Il Piano italiano per l’attuazione della Pac post 2022 inviato a Bruxelles insiste su un modello agricolo insostenibile. La lettera aperta delle associazioni per cambiare rotta
Dal mensile – A meno di clamorosi colpi di scena, l’agricoltura italiana arriverà alle porte del 2030 senza imboccare la strada della transizione ecologica. Questa almeno sembra la conclusione da trarre osservando la bozza di Piano strategico nazionale inviata dal ministero alla Commissione europea il 31 dicembre, i cui dettagli verranno però discussi fino a fine mese. La nuova politica agricola comune (Pac) sussidierà il settore primario fino al 2027 e in base alle sue regole gli Stati membri potranno spendere le risorse stanziate. Il piatto vale 387 miliardi in sette anni, circa un terzo del bilancio comunitario. Il modo in cui verranno spesi questi fondi giocherà un ruolo chiave nel raggiungimento – o nel fallimento – degli obiettivi del Green deal, dato il contributo del settore agroalimentare alle emissioni, al declino della biodiversità e all’inquinamento di aria e acque.
Secondo Legambiente, che nell’ambito della coalizione #CambiamoAgricoltura ha scritto una lettera aperta chiedendo al ministero dell’Agricoltura di cambiare rotta, “il piano italiano ripropone e rilancia l’attuale modello di agricoltura non sostenibile, affossando la transizione agroecologica auspicata dalle strategie europee”. Per le 17 associazioni firmatarie, infatti, le proposte per ridurre pesticidi e fertilizzanti, contrastare la crisi climatica e arrestare il declino della biodiversità rimarrebbero scollegate dalla nuova politica agricola, che doveva invece essere il principale strumento per metterle in pratica. La crisi dettata dal Covid e la paura di perdere competitività avrebbero spinto le grandi lobby a contrastare una revisione dei sussidi agricoli, nel tentativo di mantenere le attuali rendite di posizione.
Varata nel dopoguerra per sostenere la produzione europea, la Pac ha preso da tempo una direzione pericolosa. Ha sostenuto le grandi aziende nella loro espansione, provocando in dieci anni la scomparsa di 4 milioni di fattorie su 14. Allo stesso tempo ha sostenuto la produzione di commodities da parte dei grandi produttori interessati all’export, causando competizione iniqua anche all’estero. I sussidi pubblici hanno incentivato l’intensificazione della produzione, la standardizzazione del cibo, la concentrazione dell’allevamento e la crescita dell’impatto dell’agricoltura. In tutto ciò, le misure correttive non hanno funzionato: secondo un rapporto della Corte dei Conti europea, i 100 miliardi destinati nell’ultima riforma (2014-2020) all’azione climatica non hanno prodotto effetti.
La nuova Pac era l’occasione per abbandonare questo modello, ma sembra che i progressi fatti siano inconsistenti. Come spiega Damiano Di Simine, referente di Legambiente nella coalizione #CambiamoAgricoltura, «gli ecoschemi, vera novità di questa Pac, avrebbero dovuto condizionare parte dei fondi all’adozione di pratiche benefiche per l’ambiente e il clima. Invece, più di metà delle risorse finirà in contributi mascherati per categorie come allevamento intensivo e olivicoltura industriale, che rischiavano di perdere competitività per la riduzione di alcuni privilegi». Ad esempio, gli allevatori potrebbero essere pagati con fondi per la sostenibilità senza ridurre il numero di animali allevati, misura che avrebbe un impatto climatico e ambientale positivo. L’unica nota lieta viene dall’aumento dei fondi destinati all’agricoltura biologica, troppo poco però per spingere il settore verso quel cambio di paradigma necessario.