Dopo un inverno senza piogge, l’intrusione dell’acqua di mare nel letto del fiume mette a rischio allevamenti e produzione agroalimentare. La quantità di precipitazioni osservate in Piemonte da dicembre a febbraio è stata di 40 mm, contro un valore atteso di 160
Affacciato dall’impianto di Pompaggio di Quingentole, in provincia di Mantova, il capo operaio Andrea Alberini osserva i sei enormi tubi che fuoriescono dall’edificio e si immergono nelle acque del Po. Da marzo a ottobre prelevano dal Grande fiume 20 metri cubi d’acqua al secondo, per distribuirla in 77.000 ettari di terre coltivate tra le province di Mantova, Modena e Ferrara. «Per prelevare l’acqua dal letto del Po dobbiamo “vincere” l’argine maestro e farle fare un salto in alto di 7 metri – spiega – Alla fine dell’inverno, però, il fiume è sceso di un metro e mezzo, con valori che normalmente abbiamo ad agosto. E la pompa è al limite del suo livello di presa».
L’inverno appena trascorso, in Italia settentrionale, è stato uno dei più siccitosi degli ultimi cinquant’anni. In alcune aree delle Alpi occidentali e della Pianura Padana, la pioggia non si è vista per più di 110 giorni. Secondo i dati del programma di monitoraggio satellitare europeo Copernicus, ad esempio, la quantità di precipitazioni osservate in Piemonte da dicembre a febbraio è stata di 40 mm, contro un valore atteso di 160. La massima evidenza di questa crisi idrica si è riverberata di conseguenza nel bacino del Po, che riceve acqua da tutto l’arco alpino e dagli Appennini settentrionali. Lungo il corso del fiume, le secche sono state così pronunciate da portare alla luce fossili del Paleolitico, residui bellici della Seconda guerra mondiale e i resti di un antico villaggio sommerso nel 1800. A fronte di questa situazione, il mondo dell’agricoltura ha presto lanciato l’allarme: nel bacino del Po si concentra infatti la metà degli allevamenti italiani e il 35% della nostra produzione agroalimentare, due comparti strettamente dipendenti dalla risorsa idrica.
L’inverno 2022 non è stato di certo la prima esperienza di secca per il Grande fiume. Tuttavia, quest’anno la carenza idrica si è palesata in un periodo in cui, di norma, si accumulano le riserve d’acqua per l’estate e si è soliti affrontare, piuttosto, le piene del fiume. Nel distretto padano, il bilancio idrico tra settembre e marzo ha registrato una diminuzione del 40/50%. Lo scorso 26 aprile la portata del Po nella città di Piacenza segnava già un deficit del 78%. «Qui dipendiamo dal Po. La prima domanda che si fa chi vuole intraprendere questo lavoro è se avrà abbastanza riserve d’acqua per le proprie piante. E ad oggi in molti desistono subito», spiega Francesco Vincenzi, vicedirettore di Coldiretti Modena e agricoltore. Nei suoi terreni, come in molti altri lungo il bacino del fiume, le semine di cereali primaverili come il mais, il sorgo e la soia sono state ritardate di due settimane per il timore che, a causa della carenza d’acqua, le piantine non riuscissero neanche a germinare. Leggere precipitazioni, a fine aprile, hanno dato un minimo di sollievo ai terreni in sofferenza, ma ciò che temono i produttori è di trovarsi in estate con una produzione più scarsa o, su alcuni terreni, addirittura nulla. «Le germinazioni sono in ritardo, anche quelle delle piante ortofrutticole – continua Francesco Vincenzi, indicando le sue viti ancora spoglie – Faccio questo lavoro da vent’anni e se all’inizio mi preoccupavo sempre della più classica delle calamità, e cioè le grandinate estive, negli ultimi dieci anni quello che spaventa di più, me come tutti gli altri agricoltori, sono le ondate di calore e la mancanza strutturale di pioggia».
