Tra fatica e isolamento, rispetto e riscoperta delle tradizioni, l’autore del romanzo “La stanza delle mele” immagina un futuro moderno e sostenibile per le terre alte
È da poco uscito per Feltrinelli La stanza delle mele e il suo autore, lo scrittore Matteo Righetto, si conferma narratore impervio e in salita. Nel suo caso parlare di montagna non è solo questione tematica ma anche di stile, di scrittura scabra, sassosa, priva di leziosismi che tende ad ascendere come un lento ma instancabile rocciatore. Quello de La stanza delle mele è un mondo molto duro e severo in cui un ragazzo si deve portare sulla schiena una grande gerla di stallatico riempita con un badile al letamaio. E ti vien da pensare: chi lo farebbe più?
Le immagini del libro, per quanto apparentemente arcaiche e superate dalla tecnologia, non tolgono il senso della fatica che la natura chiede a chi vive in montagna. A questo si aggiunge un cupo emergere del patriarcato che è causa ed effetto del senso dell’isolamento. Pensa che siano le uniche motivazioni dello spopolamento delle montagne e in particolare di quello giovanile?
La fatica e l’isolamento sono certamente tra le cause che da sempre hanno reso e tuttora rendono dura e difficile la vita in montagna, ma non sono certamente le uniche, né tantomeno sono i principali motivi che stanno alla base dello spopolamento odierno delle terre alte. E il patriarcato, infine, per fortuna qui non esiste più. Penso piuttosto che al giorno d’oggi, soprattutto tra i giovani nati e cresciuti in quota, vi sia la necessità di scendere a valle per continuare gli studi, cercare un’occupazione, avere accesso a servizi che vengono continuamente negati alle comunità montane da una politica − sia locale che nazionale − che non riesce a comprendere l’importanza che la demografia ha per la rinascita della montagna. Tutto passa dalla demografia: scuole, servizi sanitari, servizi sociali, cultura e quindi lavoro. Invece la politica si ostina a trascurare la montagna perché, molto semplicemente, non rappresenta un bacino elettorale considerevole in termini di voti.
Lei è tornato alla montagna in maniera più stabile. Perché e come, ovvero portandosi cosa dalla città?
Ho sempre frequentato assiduamente la montagna, soprattutto le Dolomiti meno conosciute e meno turistiche, ma da qualche anno mi ci sono semi-stabilito decidendo di trascorrervi più tempo possibile. Non è una scelta solo idilliaca, comporta anche molte difficoltà, ma sono assolutamente superabili se si pensa a ciò che si riceve in cambio. Se penso a ciò che barattiamo nella quotidianità cittadina in cambio di effimere e fallaci illusioni di felicità mi dico che la mia scelta è la migliore possibile. La mia è una decisione di vera resistenza di fronte a un mondo consumista e ipercinetico che non si accorge della sua schizofrenia. Dalla città ho portato comunque le cose buone: la tecnologia green, il web, il computer con il quale scrivo, comunico e resto in contatto con il resto del mondo. Porto le amicizie migliori invitando a cena o a fare escursioni compagni, amici, gruppi di lettori, come è accaduto lo scorso anno con un bellissimo gruppo di iscritti al circolo Legambiente di Piove di Sacco, coi quali ho organizzato un bel trekking. Insomma, paradossalmente riesco ad avere e mantenere più rapporti umani in montagna che in città, dove si è sempre di corsa e non si trova mai il tempo di guardarsi negli occhi e fare una conversazione lenta di fronte a un bicchiere di vino.
In Italia la maggior parte delle aree interne sono poco servite, quali strade praticabili e strategie immagina per dare loro un futuro?
