Le udienze del processo sull’inquinamento delle acque superficiali e di falda in Veneto stanno ricostruendo fatti e responsabilità individuali e d’impresa
di Rosy Battaglia
C’è chi, in Italia, porta nel sangue i segni dell’inquinamento industriale, di uno sviluppo indiscriminato che è stato, per troppo tempo, irrispettoso della salute umana e dell’ambiente. Tra le diverse comunità colpite c’è la popolazione che vive in Veneto tra le province di Vicenza, Padova, Verona e Rovigo, almeno 350mila persone, che hanno bevuto ignare per decenni acqua potabile contaminata dai pericolosi Pfas. Sostanze perfluoro-alchiliche, composti persistenti nell’ambiente, più noti ai consumatori coi nomi commerciali dei materiali trattati fra cui Teflon®, Goretex®, scoperti e brevettati da grandi gruppi chimici statunitensi, tra cui Dupont e 3M, a partire dagli anni ‘40.
Manager a processo
Interferenti endocrini certi e potenziali cancerogeni, prodotti in Italia dalla Miteni Spa, società di Trissino in provincia di Vicenza, dal 2018 in procedura fallimentare. Quindi, chi ha inquinato non pagherà? Non è detta l’ultima parola. Il primo luglio 2022 sarà passato esattamente un anno dalla prima udienza dibattimentale di uno dei più importanti processi ambientali della storia d’Italia che vede sul banco degli imputati 15 tra manager di Miteni e delle società che si sono succedute nella proprietà come il fondo lussemburghese Icig e la multinazionale Mitsubishi Corporation.
Un anno di udienze in cui si stanno ricostruendo fatti e responsabilità individuali e d’impresa causa dell’inquinamento da Pfas, sia delle acque superficiali che della falda acquifera veneta, una delle più estese d’Europa. Inquinamento che si è sommato a quello “storico” di benzo-trifluoruri (BTFs) prodotto dallo stesso stabilimento, già sede della RiMar, centro di ricerca del gruppo Marzotto dal 1965, a cui è succeduta nel 1988 la Miteni Spa. Quella veneta è la più grande contaminazione da Pfas attualmente conosciuta al mondo, per vastità di territorio e di popolazione coinvolta: si estende per circa 200 chilometri quadrati e coinvolge centinaia di migliaia di persone che vivono in oltre 100 comuni. Ma, come per altri disastri ambientali tuttora in corso, basti pensare all’amianto, mentre si chiede giustizia nelle aule di tribunale, il popolo inquinato non smette di pagare un prezzo altissimo. Come è emerso proprio durante le ultime udienze a Vicenza, i danni alla salute arrecati alla popolazione veneta sono ormai certi. Eppure, fino al 2013, la quasi totalità dei cittadini veneti, anche delle zone maggiormente esposte, era totalmente ignara di quanto stava accadendo. Nel silenzio delle istituzioni regionali, i Pfas si sono rivelati il “veleno perfetto”: inodore, incolore e insapore, invisibile a occhio e olfatto umano. Ma oggi non è più così. Lo scorso 25 marzo la dottoressa Francesca Russo, direttrice del Dipartimento di prevenzione della Regione Veneto ha presentato davanti alla Corte di Assise di Vicenza i risultati dello screening epidemiologico avviato su 500 soggetti, di età compresa tra i 20 e i 50 anni, residenti in 14 Comuni della Regione Veneto, realizzato tra luglio 2015 e aprile 2016, con il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità.
