Il 26 gennaio 1972, festa nazionale in Australia, alcuni aborigeni montano una tenda davanti al Parlamento di Canberra per rivendicare i loro diritti. Resterà per 5 anni,
fino all’Aboriginal land rights act. Ma mezzo secolo dopo la strada è ancora lunga
Nella seconda metà del ventesimo secolo molti popoli indigeni si dotano di strutture politiche e diplomatiche per poter affermare i propri diritti. Se si eccettuano pochi casi isolati, porteranno avanti le proprie rivendicazioni senza usare la violenza e tanto meno il terrorismo, come invece stava accadendo in Europa: si pensi alla Corsica, ai Paesi Baschi, all’Irlanda del Nord. In effetti, i popoli indigeni partono da una posizione particolarmente svantaggiata, quindi il loro primo obiettivo è quello di conquistare una soggettività politica che non hanno mai avuto. In altre parole, il diritto di essere ascoltati come interlocutori e non più come esponenti di civiltà condannate all’estinzione. Le conquiste politiche e sociali dei popoli indigeni sono determinate da vari fattori: le loro capacità diplomatiche, la politica dello Stato dove abitano, la loro posizione geografica, le eventuali risorse naturali dei loro territori. Accanto a questi fattori, gioca un ruolo decisivo l’esistenza di un trattato che definisca chiaramente i loro diritti. Di conseguenza sono particolarmente svantaggiati quei popoli che non sono garantiti da un accordo di questo tipo, come gli Aborigeni australiani (il nome collettivo viene scritto con la maiuscola per distinguerli da tutti gli altri indigeni del pianeta). Dispersi su spazi vastissimi, geograficamente remoti, questi popoli non trovano il sostegno di attori famosi né di altri personaggi. La federazione australiana, nata nel 1901, riconosce il loro diritto di voto soltanto nel 1962, mentre vengono inclusi nel censimento a partire dal 1967. Ma in pratica restano discriminati, minati dalla povertà e dall’alcol, circondati da un ambiente ostile e razzista. Al tempo stesso rimane irrisolto il problema dei loro diritti territoriali.
Il 26 gennaio 1972, giorno della festa nazionale australiana, il primo ministro William McMahon conferma che il governo non intende riconoscere i diritti territoriali degli Aborigeni. In alternativa, il premier propone di concedere le terre in usufrutto, ma soltanto a patto che ne facciano “un uso ragionevolmente proficuo dal punto di vista economico e sociale”, rinunciando però a ogni diritto sullo sfruttamento minerario. A questo punto la misura è colma: quattro aborigeni (Ghillar Michael Anderson, Tony Coorey, Billy Craigie e Bertie Williams) decidono di organizzare un’iniziativa che richiami l’attenzione dei media. Così lo stesso 26 gennaio 1972, sul prato del Parlamento federale di Canberra, montano un ombrellone da mare e danno vita alla cosiddetta “Aboriginal tent embassy”, una sorta di “ambasciata aborigena” presidiata da alcuni attivisti. Diffondono un documento con varie richieste e dichiarano che se ne andranno soltanto dopo che queste saranno state accolte. Ancora una volta, i diritti territoriali giocano un ruolo centrale. L’insolita iniziativa guadagna presto un ampio successo. Gruppi di indigeni si muovono da varie parti dell’Australia per sostenere la protesta. Il governo cerca più volte di far sgomberare i dimostranti, ma invano. Alcuni australiani sostengono la protesta, ma buona parte dell’opinione pubblica si dimostra ostile, tanto è vero che la tenda e le strutture annesse vengono bruciate varie volte e puntualmente riorganizzate.
Alla fine del 1972 le elezioni politiche segnano la vittoria del Partito Laburista, che aveva presentato un programma attento alla minoranza indigena. Il nuovo premier Gough Whitlam istituisce il dipartimento degli Affari aborigeni e un’apposita commissione legislativa. Ma le promesse si concretizzano soltanto nel 1976, e per giunta nel solo Territorio del Nord, con l’Atto dei diritti territoriali aborigeni. Le aspettative suscitate dal governo laburista vengono così deluse. Gli interessi delle compagnie minerarie, inoltre, non vengono minimamente compromessi. Il governo Whitlam migliora comunque le condizioni sociali e sanitarie degli indigeni e soprattutto è il primo che si impegna per riconoscere la centralità dei diritti territoriali.
Alla fine del 1976, in seguito all’Aboriginal land rights act approvato dal governo, gli attivisti aborigeni decidono di smontare l’ambasciata. Il presidio verrà riorganizzato in altre parti della capitale per essere chiuso definitivamente nel 1992. Altre “ambasciate” verranno allestite negli anni successivi. Una viene eretta nel Duemila a Sydney sul terreno dei Giochi olimpici, gli stessi dove Cathy Freeman sarà la prima aborigena a conquistare una medaglia d’oro (400 metri). Anche a Perth e in altre località vengono realizzati presidi analoghi.
Il 26 gennaio 2022 il cinquantenario dell’ambasciata aborigena è stato festeggiato con numerose iniziative. In molte di queste era presente l’unico fondatore rimasto in vita, Ghillar Michael Anderson, che ha sottolineato l’importanza storica dell’ambasciata e i progressi che ha innescato. Al tempo stesso, però, ha rifiutato un approccio nostalgico, affermando che la lotta iniziata all’epoca continua: “Il mio compito non è finito. La strada che dobbiamo fare è ancora lunga”.
Generazioni rubate
Alla fine del secolo scorso, i rapporti già difficili fra gli Aborigeni e la maggioranza australiana vengono ulteriormente aggravati dalla dolorosa questione delle stolen generations. Nel maggio 1997 viene infatti pubblicato il rapporto della commissione federale, che ha svolto un’inchiesta sul trasferimento coatto di bambini aborigeni operato in modo sistematico fra gli anni ’10 e gli anni ’70. Durante questi decenni, migliaia di piccoli aborigeni sono stati forzatamente sottratti alle famiglie e rinchiusi negli orfanotrofi con il proposito di “farne dei bianchi”. Praticamente nessuna famiglia è scampata a questa tragedia, alla quale hanno dato un contributo notevole anche molti religiosi. Il rapporto, che accusa il governo federale di genocidio, chiede un adeguato risarcimento per le vittime. Nessuno però vuole assumersi la pesante responsabilità che deriva da atti così ripugnanti. Anzi, c’è addirittura chi afferma che tutto è stato fatto “nell’interesse dei bambini”. Negli anni successivi inizia un lungo iter, tuttora in corso, di cause legali e richieste di risarcimento.
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L’articolo L’ambasciata senza porte proviene da La Nuova Ecologia.