In uno degli anni più secchi della storia, Bratti è il nuovo segretario dell’Autorità di bacino del grande fiume
Si estende dalla Valle d’Aosta alle Marche, interessando nove regioni italiane, cui si aggiungono porzioni di territorio francese e svizzero. Le dimensioni del bacino idrografico del Po danno l’idea della complessità di gestione, dall’utilizzo delle acque agli interventi per la difesa dal rischio alluvionale. L’Autorità distrettuale di bacino del Po (AdbPo), con sede a Parma, è l’ente pubblico che concentra su di sé questi compiti. Ciò, nel contesto della crisi climatica, impone l’adozione di misure di adattamento. La Nuova Ecologia ne ha parlato con 
Come interpreterà questo suo nuovo ruolo?
Le Autorità distrettuali di bacino sono organi istituiti solo nel 2015 in base alle indicazioni della direttiva “Acque” del 2000. Concretamente, l’AdbPo ha iniziato a funzionare nel 2018: il primo punto del mio mandato è il consolidamento della struttura con un aumento del personale e l’apertura di postazioni periferiche per migliorare il rapporto con le strutture regionali.
Com’è il dialogo con gli altri enti?
Serve un irrobustimento dell’Autorità a livello normativo, perché gli strumenti che può mettere in campo sono deboli. Parliamo di misure concertative, mentre c’è necessità di lavorare verso una governance unitaria del fiume. Il secondo punto del mio mandato è proprio l’ammodernamento degli strumenti tecnico scientifici, base di una buona pianificazione. Il mio obiettivo è poi quello di valorizzare il fiume come attivatore di economia sostenibile.
In contesti come quello della siccità, come si mettono d’accordo i portatori d’interesse?
Con l’Osservatorio di cui fanno parte tutti gli stakeholder, analizzeremo cos’è successo: sono state rispettate le misure dei prelievi? Sono state efficaci e adeguate? E se non sono state applicate, perché? I dati aiutano a rendere i modelli più aderenti alla realtà. Conosciamo la quantità di prelievi delle acque superficiali, e sono notevoli. Ma la criticità maggiore riguarda la scarsa conoscenza dei prelievi in falda: se le falde sono scariche, il rischio è che la pioggia non porti i benefici attesi. E non riguarda solo il Po.
Si parla molto di invasi come rimedio alla scarsità idrica
Il tema non si affronta solo con le infrastrutture. C’è bisogno anche di manutenzioni dei canali irrigui, di costruire vasche di laminazione, per esempio laghetti artificiali. Servono studi per definire le migliori soluzioni possibili. La pianificazione dei nuovi invasi passa dall’Autorità di bacino, che deve indicare le specifiche progettuali.
Le indicazioni europee prevedono che le Autorità incentivino la partecipazione della cittadinanza…
Oltre a essere promotori delle aree MaB Unesco, collaboriamo con le associazioni ambientaliste in diversi progetti. Siamo impegnati, sia come soggetti attuatori che come partecipanti, nei contratti di fiume, vere e proprie pianificazioni partecipate. Tra questi ricordo il contratto della Val d’Enza, comprensorio chiave visto che riguarda i prati e i pascoli da cui dipende la produzione del latte per il parmigiano reggiano. Nell’ambito di quel percorso si discute, tra l’altro, l’opportunità di un invaso ma anche di opere con funzioni di mitigazione del rischio alluvionale. L’azione dell’Autorità comprende la gestione fluviale in tutti i suoi aspetti: incentivare la partecipazione significa anche fare uno sforzo di comunicazione, per far capire quali sono le attività e le responsabilità dell’AdbPo e rendere più leggibili i piani di gestione.
(Dal mensile di ottobre)