Sono state elezioni regionali anomale quelle in Lazio e Lombardia. Arrivate nel disinteresse quasi generale, segnalano comunque alcune tendenze interessanti.
Scetticismo, scarso “appeal” del voto regionale, ma ovviamente anche la non concomitanza con altri turni elettorali hanno condizionato il numero dei votanti, scesi a un minimo storico, ma si fa poco notare che – quanto all’affluenza – non diversamente vanno le cose da molti anni, quando un ballottaggio segue di due settimane al primo turno, per esempio per le elezioni comunali.
Pur facendo quindi una tara d’obbligo sui risultati complessivi, va notato che alla fine il governo si ritrova ora più forte, il centrodestra passa da un pareggio ad un 2-0 significativo nelle due più importanti regioni italiane (confermando peraltro le previsioni della vigilia) e il netto insuccesso dell’opposizione conferma come il centro-sinistra sia da tempo in grande marasma. Otto anni fa solo Lombardia e Veneto stavano a destra, oggi il quadro è ribaltato con solo 4 regioni al centrosinistra.
La politica è una ruota che gira, ma in questo quadro già per loro difficile le tre forze politiche di opposizione schierate in campo (Pd, Calenda/Renzi, M5s) sembrano fare ed aver fatto di tutto per sbranarsi a vicenda, non lasciando spazio ad un minimo filo conduttore di coerenza tale da convincere l’elettorato.
Su Milano hanno giocato molto la personalità e le ambizioni della Moratti ma anche la sua capacità di condizionare (o circuire?) completamente Calenda e Renzi. Già in passato ho avuto modo di sottolineare la forte distanza tra la percezione che Letizia Moratti ha di sé stessa rispetto al parere e all’apprezzamento dell’elettorato. Chi ha buona memoria ricorderà la sua stroncatura da sindaco di Milano quando volle ad ogni costo ancora candidarsi nonostante gli allarmi dei sondaggi, salvo essere poi travolta da una sconfitta bruciante.
A molti sembrava azzardata la scelta morattiana di lasciare Fontana da assessore con la delega più importante (la sanità) per schierarsi contro di lui, cosa che la gente non ha evidentemente apprezzato, facendola scivolare sotto il 10% e quindi non solo lasciandola fuori dal Consiglio regionale, ma trascinando nella sua sconfitta personale anche chi l’appoggiava.
Ancora peggio nel Lazio, dove addirittura i seggi conquistati sui cinquanta disponibili sono soltanto due e senza considerare, forse, che in caso di sconfitta (obiettivamente probabile) il sistema elettorale regionale sfavoriva comunque l’opposizione soprattutto quando si presenta in gruppi separati.
L’infortunio di Calenda (e di Renzi, che però, astutamente, si era tenuto molto più defilato in campagna elettorale) può ora avere delle conseguenze già a breve sull’unificazione dei due movimenti, visto che sia gli esponenti di Azione che di Italia Viva sembrano sollecitare una più veloce definizione del percorso di unione. Tuttavia, sull’unificazione incombe come un macigno il tema dei rapporti con il Pd.
Un rapporto difficile, rancoroso, fatto di sgarbi personali e antichi rancori, ma anche – ed è la cosa più importante – che rischia (se accettato) di trasformarsi ora in un potenziale abbraccio mortale proprio per l’intero “campo largo”, visto che il Pd perde ma comunque tiene i suoi voti, mentre Calenda e Renzi li perdono, senza aver neppure potuto verificare se sia stato o meno utile la collaborazione elettorale proprio con il Pd a Roma. Se nel Lazio la partita con il Pd finisce 4 a 1 per Letta, i co-allenatori del campo largo su che chances possono contare?
Renzi e Calenda erano convinti solo qualche mese fa di poter attrarre a sé buona parte dell’elettorato Pd in crisi di identità; oggi – soprattutto se sarà Bonaccini il nuovo segretario Pd, leader sicuramente moderato – sembra più probabile che una stretta collaborazione tra i gruppi scatenerebbe invece un’ondata contraria, dissanguando ulteriormente il “campo largo” che – sia verso destra che verso sinistra – si ritrova in un vicolo cieco e che più di prima è a rischio di perdere il ruolo aggregante per cui era stato pensato.
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