Monitoraggi in zona rossa
L’impatto delle sostanze perfluoroalchiliche assunte, ricordiamo, attraverso l’uso dell’acqua potabile e degli alimenti anch’essi a lungo contaminati, sulla popolazione della cosiddetta “zona rossa”, rispetto ai cittadini di altri comuni veneti non interessati dall’inquinamento, ha portato secondo gli epidemiologi, tra il 2007 e il 2014, un eccesso di mortalità per cardiopatia ischemica pari a un +21% nei maschi e + 11% nelle femmine. Insieme all’aumento della mortalità si è registrato un aumento di incidenza delle malattie cerebrovascolari pari a un +19% nei maschi, un aumento di incidenza del diabete mellito pari a un +25% nelle femmine insieme a un aumento di incidenza, +14% di demenza nelle femmine. Tra le malattie contratte dai residenti esposti alla contaminazione da Pfas si sono registrate l’ipertensione arteriosa, la cardiopatia ischemica e il diabete mellito. Le mamme in area rossa hanno evidenziato poi, un aumento di casi di preeclampsia pari ad un aumento dei parti pre-termine del +49%, la presenza di diabete gestazionale nel +69% del campione e un aumento del 30% di bambini con basso peso alla nascita.
«I risultati di questo studio − secondo Vincenzo Cordiano, l’attuale presidente dell’Associazione medici per l’ambiente del Veneto (Isde) colui che per primo nel 2013 diede l’allarme su quanto stava succedendo − sono praticamente identici a quelli dell’indagine epidemiologica Isde-Enea pubblicata nel 2018». Dati drammatici ma incompleti e probabilmente sottostimati. E ribadisce Cordiano, il piano di sorveglianza della popolazione esposta ha escluso le fasce di popolazione più fragili e più sensibili agli effetti degli interferenti endocrini. Come, ad esempio, gli over 65, la popolazione più anziana e soprattutto quella più giovane, dall’età pediatrica all’età adolescenziale. «Occorre uno studio epidemiologico prospettico completo, già assicurato dalla Regione Veneto nel 2017 ma non ancora avviato», sollecita Cordiano. Proprio i bambini, segnalava l’Istituto Superiore di Sanità già nel 2019, hanno livelli espositivi circa doppi rispetto agli adulti e sui loro organismi, come risulta dalla letteratura scientifica esistente e dai report dell’Agenzia per la sicurezza alimentare (Efsa). Secondo quest’ultima, l’assunzione cronica di Pfas causa l’innalzamento dei livelli di colesterolo e di transaminasi epatiche e la riduzione della risposta vaccinale nei più piccoli.
“La contaminazione si estende per 200 chilometri quadrati e coinvolge centinaia di migliaia di persone in oltre 100 comuni”
Sofferenza sanitaria
In definitiva, gli studi condotti dalla Regione Veneto, confermano lo stato di sofferenza sanitaria della popolazione residente in zona rossa, evidenziato fin dal 2016 da Vincenzo Cordiano e dai suoi colleghi di Isde Italia, in collaborazione con un gruppo di ricercatori dell’Enea, in un primo studio epidemiologico da cui emergeva come, nelle aree inquinate, l’aumento di mortalità per patologie riconducibili a malattie cerebrovascolari, cardiovascolari, diabete e tumore del rene, possa essere stato favorito dall’inquinamento da Pfas delle acque di falda e superficiali. Si tratta di un 10% in più della media che si registra nelle aree vicine, almeno 1.300 decessi in più in 30 anni. Un allarme arrivato sei anni prima di quello istituzionale. A cui si è affiancata un’instancabile campagna di informazione civica partita dall’associazione dei Medici per l’Ambiente, insieme all’ex deputato europeo Andrea Zanoni (Pd), oggi consigliere regionale veneto e da una fitta rete di attivisti a partire dal circolo di Legambiente Perla Blu di Cologna Veneta, Aiea, Medicina Democratica di Vicenza. Organizzazioni di cittadinanza e comitati che man mano daranno vita al coordinamento “Acque Libere dal Pfas”, con una miriade di assemblee aperte per la popolazione, a partire dal gennaio 2014, ben prima che le stesse istituzioni regionali allertassero la popolazione.
