A colloquio con il fondatore del centro di sperimentazione “Casa laboratorio di Cenci”
Dal mensile di settembre – «L’educazione ambientale ha bisogno di testimoni, di persone credibili, che agiscono per il cambiamento». Parola di Franco Lorenzoni, maestro elementare per quarant’anni, fondatore nel 1980 in Umbria della Casa laboratorio di Cenci, centro di sperimentazione educativa e artistica che si occupa di temi ecologici, interculturali e di inclusione. Il suo ultimo libro è I bambini pensano grande (Sellerio).
Maestro, ci spiega perché l’educazione ambientale non può essere slegata dalle azioni di ciascuno?
C’è un altissimo livello di sofferenza tra gli adolescenti, oggi. È una sofferenza che si somma con quella del pianeta in modo pericoloso, perché non c’è peggior cosa che sentirsi impotenti. Per affrontare i temi della conversione ecologica − usando un’espressione di Alex Langer – c’è invece bisogno di molta energia, di immaginazione e conoscenza. Purtroppo, la credibilità di noi adulti è scarsa: i ragazzi sanno che stiamo lasciando in eredità un mondo peggiore di quello che abbiamo trovato. Le nostre non sono buone credenziali per insegnare qualcosa. Ecco perché è complicato fare educazione ambientale in modo coerente e c’è bisogno di testimoni. La scuola può trovare alleati nelle associazioni ambientaliste o in quegli adulti che provano o hanno provato a fare qualcosa di concreto in difesa del pianeta. L’educazione ambientale non vuol dire solo ragionare in modo diverso, significa innanzitutto cambiare il modo di operare.
La questione della poca credibilità degli adulti è al centro del movimento dei Fridays for future…
Le parole e l’esempio di Greta hanno avuto un effetto planetario così potente perché esprimevano un tema chiave: capire è cambiare e, se non cambi, vuol dire che non hai capito. Il mondo degli adulti sembra incapace di mutare, perché ci sono interessi economici, per negligenza, per superficialità… È un mondo che si rifiuta ancora di capire qualcosa che era evidente ad alcuni scienziati mezzo secolo fa: le conseguenze del riscaldamento globale e dell’alterazione degli equilibri ecologici a causa di scelte economiche che caratterizzano il mondo intero. I Fff sono stati il primo movimento studentesco a mettere al centro il desiderio di sapere, la ricerca di una conoscenza che è cambiamento.
Che ruolo ha l’insegnante in un quadro tanto complesso?
Quando i ragazzi scioperavano per il clima io mi chiedevo: e noi docenti cosa facciamo di venerdì? Cosa abbiamo da dire? Gli adolescenti sono abituati a essere radicali nei loro ragionamenti: credo che la prima cosa da fare sia prenderli sul serio, in quel desiderio di approfondire, di chiarire e agire. Le scuole aperte al territorio, in questo senso, hanno molte possibilità. Possono lavorare con le associazioni, uscire dalle proprie mura, fare lezioni in luoghi pubblici, diventare piazze dove la piazza non c’è, luoghi di incontro, di scambio di idee e pratiche. Il cambiamento necessario è urgente e radicale e richiede tutta l’immaginazione possibile. Noi insegnanti dobbiamo metterci in gioco anche perché, per essere onesti, sappiamo davvero molto poco di ecologia. Dobbiamo rimetterci a studiare, a ragionare, sia sul metodo che sui contenuti.
L’educazione ambientale nella scuola italiana è compresa nelle ore di educazione civica: sembra poco per rispondere alle sfide del presente. Che ne pensa lei?
È inimmaginabile che un’educazione ambientale seria si possa fare in un’ora a settimana. Si tratta invece di progettare e organizzare il curricolo in modo da affrontare un tema ambientale all’anno, cercando di capire come le diverse discipline possano convergere, per alimentarlo e arricchirlo. Può essere una ricerca interessante per insegnanti e studenti: qual è il contributo della letteratura, della fisica, della matematica per la conversione ecologica? L’educazione ambientale è un punto di incontro e intreccio tra metodi e contenuti. Il contenuto, ossia come uscire dalla crisi, è importante tanto quanto il metodo, che deve essere basato sull’incontro e sul dialogo, su pratiche didattiche attive, per non diventare una predica noiosa.
Quali consigli darebbe al prossimo ministro dell’Istruzione?
Far conoscere e circolare le pratiche più interessanti ed efficaci che in questi anni sono state realizzate in molte scuole italiane. Raramente il ministero è stato capace di svolgere il ruolo di moltiplicatore di buone idee. L’insegnamento è una pratica artigiana e i risultati migliori si ottengono quando si coniugano le istanze dall’alto con quelle dal basso, valorizzando il lavoro degli studenti, facendo partecipare la popolazione alle attività scolastiche.
Come affrontare la povertà educativa che colpisce soprattutto alcune aree?
Ho fatto parte di una commissione voluta dal ministro Bianchi per elaborare strategie di contrasto alla povertà educativa. Abbiamo proposto di investire risorse ingenti nelle zone più marginali, riconoscendo che ci sono luoghi in cui la scuola e gli insegnanti hanno bisogno di un sostegno speciale, come avviene in Francia con le “Zone di educazione particolare”. Ma non siamo stati ascoltati: il ministro ha preferito dare finanziamenti a pioggia e noi ci siamo dimessi. Eppure, sappiamo che la pedagogia si è sempre rinnovata partendo dai più fragili, dai margini. Questo sarebbe il momento di farlo.