L’autrice Roberta Ragni si è aggiudicata la vittoria nella categoria dei servizi giornalistici dedicati al benessere e ai diritti degli animali in Italia e all’estero. L’inchiesta, pubblicata su La Nuova Ecologia di febbraio 2022, ha vinto il premio messo a disposizione dall’Ente nazionale protezione animali (Enpa)
“Il prezzo della pelliccia” è l’inchiesta sulla messa al bando degli allevamenti di visoni pubblicata su La Nuova Ecologia di febbraio a firma di Roberta Ragni, che si è aggiudicata il premio giornalistico Ivan Bonfanti 2022 nella categoria dei servizi giornalistici dedicati al benessere e ai diritti degli animali in Italia e all’estero. Il premio è messo a disposizione dall’Ente nazionale protezione animali (Enpa).
Il concorso giornalistico “Ivan Bonfanti”, arrivato alla sua tredicesima edizione, è dedicato al reporter del quotidiano Liberazione scomparso improvvisamente nel 2008 all’età di 37 anni, ed è promosso da Stampa Romana e dall’Associazione Ivan Bonfanti.
In giuria: Loredana Colace e Lazzaro Pappagallo (Associazione Stampa Romana), Ugo Tramballi (inviato de Il Sole 24ore), Antonio Talia (Radio24), Alessandro Mantovani (Il Fatto quotidiano), Andrea Fabozzi (il manifesto), Giulia Belardelli(Huffington Post), Asher Salah (docente all’Università Bezalel e alla Hebrew University di Gerusalemme), Andrea Milluzzi (La7), Luigi Sandri (ex direttore Confronti), Stefano Bocconetti (giornalista), Martino Mazzonis (giornalista), Michele Gualano (Enpa).
L’inchiesta: IL PREZZO DELLA PELLICCIA

di ROBERTA RAGNI
L’Italia chiude gli allevamenti in cui questa e altre specie sono confinate senza possibilità di muoversi e con il rischio di veicolare Covid mutato. Ma per gli oltre settemila esemplari ancora in vita il futuro è tragico
Dal mensile di febbraio – Sugli animali da pelliccia, in Italia, si volta definitivamente pagina. Dal primo gennaio sono vietati l’allevamento, la riproduzione in cattività, la cattura e l’uccisione di visoni, volpi, cani procione, cincillà e animali di qualsiasi specie per ricavarne pelliccia. La Camera ha approvato in via definitiva l’emendamento alla Legge di Bilancio 2022 che porterà entro sei mesi alla chiusura di tutti gli allevamenti di visoni, gli ultimi animali da pelliccia a essere ancora allevati nel nostro Paese. Le ragioni dietro il provvedimento non sono solo etiche, ma soprattutto di natura sanitaria.
Gli allevamenti di animali da pelliccia, infatti, sono stati al centro del dibattito mondiale a causa della scoperta in alcuni Paesi (tra cui anche l’Italia, insieme a Danimarca, Olanda, Spagna, Svezia e Stati Uniti) di un virus mutato del Covid in numerosi esemplari di visoni. Per questo motivo, milioni di animali sono stati abbattuti negli ultimi due anni in tutto il mondo nel tentativo di fermare la trasmissione all’uomo. Questo perché, come hanno spiegato gli immunologi, in un allevamento intensivo il virus può circolare molto e può infettare tanti animali. Ed è possibile che cominci a mutare, generando varianti più pericolose che poi possono tornare all’uomo. Un terreno fertile, dunque, che potrebbe consentire al virus di fare salti pericolosissimi uomo-visone e visone-uomo.
«L’abbattimento di milioni di visoni è stata una tragedia annunciata che ha posto fine alla prolungata agonia di questi animali, che nel frattempo hanno continuato a sopravvivere all’interno delle anguste gabbie in cui da sempre sono confinati come “riproduttori”, sfruttati per destinare i propri cuccioli alle pellicce», spiega Simone Pavesi, responsabile area Animal free fashion della Lav.
Un emendamento alla Legge di Bilancio 2022 prevede la chiusura entro sei mesi di tutte le strutture ancora presenti nel nostro Paese
Il 14 aprile del 2020 i primi visoni rinchiusi in un allevamento nei Paesi Bassi sono risultati positivi al Coronavirus. Da allora, si sono sviluppati oltre 400 focolai tra Europa e Nord America. È accaduto anche nel più grande allevamento italiano, a Capralba, in provincia di Cremona, dove sono stati abbattuti 26.200 visoni. Era agosto 2020. Stessa sorte, a gennaio 2021, per i 3.000 esemplari dell’allevamento di Villa del Conte, in provincia di Padova.

