Siccità e rischio idrogeologico, due facce della stessa medaglia

siccità del Po

Il cambio di paradigma sta nel far sì che le sempre minori e più concentrate precipitazioni permangano più a lungo sul territorio invece di scorrere velocemente a valle fino al mare

La grave crisi idrica in corso è senza dubbio da inquadrare nella epocale crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi: bisogna dunque evitare risposte emergenziali e analizzare il problema con lucidità per individuare le soluzioni praticabili.

Storicamente in Italia, come in tutti i paesi in cui le precipitazioni si concentrano solo in alcuni mesi dell’anno, le politiche di approvvigionamento idrico hanno puntato sugli invasi per accumulare le acque nel periodo piovoso e per utilizzarle durante quello arido. Negli ultimi decenni, però, sono risultati sempre più evidenti gli impatti ambientali degli sbarramenti dei fiumi che, secondo l’analisi delle pressioni sulle acque svolta in attuazione della Direttiva Quadro 2000/60, sono ritenuti essere il fattore di pressione più significativo in almeno il 30% dei corpi idrici europei e una delle principali cause del mancato raggiungimento del buono stato ecologico in almeno il 20% dei corpi idrici europei.

Le dighe, insieme alle escavazioni in alveo, hanno determinato un cronico deficit di sedimenti su estese porzioni del reticolo idrografico italiano, con incisione degli alvei ed erosione costiera, determinando danni a ponti e opere di difesa, con un ingente esborso di risorse per ricostruire o stabilizzare tali infrastrutture e per realizzare opere di difesa dei litorali. Incisione degli alvei ed erosione delle coste sono fattori primari di depauperamento delle falde freatiche e di intrusione del cuneo salino, ovvero proprio quei fenomeni che imputiamo (esclusivamente) alla siccità e che pretendiamo di combattere con nuove dighe. Per affrontare razionalmente la minor disponibilità di risorsa idrica causata dal cambiamento climatico bisogna eliminare i paraocchi che ci spingono verso le stesse soluzioni usate nei secoli scorsi e allargare lo sguardo.

 

Per affrontare razionalmente la minor disponibilità di risorsa idrica causata dal cambiamento climatico bisogna eliminare i paraocchi che ci spingono verso le stesse soluzioni usate nei secoli scorsi e allargare lo sguardo. Il luogo migliore dove stoccare l’acqua è la falda, ogni qual volta ce n’è una.

 

Il luogo migliore dove stoccare l’acqua è la falda, ogni qual volta ce n’è una. La ricarica controllata della falda determina un ventaglio ampio di benefici oltre quello dello stoccaggio: falde più alte sono di sostegno a numerosi indispensabili habitat umidi, lentici e lotici; si previene la subsidenza indotta dall’abbassamento della falda, rilasciano lentamente acqua nel reticolo idrografico sostenendo le portate di magra, contrastano l’intrusione del cuneo salino e consumano molto meno territorio.

L’ostacolo principale all’infiltrazione delle piogge nel suolo è quel poderoso e capillare insieme di interventi umani che hanno cementificato e asfaltato il territorio modificando sensibilmente il naturale ciclo dell’acqua. Il cambio di paradigma sta nel far sì che le sempre minori e più concentrate precipitazioni permangano più a lungo sul territorio invece di scorrere velocemente a valle fino al mare. Per ottenere ciò bisogna attuare una grande opera di riqualificazione che integri tra loro azioni come la riqualificazione morfologica ed ecologica dei corsi d’acqua, decanalizzandoli e recuperando le forti incisioni subite nei decenni scorsi; la riconnessione delle pianure alluvionali; il ripristino delle fitte  formazioni  boscate  riparie e la ricostituzione della rete di siepi interpoderali e del reticolo idraulico minuto; la  de-impermeabilizzazione delle aree urbane e l’importante presenza di aree naturali all’interno delle aziende agricole funzionali non solo alla tutela della biodiversità degli agroecosistemi ma anche alla ritenzione  idrica.

Bisogna poi promuovere il riuso in ambito irriguo delle acque reflue. Il riuso delle acque reflue potrebbe essere favorito associando agli impianti di depurazione delle acque reflue urbane dei sistemi di fitodepurazione e lagunaggio, che garantirebbero anche una maggiore persistenza degli accumuli in superficie contribuendo alla ricarica delle falde sotterranee. Nell’ambito di una strategia di riqualificazione del territorio e della rete idrografica volta a valorizzare al massimo la capacità di accumulo delle falde è anche possibile immaginare anche il ricorso a piccoli invasi collinari, anche con il recupero delle aree di cava dismesse, con interventi realizzabili in tempi ragionevoli e con impatti ambientali accettabili.

Non servono quindi Piani straordinari concepiti sull’onda emotiva dell’emergenza, ma piani “ordinari” efficaci. Le soluzioni indicate sopra sono già (o dovrebbero essere) tra le misure previste dalla Piani di Gestione dei bacini idrografici e dettagliate della Regioni nell’ambito del loro Piani Regionali di Tutela delle Acque. Li abbiamo fatti, ci sono. Vanno solo conosciuti e usati meglio.