Un Paese ci vuole

Il belvedere di La Morra, in provincia di Cuneo

Il nuovo libro dell’associazione Riabitare l’Italia, provocatoriamente intitolato “Contro i borghi”, è un invito a ripensare radicalmente l’abitare nelle aree interne della nostra penisola

Fate un esperimento: cosa vi viene in mente quando pronuncio la parola borgo?», chiede Antonio De Rossi, architetto e docente del Politecnico di Torino. «Un’immagine ben definita, una certa atmosfera delle cose, San Gimignano. Un diorama pittoresco, grazioso, un luogo ideale. Questo perché quello legato ai borghi è un immaginario visivo, è quella la sua potenza». Direttore dell’Istituto di architettura montana, De Rossi studia l’abitare nelle aree interne da più di trent’anni ed è uno dei venti autori di Contro i borghi: il Belpaese che dimentica i paesi, l’ultimo libro dell’associazione Riabitare l’Italia.

Nei saggi che compongono il volume, architetti, sociologi e docenti universitari sono partiti dall’analisi della parola borgo per decostruire la “borgomania”: l’elogio del tipico borgo italiano che negli ultimi anni ha imperversato nella narrazione legata alla rivitalizzazione delle aree interne. Una retorica prevalente che propone come un mantra “oasi non urbane di manufatti (sempre pregiati), di quiete (sempre garantita), di natura (sempre incontaminata), di cibi ‘autentici’ (sempre dal sapore antico)”, come si legge nel saggio iniziale “Il paese dei borghi”.

Ma se una simile visione, figlia del “turismo petrolio d’Italia”, è volta a catalizzare flussi di visitatori e finanziamenti, al contempo finisce per occultare la grande ossatura della cosiddetta Italia minore: i paesi, quelli dove si sviluppano vite e storie di quotidianità. Ecco perché, secondo gli autori, diventa essenziale ridare valore ai paesi ordinari, anche quelli che non rientrano nell’estetica turistica, colpiti dallo spopolamento, da infrastrutture carenti e dalla mancanza di luoghi di aggregazione sociale; i paesi “brutti” che i turisti vedono accidentalmente mentre si dirigono nei borghi “belli”, bypassati anche dai finanziamenti del Pnrr.

Il turismo non è il male assoluto ma l’aver puntato solo su attività simili ha impedito altre prospettive economiche e territoriali

«Alla metà degli anni Settanta, i paesi delle aree interne non avevano alcuna funzione economica o culturale. Erano considerati rovine, macerie che le comunità contadine si stavano lasciando alle spalle», spiega De Rossi. Sul finire della prima grande fase dell’inurbamento e delle ondate migratorie verso le città, scaturisce però una nuova idea di paese: nicchie di intellettuali e scrittori iniziano ad attribuire valori simbolici a territori e comunità abbandonati. «Quando vivi la quotidianità della tua borgata sei assorbito dall’ordinario: non ti è possibile osservarla da fuori – prosegue De Rossi – Ma sono i processi di allontanamento, di distacco da queste realtà, a consentire a scrittori, come Nuto Revelli ne Il mondo dei vinti, di digerire e guardare con occhi nuovi quello che era accaduto in pochissimi anni, ossia il fatto che la modernità avesse appiattito la profondità storica di una miriade di luoghi».

Quasi parallelamente, inizia a farsi spazio una narrazione distinta, quella del borgo: un marketing territoriale che fa leva sulla patrimonializzazione dei luoghi e che prende corpo negli anni Novanta con i finanziamenti europei. Questo processo porta con sé un’idea di sviluppo delle aree interne e montane legato alla musealizzazione degli aspetti folkloristici, tradizionali e pittoreschi: è la Bella Italia. Il borgo diventa così quasi un’entità astratta, una sorta di fondale di consumo. Ecco perché, per gli autori del libro, borgo e paese, oggi, non sono sinonimi. Le loro differenze non attengono solo alla semantica o all’immaginario collettivo, ma coinvolgono anche le prospettive di sviluppo del territorio. «Questa idea che il turismo fosse la panacea per la rinascita delle aree interne – incalza De Rossi – è stata un’ideologia potentissima in questi ultimi trent’anni. Il turismo non è il male assoluto, ma l’aver puntato solo su attività simili ha occluso altre prospettive economiche, territoriali, di costruzione dell’abitabilità».