Quando parliamo di biodiversità non possiamo pensare soltanto alla flora e alla fauna bensì, come sosteneva già Alex Langer, al ristabilimento degli equilibri tra umano e non umano, e quindi anche alla tutela dei montanari, delle loro preziose culture, delle tradizioni, della loro dignità! Sulle montagne italiane vi sono centinaia di borghi abbandonati che potrebbero rappresentare delle straordinarie opportunità di ripresa economica, demografica, ecologica e sono convinto che dovremmo ripartire da questo. Con l’ausilio delle moderne tecnologie, dello smart working, della domotica, di una conversione ecologica individuale e collettiva legata indissolubilmente a una nuova agricoltura, all’artigianato, alle attività culturali. Tutto questo può rivelarsi incredibilmente sostenibile e offrire nuove opportunità di lavoro. Invece si continuano a fare due errori macroscopici: da un lato guardare alla montagna esclusivamente come playground, cioè come parco divertimenti dove trascorrere il tempo libero senza rispetto ecologico e senza produrre alcun beneficio per il territorio e il paesaggio; dall’altro guardare alla montagna come esperienza di wilderness contrapposta alla caoticità delle pianure e delle città. Soprattutto quest’ultimo aspetto è emblematico di un modello di sviluppo andato fuori giri. Noi dovremmo, al contrario, migliorare la qualità della vita nelle città e contestualmente ripopolare la montagna. Il rapporto tra uomo e ambiente deve essere ecologico, non separato, avulso. La montagna, la natura non sono a sé stanti, separati da noi. La natura e l’ambiente siamo noi.
Rimanendo alle “sparizioni”, nel suo libro il dialetto ha un ruolo preponderante e si capisce che la nomenclatura è funzionale ai mestieri, ai saperi. Se si perdono le parole si perdono anche usi preziosi?
È proprio così. Quando si perdono le parole, quando svanisce il lessico, ecco che si finisce per dimenticare la storia e si impoverisce la cultura. Nel mio romanzo, così come in altre mie opere precedenti, ho trovato doveroso rispettare e salvaguardare per quanto mi è possibile la lingua ladina e gli aspetti legati alle straordinarie culture di quei paesaggi umani. In tal senso sono convinto che la narrativa e la letteratura possano svolgere un ruolo culturale e sociale fondamentale sia per la sensibilizzazione ecologica che per la tutela e la preservazione delle tradizioni. Come diceva Gustav Mahler: “Tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Ecco, con La stanza delle mele io cerco di custodire quel fuoco.

La stanza delle mele
Feltrinelli
pp. 240, 18 euro
Nel libro fa riferimento a quell’uso comune della vita domestica contadina di raccogliere e conservare la frutta per le stagioni. Una lezione di vita davvero per i consumi e l’accumulo di rifiuti a cui siamo abituati.
Un tempo quasi ogni casa contadina di montagna e mezza montagna aveva una “stanza delle mele”, dove venivano riposti i pomi selvatici e lasciati lì per settimane e mesi al fine di consumarli durante l’inverno e fino a tarda primavera. Le mele venivano riposte intere tra il fieno per poi fare il sidro oppure tagliate a fettine, legate a uno spago e appese per aria per l’essicamento. E durante le festività natalizie venivano consumate come prelibate leccornie. Oggi il consumismo ci ha trasformati in una civiltà rammollita, pigra e viziata. Inoltre, la cultura dello scarto produce un ciclo vizioso che non ha mai fine e porta al collasso delle città e dell’ambiente naturale. Inquinamento, aria irrespirabile, plastica, consumo di suolo e di risorse. L’ecologia ci insegna che tutto è legato in una rete di fitte relazioni e interconnessioni. Spesso invisibili, ma che prima o poi presentano il conto.
Le immagini dei ghiacciai scomparsi e l’erosione delle coste danno l’impressione di quanto mare e montagna non siano più così lontani ma accomunati da un pericolo.
La montagna è la madre della pianura. Dai monti scendono i fiumi, che a loro volta sono corridoi ecologici che collegano biotopi e ambienti naturali diversi ma comunicanti. Il pericolo è evidente. Tutto è intimamente collegato. Il riscaldamento globale e il collasso climatico colpiscono duramente ogni territorio, dalle coste alle montagne. Nella dominante visione anti-sistemica non ci si rende ancora conto di questo e delle tragedie che ci attendono se non cambiamo il nostro modo di stare su questo pianeta, di relazionarci tra noi e con la natura. (Dal mensile di luglio-agosto)
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