In soli tre anni la Convenzione di Barcellona ha contribuito a ridurre del 39% i rifiuti su spiagge e fondali del Mediterraneo
Il mare non ha confini. Gli inquinanti sversati nelle acque di uno Stato hanno un impatto altrove, le specie invasive s’insediano sui litorali a prescindere da quale bandiera battono e capita spesso che i pescatori “sconfinino” – e vengono sanzionati – semplicemente perché inseguono catture più abbondanti. Oggi, a differenza della terraferma, è proprio la mancanza di barriere blu a generare conflitti tra i Paesi. D’altro canto, il fatto di essere affacciati – e alimentati – dallo stesso mare può essere una condizione per catalizzare la cooperazione.
L’organo di protezione ambientale delle Nazioni Unite ha recentemente valutato il grande contributo offerto negli ultimi 45 anni dalle convenzioni internazionali stipulate tra gli Stati affacciati sui “mari regionali” – come il Mediterraneo – all’attuazione dei piani d’azione per la conservazione ambientale. Per esempio, la Convenzione stipulata a Barcellona nel 2013 da dieci Paesi mediterranei ha contribuito a ridurre del 39% i rifiuti marini sulle spiagge e nei fondali, in soli tre anni di attuazione. Un traguardo che fa eco alle parole dello slavista Predrag Matvejević: “Quanto più possiamo sapere di questo mare, tanto meno lo guardiamo da soli. Il Mediterraneo non è mare di solitudine”. Una considerazione che va oltre il mare nostrum perché nel corso della storia i mari regionali hanno plasmato culture sovranazionali integrando genti di lingua diversa, attraverso la condivisione di parole, azioni, dialetti, tradizioni e, ora, anche strumenti scientifici per lo studio e la gestione dell’ambiente. Cooperare attraverso il mare è uno strumento di protezione ambientale, di stabilità regionale e quindi anche di pace.
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L’articolo Cooperazione in alto mare proviene da La Nuova Ecologia.