Ma nell’universo di proposte, che vanno dalle sovvenzioni ai gerani per abbellire i balconi alle “case a 1 euro”, emergono anche alcuni progetti di rigenerazione della montagna alpina e appenninica per un diverso abitare. È successo a Ostana, un piccolo centro piemontese ai piedi del Monviso, divenuto un vero modello di rinascita: un comune che negli anni ’80 contava i residenti sulle dita di una mano e che oggi si avvia verso il centinaio. Grazie a un lento processo iniziato proprio negli anni ’80 e supportato da un tenace gruppo di cittadini, Ostana ha prima scelto di puntare sulla riscoperta culturale delle sue radici occitane, fino ad allora passate di moda, ponendo un veto a nuove edificazioni e decidendo di ristrutturare soltanto le case tradizionali. Poi, dai primi anni Duemila, ha attuato progetti per l’introduzione di servizi e di opportunità lavorative e culturali: un panificio, un caseificio e un centro benessere, ma anche un premio di scrittura in lingua madre (sulle lingue minoritarie) e un centro di ricerca per lo studio dei fiumi alpini.

"Contro i borghi" (Donzelli editore, pp. 208, 18 euro)
“Contro i borghi”, a cura di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi (Donzelli editore, pp. 208, 18 euro)

Un processo simile a quello che sta avvenendo a Gagliano Aterno, un piccolo paese del Parco naturale Sirente-Velino, in Abruzzo. Da aprile 2021, grazie a una convenzione stipulata dal sindaco Luca Santilli con l’Università della Valle d’Aosta, sono state finanziate borse di studio per portare ricercatori a vivere e lavorare in paese. A Gagliano nascerà presto anche la prima comunità energetica d’Abruzzo ed è stato lanciato il progetto “Neo”, che con una call ha offerto a sei ragazzi e ragazze un percorso di formazione sui temi della transizione ecologica. «Questi progetti apripista sono motori fondamentali per questi territori – conclude Antonio De Rossi – non soltanto perché la rigenerazione passa attraverso la produzione di cultura, ma anche perché consentono l’applicazione di nuove tecnologie e nuovi modelli di welfare. La grande novità è che in Appennino, come nelle Alpi, la storia ha finalmente ricominciato a correre dopo decenni in cui è rimasta congelata».

Se non c’è l’uomo

Lo scrittore Nuto Revelli è stato il primo a documentare la provincia “vinta” dal progresso

Nuto Revelli (1919-2004) è stato uno scrittore e un partigiano italiano. Nel suo Il mondo dei vinti (1977) racconta come i contadini e i montanari delle aree depresse del cuneese vengano travolti, senza scampo, dalle trasformazioni epocali del dopoguerra. Con un magnetofono in mano, per sette anni l’autore raccoglie e ordina centinaia di testimonianze di una cultura al tramonto nella provincia di Cuneo, La Granda, com’è chiamata in Piemonte. In 85 racconti Revelli documenta così l’emigrazione e la convivenza tra partigiani e nazifascisti, concentrandosi anche sull’avvento della nuova economia: il turismo, che sfigura i paesaggi, l’industria, i grandi allevamenti. In un’intervista televisiva, l’accademico e conduttore Guido Davico Bonino interroga Revelli sulla possibilità che la condizione di impotenza della sua terra d’origine possa applicarsi anche ad altri luoghi d’Italia. Lo scrittore concorda con questa visione e dà una risposta profetica: “Dimenticando questa campagna, queste montagne, queste ci crolleranno in testa. Noi vivremo in un castello meraviglioso ma costruito sulla sabbia, e tra cento anni spenderemo centinaia di miliardi per tentare di tenere questa montagna su col cemento. Ma il cemento non basta, se non c’è l’uomo”.