Una frequentazione consapevole

foto di Antonio Montani, presidente generale Club alpino italiano“La montagna è un ambiente debole, in cui il rispetto degli equilibri climatici è fondamentale. Le montagne sono tanto importanti quanto vulnerabili. Le regioni fredde sono le più sensibili perché rispondono in maniera amplificata all’aumento di temperatura, doppio rispetto alla media del globo. Gli indicatori sono evidenti: ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost, diminuzione di durata, estensione e spessore della neve al suolo, biodiversità in declino, cambiamenti degli ecosistemi”. Scrive così Maurizio Fermeglia, professore nel dipartimento di Ingegneria dell’Università di Trieste, nell’annuario del Club alpino accademico per spiegare il significato di “cambiamento climatico” per il territorio alpino e appenninico. Lasciando a persone più esperte l’analisi dei fenomeni naturali, vorrei concentrarmi sulle conseguenze di questi e delle azioni che il Cai, e tutti i frequentatori della montagna, dovrebbero considerare.

“La montagna è un ambiente debole, in cui il rispetto degli equilibri climatici è fondamentale. Le montagne sono tanto importanti quanto vulnerabili”

Dopo la tragedia della Marmolada ci siamo chiesti con forza cosa sia necessario modificare del nostro modo di vivere la montagna. Questo episodio ha aperto gli occhi a molti di noi, professionisti e amatori, su quanto ci sia da fare in termini di comunicazione del rischio. L’alpinismo, l’arrampicata, lo scialpinismo, l’escursionismo non sono mai attività prive di rischio, anzi siamo soliti affermare che in montagna “il rischio zero non esiste”. Il frequentatore dell’alta quota formato e informato sa che approcciarsi alle attività montane richiede pazienza, attenzione e capacità di valutare l’ambiente che lo circonda. In una parola: autoresponsabilizzarsi.

Ecco allora alcune “tracce” che come Cai vorremmo seguire nei prossimi anni. Aprire un dialogo con le amministrazioni, locali e non, per sgravare i sindaci dalle responsabilità in zone non antropizzate: il frequentatore è attivo e consapevole dell’ambiente che lo circonda. Evitare di ricorrere a chiusure: misure utili solo in casi di estrema necessità. È da preferire la divulgazione di allerte, consigliando attività o percorsi alternativi, senza spingere il frequentatore a cadere nel bias cognitivo: “è vietato ma ho le conoscenze per farlo”. A questo proposito, va favorita la divulgazione di informazioni che permettano scelte consapevoli, ad esempio con un bollettino estivo dell’alta montagna sulla scia di quello nivometeorologico invernale. E ancora: investire sulla formazione di utenti professionisti e amatori. I cambiamenti climatici comportano la variazione delle condizioni dell’ambiente montano, basti pensare che alcune vie frequentate ad agosto risultano oggi percorribili solo nei mesi primaverili per mancanza di neve. Infine, aprire canali di dialogo con la popolazione, online e offline, per creare una base culturale comune sull’ambiente naturale. Per rendere questo possibile, è indispensabile la collaborazione tra associazioni ambientali e amministratori, locali e nazionali. Siamo certi che la sfida del cambiamento climatico saprà unire e non dividere.

di ANTONIO MONTANI, presidente generale Club alpino italiano