Adriano Karipuna, custode della foresta amazzonica, è in Italia per gli eventi organizzati nell’ambito della campagna AMAzzonia di Cospe, per chiedere aiuto in favore dei popoli nativi. Le sue parole portano un messaggio di speranza, sostenibilità e rispetto reciproco
di SILVIA ARGENTIERO
Dal mensile – “Ama la terra, ama te stesso, AMAzzonia”. È lo slogan della campagna dedicata alla grande foresta e promossa da COSPE, organizzazione no profit per lo sviluppo e la cooperazione internazionale. Il sostegno alla foresta tropicale parte dall’amore per la Terra e si trasforma in qualcosa che ci riguarda intimamente, che tocca noi e la nostra vita. La campagna AMAzzonia è volta a sostenere i popoli indigeni della foresta amazzonica nella lotta di resistenza delle loro comunità, minacciate dalla deforestazione incontrollata e dell’intensa attività di estrazione mineraria. Proteggere gli indigeni, veri custodi della foresta, significa garantire la sopravvivenza della Terra e di tutte le sue popolazioni, anche quelle che si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

Con questa consapevolezza, e con l’intento di offrire un contributo anche a distanza, La Nuova Ecologia ha incontrato Adriano Karipuna in occasione del suo viaggio in Italia. Leader nativo del popolo di Rondônia e figura simbolo della resistenza dei popoli indigeni dell’Amazzonia, Karipuna, 36 anni, studia Legge per difendere i diritti del suo popolo. È stato ospitato da COSPE per una settimana in Italia al fine di diffondere il suo appello e chiedere aiuto ai Paesi europei. Rondônia è infatti uno Stato del nord ovest del Brasile, al confine con la Bolivia, fortemente minacciato da intense attività di deforestazione. Nei suoi 152.000 ettari di foresta vivono i Karipuna, popolazione indigena che oggi conta gli ultimi 60 indios della regione. Ai nostri occhi la foresta amazzonica è un luogo stupendo, immenso e potente, selvatico e spaventoso. Basti pensare ai “fiumi volanti”, fiumi aerei carichi di umidità che si estendono su gran parte del continente sudamericano. Alimentati ogni giorno da circa 20 miliardi di tonnellate d’acqua che si innalzano in atmosfera, sono in grado di influenzare i modelli climatici dell’intero pianeta. Uno degli impegni italiani del leader è stato l’evento al Parco Nord di Milano, che ha aderito alla campagna AMAzzonia, come ha fatto anche Legambiente Lombardia, e che dedicherà all’Amazzonia il Festival della Biodiversità del prossimo settembre per contribuire attivamente a supportare le popolazioni indigene. Lo abbiamo incontrato lì.
Come si vive a così stretto contatto con la foresta?
“È vero che la foresta può essere pericolosa, ma la nostra è una relazione di amore e di cura. Tutte le volte che noi ce ne occupiamo, la foresta non è più nemica ma diventa parte della nostra vita”
Vivete da sempre in Amazzonia, per noi ne siete i custodi. Come funziona l’equilibrio tra popolazioni indigene e foresta?
“Noi rispettiamo la natura e sappiamo che se la foresta ci offre qualcosa, la possiamo prendere solo nella misura in cui la rispettiamo. Sappiamo che se andiamo a pescare e vediamo un pesce con i “piccoli” non lo possiamo prendere, anche se abbiamo fame; ugualmente se vediamo un cinghiale, un tapiro o altri animali con i cuccioli, non li cacciamo. Se non c’è questo rispetto c’è un disequilibrio: noi chiediamo sempre un’autorizzazione alla natura per quello che facciamo nella foresta. Gli indigeni rispettano la foresta, la vedono come la loro madre e la proteggono. Sono i non indigeni che non lo fanno. Chi arriva dall’esterno la vede solo come un bacino da poter sfruttare”.
Quali altre minacce hanno subito nella storia le popolazioni indigene? Cosa è cambiato e sta cambiando adesso?
