L’ecofemminista e attivista camerunense, insignita dalla Fao con il riconoscimento intitolato a Wangari Maathai, si racconta a “Nuova Ecologia”. Dall’infanzia nei campi segnata dalla povertà all’impegno ambientalista
di RITA CANTALINO
Dal mensile di settembre – Cécile Ndjebet ha dedicato la sua vita alle foreste e all’autodeterminazione delle donne. Alla possibilità per ognuna di godere della proprietà della terra. Già, perché in Camerun, il suo Paese, non è un diritto: in molte comunità le donne non possono possedere terre forestali o ereditarle. Né possono piantare alberi su terreni abbandonati. Da molti anni qualcosa è cambiato però, grazie a Cécile Ndjebet e all’African women’s network for community management of forests. La rete a tutela dei diritti delle donne è una sua creatura e per questo, e molto altro, lo scorso 5 maggio è stata premiata dalla Fao con il Wangari Maathai forest champions award per il suo “eccezionale contributo alla conservazione delle foreste e al miglioramento della vita delle persone che dipendono da esse”.
Negli ultimi anni c’è più attenzione ai meccanismi che negano alle donne la possibilità di compiere percorsi in autonomia. Lei si occupa di questo da molto tempo. Vuole raccontarci come e perché è nato il suo impegno su questo fronte?
Vengo da una famiglia contadina e sono cresciuta con mia madre e mia sorella. Entrambe coltivavano la terra, vivevamo di quella. Spesso andavo con loro nella foresta a raccogliere cibo. Ho sperimentato sulla mia pelle le sfide che, come donne povere, dovevamo affrontare nel villaggio. Per questo ho deciso che sarei voluta diventare medico o agricoltore. Quando sono stata ammessa alla scuola superiore per me si era aperta una grande opportunità, ma dovevo lavorare sodo: sarebbe stato difficile per la mia famiglia pagare le tasse. Avendo possibilità economiche ridotte, ho abbandonato l’idea di fare medicina per studiare agricoltura e dopo la laurea sono andata a lavorare al ministero dell’Agricoltura. Mi piaceva lavorare nelle zone rurali, in particolare con le donne. Mi ricordava l’infanzia. Per migliorare la mia formazione sono anche andata a studiare nei Paesi Bassi, grazie al governo che ha pagato tutti i miei master. Tornata in Camerun, ho lavorato all’Istituto panafricano per lo sviluppo dell’Africa Centrale (Ipd-Ac). Dopo tre anni, insieme ad altri colleghi l’abbiamo lasciato per creare la nostra ong: Camerun Ecologia (Cam-Eco).
Qual è la vostra mission?
Rafforzare gli attori dello sviluppo, tenendo insieme questioni di genere e protezione ambientale. Ci siamo resi conto della necessità di concentrarsi sul diritto delle donne alla terra e alla foresta, e abbiamo deciso di approfittare della conferenza internazionale su “Nuove opportunità per l’Africa occidentale e centrale”, tenutasi a Yaoundé nel 2009. Con 45 donne abbiamo creato la Rete delle donne africane per la gestione comunitaria delle foreste (Refacof). Da allora, insieme, sosteniamo i diritti delle donne sui terreni e sulle foreste: abbiamo dimostrato che senza un diritto di possesso garantito la gestione sostenibile delle foreste non può essere raggiunta, la lotta contro la povertà realizzata, gli effetti dei cambiamenti climatici mitigati. Abbiamo costruito alleanze strategiche con persone chiave che prendono decisioni, svolto attività sul campo per la costruzione di prove, partecipato a incontri e conferenze in tutto il mondo. Abbiamo organizzato corsi di formazione, costruito le capacità delle comunità locali e delle donne, migliorato la partecipazione femminile a diversi meccanismi e strutture decisionali, promosso e sostenuto la creazione e la gestione delle foreste comunitarie, sviluppato e implementato alcune imprese forestali della comunità e iniziative di ripristino delle donne.
Ci sono state donne che più di altre sono state un esempio per lei?
Tre donne mi hanno lasciato una profonda impressione. La mia giovane insegnante di inglese ai tempi della scuola: è grazie a lei se ho amato l’inglese e se ho pensato che sarei dovuta diventare un’insegnante. Al liceo sono stata invece molto attratta da una donna membro del Parlamento e insegnante. Mi sono sempre detta che sarei dovuta diventare una grande donna come lei. Infine, sono stata ispirata da Wangari Maathai! La mia determinazione, le mie motivazioni, l’amore che ho per la natura, per la biodiversità, per i paesaggi, la mia lotta per i diritti delle donne rurali e per migliorare le loro condizioni di vita vengono dalla mia infanzia e dal mio incontro con Wangari Maathai.
Ci racconta il suo incontro con Wangari Maathai?
L’ho conosciuta nel 2009, quando ha visitato Cam-Eco, che fu tra i primi beneficiari del Congo forest fund (Cbff). Era la presidente del consiglio di amministrazione della Cbff e volle visitare l’organizzazione cui erano stati assegnati i fondi. Abbiamo trascorso la giornata insieme, mi ha raccontato il suo amore per la natura, per le foreste; l’importanza di preservare l’ambiente, il pericolo del cambiamento climatico, la responsabilità umana, l’importanza delle foreste per l’ambiente, il contributo delle donne. Quando ci siamo separate mi ha detto: “Questa è la missione che ti lascio: mobilitare tutte le donne africane, sensibilizzarle a piantare alberi da frutto, che porteranno molti benefici; miglioreranno l’alimentazione dei loro figli e delle loro famiglie, genereranno reddito e contribuiranno a mitigare gli impatti del cambiamento climatico. Il mondo intero beneficerà delle loro azioni! Convinci le donne a piantare alberi: se hai bisogno di soldi, te li darò io”. Queste parole sono state l’innesco per la mia lotta per il rimboschimento, per la conservazione, per i diritti delle donne sulla terra e sulle foreste.
Può parlarci dei progetti Refacof?
L’ambiente è degradato a causa dell’azione umana, i progetti di recupero spesso sono attuati senza coinvolgere le comunità locali, soprattutto donne e giovani. Refacof (acronimo di Le Réseau des femmes africaines pour la gestion communautaire des forêts, ndr) interviene sia a livello strategico per influenzare le politiche che a livello comunitario per attuare azioni concrete: facciamo advocacy, abbiamo partecipato ai processi di riforma fondiaria e forestale in diversi Paesi, alcuni dei quali hanno portato a nuove leggi, più favorevoli a comunità e donne. Il nostro impegno è per la valorizzazione della biodiversità, il ripristino del paesaggio, l’adattamento e la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici. In questo momento stiamo lavorando a un progetto continentale di piantumazione di 20 milioni di alberi: è il nostro contributo al Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi. Tutto sempre con le donne. La gestione sana delle foreste e lo sviluppo sostenibile a cui miriamo possono essere raggiunti solo se le donne rurali verranno messe al centro di tutte le politiche, meccanismi, processi, programmi e progetti. Senza di loro non si può fare nulla di sostenibile.
‘Senza un diritto di possesso garantito alle donne la gestione sostenibile delle foreste non può essere raggiunta’
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