di Capralba (Cr) dove i visoni sono stati abbattuti per la positività al Covid di alcuni esemplari
Trattamenti bestiali
Rinchiusi al buio, in gabbie minuscole dove non possono neanche muoversi, finiscono per ferirsi denti, bocca e zampe. Mangiano e dormono tra i loro escrementi e spesso tra le carcasse di coloro che non ce la fanno. Una breve vita che finisce nelle camere a gas, dove vengono soffocati proprio per non rovinare la loro pelliccia. Le investigazioni sotto copertura delle associazioni animaliste italiane avevano già documentato, sin dal 2013, le condizioni all’interno di alcune di queste strutture. «In ogni allevamento, la realtà riportata è sempre la stessa: cadaveri, gabbie piccolissime e affollate, comportamenti stereotipati, infezioni e ferite non curate. Come tutti gli animali costretti in un allevamento, tutto quello che i visoni possono fare è subire questa condizione di privazione continua dei loro istinti, esigenze e necessità. Ora abbiamo la prova che la promiscuità, l’affollamento, gli animali feriti o morti vicini a quelli sani, che abbiamo da sempre documentato nelle nostre investigazioni, rischiano di facilitare la diffusione del virus. È il modello intensivo a essere il problema», racconta Simone Montuschi, presidente di Essere Animali, che con la campagna “Visoni Liberi” ha condotto per oltre dieci anni investigazioni all’interno degli allevamenti italiani. Di questi oggi ne sono rimasti soltanto cinque, nelle province di Brescia, Cremona, Forlì-Cesena, Ravenna e L’Aquila, che complessivamente detengono 7.230 visoni “riproduttori”.
Promiscuità, affollamento, animali feriti o morti vicino ai sani facilitano la diffusione del virus
Una norma di civiltà
Entro il 30 giugno 2022 questi allevamenti, e altre cinque strutture che però sono senza animali, dovranno essere smantellati. Agli allevatori saranno concessi indennizzi proporzionati alla numerosità dei visoni presenti, un contributo del 30% del fatturato registrato nell’ultimo ciclo produttivo e un contributo a fondo perduto massimo di 10.000 euro per la copertura delle spese di demolizione dei fabbricati e degli impianti, oppure di quelle sostenute per la ristrutturazione e riconversione in attività agricola diversa dall’allevamento di animali. Per l’Associazione italiana pellicceria, “questo voto cancella un pezzo di made in Italy e un intero settore produttivo – ha commentato in una nota il loro presidente, Roberto Tadini – in un momento storico che vede una pandemia in corso e un Paese nuovamente provato dalla permanenza del virus. Riteniamo che con questo gesto sia stato bandito un pezzo di storia d’Italia”. I pellicciai italiani hanno rivolto il loro appello anche al presidente Draghi per non cancellare quella che loro definiscono “un’eccellenza nel mondo, che appartiene a una tradizione e a una cultura rurale di secolare memoria”.
Destino segnato
L’emendamento alla Legge di Bilancio prevede la possibilità di trasferire gli animali in strutture preferibilmente gestite, direttamente o indirettamente, da associazioni animaliste riconosciute. Ma, in realtà, è molto probabile che la maggior parte dei visoni venga abbattuta. «Siamo di fronte a circa settemila esemplari di animali selvatici, predatori che non vivono in branco. Sarà difficile trovare una sistemazione adeguata, perché attualmente siamo di fronte a una carenza di strutture che possano accoglierli tutti, anche se faremo di tutto per salvarne il più possibile», conclude Pavesi della Lav. Il vero prezzo delle pellicce lo hanno pagato gli animali, ma lo stiamo pagando ora anche noi. E ce ne siamo accorti troppo tardi.
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Divieto continentale
L’allevamento di animali allo scopo di produrre pellicce è già stato vietato, o lo sarà a breve, in numerosi Paesi europei. Si va dal Regno Unito (2000) alla Svizzera (2000), proseguendo con Austria (2004), Slovenia (2013), Repubblica di Macedonia (2014), Croazia (2017), Lussemburgo (2018), Repubblica Ceca (2019), Serbia (2019), Germania (2022), Belgio (2023), Irlanda (2022), Norvegia (2025), Estonia (2026), Francia (2026), Bosnia Erzegovina (2029). Anche l’Olanda ha anticipato a gennaio 2021 il divieto precedentemente fissato al 2024, mentre si attende una decisione in merito in Svezia e Danimarca, dove gli allevamenti di visoni sono stati sospesi solo temporaneamente. L’Ungheria, infine, ha disposto il divieto di importazione di visoni come misura preventiva.
I numeri
5 allevamenti attivi nelle province di Brescia, Cremona, Forlì-Cesena, Ravenna e L’Aquila
7.230 visoni “riproduttori” ancora detenuti: 3.373 in Lombardia,a Calvagese della Riviera (Bs) e Capergnanica (Cr); 2.773 in Emilia Romagna, a Galeata (Fc) e San Marco (Ra); 1.084 in Abruzzo, a Castel di Sangro (Aq)
29.200 i visoni abbattuti negli allevamenti che sono stati focolaio di Coronavirus in Italia: 26.200 a Capralba (Cr), virus rilevato ad agosto 2020 e 3.000 a Villa del Conte (Pd), virus rilevato a gennaio 2021 (Fonte Lav/Essere Animali)