Le richieste dei cittadini
Un movimento trasversale e civico che è salito alla ribalta dell’opinione pubblica nazionale e internazionale anche con il contributo di Greenpeace e delle Mamme No Pfas, comitato spontaneo nato nel 2017. Fondato da coloro che per prime, drammaticamente, hanno dovuto registrare proprio attraverso gli esiti delle analisi sul sangue dei propri figli, nel quadro delle prime campagne di screening promosse dalla regione Veneto, quanto il veleno Pfas fosse ormai entrato silenziosamente nelle loro vite. Cittadini, ambientalisti, mamme, attivisti, medici e scienziati: tutti insieme hanno dato vita ad una serie fitta iniziative per mobilitare l’opinione pubblica e mediatica, con l’intento di sollecitare le istituzioni locali, regionali e nazionali ad interventi rapidi e decisivi, culminata alla vigilia del rinvio a giudizio il 26 aprile 2021 con la simbolica staffetta delle acque infrante sui fiumi e i torrenti inquinati. Ma già nel 2018, ben 14.306 cittadini avevano sottoscritto la raccolta firme “Basta Pfas” per chiedere al governo di normare la presenza delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque di falda, uniformandola ai valori più restrittivi vigenti nel mondo. Petizione presentata all’allora Ministro dell’ambiente Sergio Costa, che non è ancora stata recepita dall’attuale governo e dal Mite.
Norme da aggiornare
A oggi, infatti, la normativa nazionale e regionale prevede limiti assolutamente insufficienti. Mancano indicazioni precise per le matrici alimentari e per la presenza dei contaminanti in questione nei terreni. E oltre che un limite alla quantità massima di Pfas, che per Isde, Legambiente, Mamme No Pfas e Greepeace deve essere pari a zero. Mentre scriviamo sono state presentate in Parlamento diverse proposte di legge. Tra queste il disegno 2392 a prima firma Vilma Moronese è ora all’esame della Commissione Ambiente del Senato, che sta audendo associazioni e cittadini. «Il disegno di legge in discussione che regolamenta i Pfas è un primo passo necessario, ma deve essere ancora migliorato – commenta Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – L’Europa sta andando verso la messa al bando di questo tipo di sostanze sia in termini di produzione che di utilizzo. La legislazione italiana dovrà già prevedere questo scenario nel medio termine, rendendo nel frattempo il più stringente possibile i limiti alle emissioni di queste sostanze che dovrebbero tendere verso lo zero». Azioni legislative indispensabili, già sollecitate al governo italiano da Marcos A. Orellana, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle sostanze tossiche e diritti umani, nella conferenza stampa tenuta alla fine della sua visita in Italia, il 13 dicembre 2021. “Prendo atto della mancanza di regolamentazione dei Pfas a livello nazionale − ha sottolineato Orellana − e invito l’Italia ad adottare le misure necessarie per la restrizione dell’uso di queste sostanze e a esercitare la sua leadership a livello regionale, mentre l’Unione Europea si prepara ad affrontare le gravi minacce per la salute e l’ambiente poste dai Pfas”. Parole pronunciate dopo essere stato sia nella zona rossa del Veneto contaminato dai Pfas, incontrando le popolazioni colpite, così come all’Ilva di Taranto, nella “Terra dei Fuochi” in Campania, a Porto Marghera e nella Livorno contaminata dalla Solvay. Proprio su quest’ultima multinazionale, che sta continuando a produrre Pfas di nuova generazione a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, in Piemonte, che sono stati ritrovati nelle acque fino al delta del Po, il commissario Orellana ha espresso estrema preoccupazione: “Questa operazione potrebbe creare un disastro ambientale simile a quello sofferto dalle comunità colpite in Veneto”. Tra coloro che hanno accolto e accompagnato Marcos Orellana nelle aree contaminate da Pfas anche Piergiorgio Boscagin del Circolo di Legambiente di Cologna Veneta, che dal 2013 ha seguito passo passo tutta la vicenda, senza mai smettere di sollecitare le istituzioni e sensibilizzare le comunità. «Oggi, non c’è molto altro da dire – chiosa Boscagin – Semplicemente, queste sostanze non devono essere più prodotte, né immesse nell’ambiente».
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L’articolo In attesa di una legge “Basta Pfas” proviene da La Nuova Ecologia.