L’Osservatorio siccità del Cnr conferma con le sue rilevazioni che il 2022 non è semplicemente un’annata sfortunata. «La frequenza di questi fenomeni è aumentata», afferma Ramona Magno, coordinatrice dell’ente. Secondo la ricercatrice, se prima del Duemila le carenze idriche si verificavano ogni 15/20 anni, negli ultimi due decenni la forbice si è ridotta a 3/4 anni, e non più soltanto in zone d’Italia tradizionalmente siccitose come il Sud. «Sempre più spesso è il Nord Italia l’area più colpita», conferma Magno. Le scarse precipitazioni portano a un progressivo disseccamento del terreno, ma se la loro assenza è molto prolungata anche il livello dei bacini artificiali, dei fiumi e dei laghi inizia a scendere. La mancanza d’acqua non coinvolge soltanto l’agricoltura, ma anche gli impianti idroelettrici che non hanno abbastanza “materia prima” per far funzionare le turbine. In alcuni paesi del Piemonte e della Lombardia, già a marzo, l’acqua per l’uso potabile è stata portata dalle autobotti. «Questa riduzione della portata può avvenire fino al cosiddetto deflusso minimo vitale, la quantità d’acqua minima necessaria alla sopravvivenza di un ecosistema fluviale – prosegue Ramona Magno – Una riduzione della portata del fiume e dei suoi affluenti può provocare, inoltre, una maggior concentrazione di inquinanti all’interno dell’alveo, e quindi avere effetti nocivi per gli esseri viventi che vi abitano».
Minaccia cuneo salino
Se nel medio corso del fiume la siccità si è notata a occhio nudo per settimane nel grigio tenue delle secche sabbiose, verso il Delta erano i rilevatori di salinità a registrarne gli effetti allarmanti. Qui, nel punto in cui si raccoglie tutta l’acqua del bacino, la scarsa portata si traduce infatti nell’avanzamento del cuneo salino, ossia l’intrusione dell’acqua di mare nel letto del fiume, in direzione opposta al suo tipico flusso. Ad aprile le rilevazioni del sistema Copernicus hanno registrato una risalita dell’acqua dell’Adriatico verso l’entroterra per oltre 12 km, un livello che era stato osservato solo in piena estate. Questo fenomeno non interessa soltanto la vita del fiume, ma porta l’acqua salata a infiltrarsi progressivamente anche nelle falde svuotate per la mancanza di precipitazioni. «Con l’intrusione marina, l’acqua dolce prelevata per l’uso irriguo dai pozzi è inutilizzabile – spiega Mauro Mandrioli, docente di Scienze della vita all’Università di Modena e Reggio Emilia – Il solo fatto che il suolo si arricchisca di sali tende a creare uno shock osmotico alle piante. Laddove abbiamo ricorrenti infiltrazioni, inoltre, si possono anche osservare problemi di micro-desertificazione».

Tra i campi del ferrarese, la risalita del cuneo salino di inizio anno ha messo in difficoltà alcune colture, come gli spinaci e i piselli da industria, che vengono messe a semina nei primi giorni di gennaio. «In passato era improbabile irrigare i campi fra gennaio e febbraio», racconta Alessandro Zaghi, agricoltore di Lagosanto, vicino a Comacchio. Quest’anno, con le precipitazioni ridotte allo zero, i coltivatori come Zaghi hanno invece dovuto far ricorso a irrigazioni di soccorso, sebbene fossero consapevoli delle alte percentuali di salinità presenti nell’acqua di falda. «Abbiamo dovuto fare una scelta – continua l’agricoltore – irrigare le piante o perdere il raccolto, ma già dopo la prima irrigazione abbiamo notato che gli spinaci cominciavano a ingiallire: il sale aveva provocato delle abrasioni alle foglie».
Per vedere l’azione del cuneo salino è sufficiente andare a Rosolina, un piccolo paese in provincia di Rovigo. Qui si trova la barriera antisale installata dal Consorzio di bonifica Delta del Po per frenare l’intrusione dell’acqua di mare. Un flusso continuo di piccole onde supera costantemente le paratie e fluisce nell’alveo, che si trova al di sotto del livello del mare. Per gli agricoltori locali, la speranza per la stagione più secca è che la tarda primavera porti con sé piogge abbondanti e ben distribuite. Il rischio, altrimenti, è di dover guardare anche in estate quell’acqua che fluisce in senso contrario. Senza poterla dare “da bere” alle proprie colture.
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L’articolo Allarme siccità per il Po, sull’agricoltura incombe lo spettro del cuneo salino proviene da La Nuova Ecologia.