“La foresta è stata sempre minacciata, ma adesso le cose stanno peggiorando. Il governo brasiliano continua con una politica a favore della deforestazione e non a tutela delle popolazioni indigene. Ci sono due leggi che sono state varate dal governo Bolsonaro che sono devastanti per il territorio. Una è la Legge n. 191, che riguarda la legalizzazione dell’estrazione mineraria, che sta provocando gravi problemi non solo ai Karipuna ma anche alle popolazioni Yanomami del nord al confine con il Venezuela. La seconda legge è la n. 490, chiamata legge del “marco temporal”, che cerca di ridurre al minimo i riconoscimenti dei perimetri delle proprietà delle terre indigene e di cancellare i confini di quelle già riconosciute. Queste sono “leggi criminali” che ci danneggiano. Perciò sono venuto in Italia, per chiedere di aiutare i popoli indigeni”
Quali associazioni ambientaliste e organizzazioni internazionali sostengono la vostra causa?
“Sono le associazioni locali ad aiutare e supportare il popolo Karipuna, come Greenpeace Brasile il CIMI – Consiglio Indigenista Missionario. Come associazioni internazionali ad oggi c’è COSPE che ci sosterrà nella nostra lotta. Alle associazioni ambientaliste chiediamo di farsi sentire con forza in occasione delle COP, momenti importanti in cui è possibile chiedere ed esigere dal Governo brasiliano di mettere in pratica la normativa esistente. Ad esempio chiediamo di rispettare l’articolo n. 95 della Costituzione e mantenere le promesse fatte, non solo nell’ultima COP ma anche in quelle precedenti, per difendere le popolazioni indigene e fermare la deforestazione”.
Chi ha la responsabilità e la possibilità di cambiare quello che oggi è il destino della foresta?
“Ci sono altri attori che potrebbero aiutarci, dipende dalla loro volontà. Noi accettiamo molto volentieri l’aiuto che verrà. Quello che possono fare le organizzazioni, tra le altre cose, è aiutarci con la riforestazione: molti ettari sono andati distrutti e abbiamo bisogno di riforestare perché la deforestazione ha avuto un impatto soprattutto in tre ambiti: salute, economia e ambiente”.
Lei è anche studente di Legge. Perché ha fatto questa scelta?
“Tra le facoltà possibili c’erano anche Biologia e Medicina. Poi ho scelto Diritto perché voglio difendere i diritti del mio popolo. Sono il primo Karipuna a studiare Diritto; quando avrò finito vorrei specializzarmi in Diritto ambientale”.
In Occidente si è persa un po’ la connessione con la natura. C’è un consiglio che può darci per ritrovare questo legame?
“Sono rimasto molto impressionato dai giovani e di come loro rispettano la natura. A Firenze ho incontrato tanti attivisti ambientali (Fridays for future e Associazione agricoltura tropicale, ndr), ragazzi che si dedicano volontariamente alla causa. Non voglio dire che non ci sia questa relazione con la natura, ma tutto cambierà quando riuscirete a entrare in sintonia con essa e imparerete ad ascoltarla, a rispettare gli animali, gli alberi e tutto ciò che ci circonda. Solo in quel momento forse riuscirete a entrare in questa connessione e a viverla come noi la viviamo”.
Quando tornerà a casa, cosa racconterà alla famiglia e alla comunità di questo viaggio in Italia?
“Racconterò che ho visto il centro storico di Firenze, il parco, le bellezze e il cibo, completamente diverso, e che per la prima volta ho visto piovere ghiaccio (a Firenze ha grandinato, ndr). Racconterò anche di come sono stato accolto a braccia aperte da tutte le persone che ho incontrato. Si dice che gli italiani sono accoglienti: l’ho sperimentato personalmente. Mi sono molto emozionato. Non ho pianto con gli occhi ma ho pianto dentro, quando a Roma ho ricevuto l’applauso (in occasione dell’evento al MAXXI organizzato da COSPE, ndr): ho ricevuto un’accoglienza che non mi ha discriminato, cosa che invece generalmente succede. Questo mi ha molto toccato e lo racconterò. Il fatto di essere accolti per noi è un dono molto prezioso”.
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