eliminate specie esotiche. «Il nostro intervento ha riportato l’attenzione sul fiume Olona, da sempre sacrificato e considerato solo per il problema della sicurezza idraulica – racconta Lorenzo Baio di Legambiente Lombardia – Abbiamo acceso i riflettori su un territorio degradato, che è stato valorizzato e ora è percepito in modo unitario da chi lo esplora a piedi o in bicicletta». Ed è stato anche grazie a un rinnovato interesse che le istituzioni sono intervenute con una progettazione di ordine idraulico: lo spostamento degli argini in un tratto del fiume. «Se questi interventi fossero diffusi, aiuterebbero a dissipare l’energia delle piene, contribuendo alla difesa idraulica del territorio», osserva Baio.

IdroLife
Il progetto “IdroLife” si occupa del ripristino della continuità fluviale in un tratto del Toce, dal Lago Maggiore al torrente San Bernardino

L’iniziativa di rinaturazione più grande mai intrapresa in Italia sarà quella del ministero della Transizione ecologica sul Po grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza: 357 milioni di euro per oltre cinquanta interventi distribuiti lungo tutta l’asta del fiume, in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Un progetto che nasce da una proposta del Wwf Italia e di Anepla, l’associazione nazionale estrattori e produttori lapidei e affini, in un’inedita alleanza tra ambientalisti e cavatori. «Per la prima volta si opera per la rinaturazione su scala ampia, di bacino, considerando il corso d’acqua nella sua interezza – commenta Andrea Agapito del Wwf – Sul Po, l’eccessiva canalizzazione dell’alveo e il consumo di suolo hanno aumentato il rischio idrogeologico, incrementato la frammentazione degli habitat, causando la perdita di biodiversità e provocando l’incremento del cuneo salino. Abbiamo stimato il vantaggio in termini di servizi ecosistemici che saranno ripristinati, tra cui la capacità autodepurativa e il controllo dell’erosione, a oltre 250 milioni di euro». Il progetto, se non snaturato, potrà davvero segnare un cambio di passo nella gestione fluviale in Italia.

Il giorno dello storione

Il 21 maggio centinaia di migliaia di persone nel mondo celebrano i fiumi con il “World fish migration day”, la giornata mondiale della migrazione dei pesci. In Italia, Costa edutainment group, Università di Bologna e Parco del Ticino organizzano nel Delta del Po “Salva una specie. Che storione!”.

Pesci in transito

I passaggi per i pesci sono strutture che permettono alla fauna ittica di superare ostacoli altrimenti insormontabili, come dighe e sbarramenti trasversali. Con il progetto “IdroLife”, in Piemonte, il fiume Toce e il torrente San Bernardino sono tornati a essere percorribili per 70 km grazie a cinque passaggi per i pesci. Lungo il Toce ne sono stati realizzati quattro, di cui uno presso il Lago Tana, a bacini successivi. Particolarmente complesso, è dotato di una camera di osservazione e di un sistema di videoripresa che intercetta, grazie a delle antenne, i pesci in transito marcati con un microchip. Così i movimenti della fauna ittica vengono monitorati di continuo. «Finora abbiamo osservato circa settanta individui nel passaggio a monte – spiega Pietro Volta, coordinatore del progetto per il Cnr di Verbania Pallanza – È un buon risultato, viste le condizioni idrologiche degli ultimi mesi. Sappiamo infatti che i pesci si spostano quando le portate sono consistenti. Aver osservato diverse specie è la dimostrazione che le opere realizzate funzionano. In futuro, le azioni di monitoraggio continueranno e ci permetteranno di comprendere meglio le migrazioni dei pesci nel sistema fluviale».

Un fiume di deroghe

Il passaggio dal “deflusso minimo vitale”, la percentuale fissa di acqua garantita nel fiume per il mantenimento della vita, al “deflusso ecologico” doveva diventare operativo lo scorso gennaio per migliorare la qualità dei corpi idrici. Nei Distretti idrografici la legge prevede che il calcolo delle portate sia modulato nel tempo, per garantire la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche dei fiumi, le cui portate non sono mai costanti in natura. Tutto nasce dalla procedura di accertamento aperta alcuni anni fa nei confronti dell’Italia per il mancato rispetto della direttiva “Acque”. L’introduzione di nuovi criteri di misurazione, però, ha suscitato una levata di scudi nei territori, in particolare da parte dei consorzi di bonifica e dei derivatori idroelettrici, che fanno pressioni politiche a tutti i livelli per chiedere deroghe e proroghe. Difendere i fiumi è complicato, anche in un anno di siccità particolarmente grave.

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