Bruxelles lavora a una direttiva per imporre alle aziende prevenzione e monitoraggio delle loro attività e degli impatti che hanno su diritti umani e ambiente. Ci sono le pressioni delle lobby e quelle della società civile
di RITA CANTALINO
Dal mensile – Si chiama due diligence e potrebbe cambiare radicalmente il mondo del business nel prossimo futuro. È un meccanismo di prevenzione, monitoraggio e controllo delle attività di impresa e degli impatti che queste hanno su diritti umani e ambiente. Un tema sempre più all’ordine del giorno, soprattutto nella ripresa post pandemia, con la necessità di investimenti nei settori messi in crisi dal prolungato stop imposto dal virus e dal tentativo di indirizzare in direzione sostenibile tali investimenti. È per questo che la Commissione europea sta lavorando alla stesura di una direttiva che imponga alle imprese la due diligence lungo la loro filiera.
«È una prospettiva ambiziosa, rivoluzionaria – sostiene Giosuè De Salvo di Mani Tese, portavoce della campagna “Impresa 2030” – Per le istituzioni si tratta di rovesciare un paradigma, di mettere al primo posto i diritti umani e l’ambiente. Per le imprese significa invece assumersi finalmente la responsabilità delle proprie azioni e degli effetti che generano. Significa – insiste De Salvo – tenere in considerazione non soltanto i fatturati e la stabilità del quadro economico ma anche il prezzo extra monetario al quale vengono realizzati i profitti: le vite di tutti gli attori coinvolti». Il rischio è che in questa fase di negoziazione le pressioni di lobby e grandi imprese rendano il testo poco efficace, minandone alle basi l’incisività. Non mancano, in tal senso, segnali preoccupanti. La stessa discussione, in sede di Commissione, ha già subito diversi slittamenti: inizialmente fissata per lo scorso giugno, è stata posticipata a ottobre, poi a dicembre e dopo ancora a febbraio. Al momento di scrivere non sappiamo se anche quest’ultimo appuntamento sarà stato fatto slittare.
«Il rischio di pressioni esterne è elevato – riprende De Salvo – ma bisognerà tener conto anche delle pressioni che arrivano dalla società civile. In Italia più di dieci grandi organizzazioni – fra cui noi di Mani Tese, Action Aid, Fairtrade, Focsiv, Oxfam e Save The Children – hanno lanciato “Impresa 2030”, una campagna per chiedere ai decisori politici di tenere ben saldo il principio alla base dell’idea stessa della direttiva. Fortunatamente, sta avvenendo la stessa cosa in tutta Europa».
Al momento sono infatti attive dieci campagne in altrettanti Stati. Ispirate agli United Nations guiding principles on business and human rights, le ong scese in campo chiedono che la direttiva sia basata su tre assi principali: la responsabilità delle imprese sugli impatti delle proprie attività, il dovere degli Stati di proteggere i propri cittadini da questi impatti e il diritto, per chi ne è vittima, di avere accesso alla giustizia. Le catene di filiera sono particolarmente importanti per quest’ultimo punto: è lungo le loro maglie, nelle zone grigie delle diverse legislazioni nazionali, che avvengono le violazioni più significative. Sono numerose le imprese capofila di supply chain che si affidano, in maniera più o meno consapevole, a fornitori che a loro volta, per garantire prezzi competitivi, lesinano sul rispetto dei diritti dei lavoratori e dei territori in cui operano.
Lo scorso novembre il centro di ricerca Verisk Maplecroft ha pubblicato uno studio che indaga i maggiori rischi di land grabbing connessi alla produzione di materie prime. Secondo il report, una serie di materie prime – in particolare olio di palma e cobalto, ma anche altre produzioni agricole e metalli utili alla produzione di tecnologie green – favoriscono il furto di terre nei Paesi in cui vengono prodotte. Si tratta di contesti in cui spesso le istituzioni sono deboli e corrotte, le legislazioni permissive. Dove le imprese, invece di portare benessere, non fanno che ledere il capitale naturale e i diritti delle comunità che abitano quei territori.
«L’esempio più chiaro è quello dell’estrazione mineraria, che ha tutte le caratteristiche di un’impresa coloniale – denuncia Andrea Stocchiero di Focsiv – Abusa delle risorse naturali e delle persone per soddisfare il modello consumistico e capitalistico dei Paesi sviluppati. L’intero settore deve subire un radicale cambiamento per prevenire danni alle comunità e ulteriori disastri ambientali. Le leggi dovrebbero essere implementate in modo significativo per regolare, limitare e proibire le operazioni minerarie illegali. La società civile – conclude Stocchiero – deve monitorare e denunciare gli abusi aziendali e la distruzione ambientale. Internet e i social media possono essere strumenti potenti per sollevare una questione fondamentale: il “diritto di dire no”. È questo il momento di agire insieme e di proteggere la nostra casa comune».