A Sharm El-Sheikh, passi avanti solo sulla giustizia climatica con il fondo “Loss and damage”. Confermato l’impegno minimalista di Glasgow sulla riduzione graduale dell’utilizzo del carbone. Ma serve di più
Il phasing-out delle fossili sarà al centro dell’agenda climatica del 2023 in vista della prossima Conferenza sul clima (Cop28) di fine anno a Dubai. Per mantenere concretamente vivo l’obiettivo di 1,5 °C, è cruciale lavorare nei prossimi mesi per il phasing-out sia dei sussidi alle fossili che del loro utilizzo, visto che lo scorso dicembre alla Cop27 di Sharm El-Sheikh non è stato fatto alcun passo in avanti. Si è solo riusciti a confermare l’impegno minimalista assunto a Glasgow nel novembre 2021 di una riduzione graduale (phase-down) dell’utilizzo del carbone in impianti senza la cattura e lo stoccaggio di CO2.
L’indisponibilità della presidenza egiziana a includere nell’accordo finale alcun riferimento sul phasing-out dei combustibili fossili, sostenuta soprattutto da Arabia Saudita e Iran, con il supporto di oltre 600 lobbisti dell’industria fossile, ha portato la Cop27 sull’orlo del fallimento. È stata salvata ai tempi supplementari grazie all’accordo per istituire il fondo “Loss and damage”.
Passi di giustizia
In una decisione attesa da tre decenni, a Sharm El-Sheikh si sono poste le basi per una vera giustizia climatica con una storica riforma della finanza per il clima. Non solo aiuti per la mitigazione e l’adattamento. Ma anche un nuovo strumento finanziario per sostenere la ricostruzione economica e sociale delle comunità povere e vulnerabili messe in ginocchio dai disastri climatici sempre più frequenti. Il fondo potrà accedere a diverse fonti di finanziamento viste le considerevoli risorse finanziarie necessarie. Si stima che entro il 2030 siano necessari circa 290-580 miliardi di dollari aggiuntivi agli aiuti per l’adattamento. Come ha proposto il segretario generale Guterres all’ultima Assemblea delle Nazioni Unite, queste risorse possono essere reperite anche attraverso la tassazione degli extra-profitti delle imprese fossili, tenendo presente che tra il 2000 e il 2019 hanno realizzato profitti per oltre 30.000 miliardi di dollari.
L’accordo sul nuovo fondo “perdite e danni” è senza dubbio una prima importante risposta in grado di ricostruire un nuovo rapporto di fiducia tra Paesi ricchi, emergenti e poveri, e dimostrare che solo con l’azione collettiva di un rinnovato multilateralismo è possibile vincere le sfide globali che abbiamo di fronte e dare un contributo concreto alla costruzione di un futuro di pace e sicurezza. A partire dall’impegno comune per fronteggiare l’emergenza climatica.
Nei prossimi mesi questo nuovo rapporto di fiducia va consolidato, non solo per dare risposte concrete alle conseguenze della crisi climatica lavorando per l’operatività del fondo “Loss and damage”, ma anche per affrontare con determinazione la causa principale della crisi: la dipendenza dai combustibili fossili. Secondo gli ultimi rapporti dell’Ipcc e della Iea, per essere in linea con la soglia critica di 1,5 °C, le emissioni climalteranti devono raggiungere il picco a livello globale entro il 2025 e diminuire entro il 2030 del 43% rispetto ai livelli del 2019. Un contributo importante può e deve venire dal phasing-out dei sussidi alle fonti fossili entro il 2030, che può consentire una riduzione del 10% delle emissioni globali. Nello stesso tempo va attuata la decarbonizzazione del settore elettrico con il phasing-out del carbone, entro il 2030 per i Paesi Ocse e il 2040 a livello globale, e del gas fossile entro il 2035 per i Paesi Ocse e il 2040 a livello globale. Altrimenti non sarà possibile mantenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C.
Un ruolo per il Vecchio continente
L’Europa, con il pieno apporto e sostegno dell’Italia, deve fare da apripista tra i Paesi Ocse. E accelerare la giusta transizione verso un futuro libero dalle fossili e 100% rinnovabile. Solo così sarà possibile ridurre le emissioni climalteranti di almeno il 65% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, andando oltre il 57% annunciato a Sharm El-Sheikh, in coerenza con l’obiettivo di 1,5°C.
Un importante contributo può venire da “RePowerEu”, il piano proposto dalla Commissione per superare la dipendenza energetica da Mosca e accelerare la transizione energetica puntando su rinnovabili ed efficienza energetica. “RePowerEu” propone di aumentare il target delle rinnovabili dal 40 al 45% e quello per l’efficienza energetica dal 9 al 13% entro il 2030. Secondo una prima valutazione del Climate action tracker (Cat), l’Europa in questo modo potrebbe raggiungere una riduzione netta delle sue emissioni del 60-62%. Per centrare l’obiettivo del 65% serve un ulteriore passo in avanti e raggiungere almeno il 50% di rinnovabili e il 20% di efficienza energetica entro il 2030. Obiettivi questi che combinati con il phasing-out del carbone entro il 2030 e del gas fossile entro il 2035, insieme al phasing-out della vendita di veicoli con motori a combustione interna entro il 2035, possono consentire all’Europa di raggiungere la neutralità climatica ben prima del 2050. Una scelta già fatta dalla Germania, potenza economica e industriale europea, che si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2045 con il 100% di produzione elettrica rinnovabile entro il 2035.
La crisi energetica dovuta all’invasione russa dell’Ucraina dimostra il fallimento dell’attuale modello energetico europeo fondato sul gas fossile come fonte di transizione verso la neutralità climatica. Per garantire la nostra sicurezza energetica possiamo e dobbiamo liberarci velocemente dalla dipendenza dalle fossili. Solo così sarà possibile contribuire a mantenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C e vincere la sfida della duplice crisi, energetica e climatica, che rischia di mettere in ginocchio l’Europa. (Dal mensile di gennaio)