A colloquio con lo scrittore autore del romanzo “La pelle dell’orso” sul caso Jj4. E il nostro rapporto con la natura e gli animali selvatici
Dieci anni fa usciva il suo romanzo “La pelle dell’orso”, in cui l’animale, soprannominato “El Diaol”, veniva visto dagli abitanti di un villaggio ai piedi delle Dolomiti come un mostro dal quale stare lontano. Ad avvicinarsi all’animale, per riannodare i fili della loro esistenza, saranno soltanto i due protagonisti. C’è qualche analogia con la vicenda dell’orsa Jj4?
Quando ho scritto La pelle dell’orso non avrei mai immaginato che potesse accadere una cosa del genere in Italia. Ma a rileggerlo oggi sembra, casualmente, una grande metafora dell’attualità. L’orso da un punto di vista ancestrale rappresenta il male che ci portiamo dentro: tutte le paure, le angosce sociali, collettive, individuali. Nel mio romanzo rappresentava il capro espiatorio di tutti i mali: eliminando lui, eliminiamo qualunque nostro problema. E con Jj4 si sta verificando un po’ la stessa cosa in questi giorni: riduciamo in lei la complessità che non riusciamo a governare.

Da che cosa nasce il caso dell’orsa Jj4?
La tragedia della morte di Andrea Papi, che suscita un sentimento di dolore, non è causata dagli orsi ma dall’abbandono della montagna da parte della politica, quella nazionale, regionale e provinciale. Immettere gli orsi in Italia è stata una cosa meravigliosa ma gestita evidentemente in modo superficiale: sono diventati di più di quanto si prevedeva e in un territorio antropizzato come il Trentino si è arrivati a un punto di squilibrio che non va recuperato sparando agli animali.
La tragedia della morte di Andrea Papi, che suscita un sentimento di dolore, non è causata dagli orsi ma dall’abbandono della montagna da parte della politica
L’abbandono della montagna è soltanto fisico?
Non solo. In Italia non c’è una vera cultura ecologica. Abbiamo una decina di milioni di persone che vivono nel territorio montano, eppure pensiamo sempre che la popolazione umana e il mondo selvaggio siano due cose separate. Bisogna invece trovare un punto di equilibrio per le comunità che continuano a mantenere viva la montagna, con eroismo, praticando l’agricoltura, l’allevamento, l’artigianato. La convivenza con la natura selvatica, che chiamerei piuttosto coevoluzione, deve tener conto della sua complessità. Invece, ad esempio, abbiamo una gestione dei rifiuti che continua ad attirare gli animali nelle città e nei paesi, con cassonetti aperti e spazzatura abbandonata. Bisogna fare più educazione ai cittadini e nelle scuole, per spiegare che la coesistenza è un valore aggiunto delle società montane.

In queste settimane, i reportage dal Trentino raccontano un dibattito fra i cittadini, divisi fra la difesa dell’orsa e la volontà di allontanarla, se non di sopprimerla. Può essere un momento di crescita della coscienza ecologica o rischiamo di fare passi indietro?
Da un punto di vista ideologico, rischiamo di tornare indietro perché c’è tanta propaganda in alcuni discorsi pubblici. Ma è anche vero che nella comunità emergono timori che erano già sottotraccia. Il rischio in natura è accettato dai montanari: ogni anno ci sono tante morti per punture di vespe nei boschi, o casi di encefalite per le zecche. Molti di più delle aggressioni degli orsi o dei lupi. Ma è normale che ritrovarsi di fronte un orso spaventa più che incontrare una vipera. Quindi dobbiamo comprendere, e riconoscere, le paure senza polarizzarci come ultras intorno all’orso. E senza deridere, da Roma o Milano, chi vive in montagna e ha paura. Ci vuole il dialogo per far comprendere ai cittadini che la biodiversità è importantissima per la qualità stessa della loro vita.
L’antropizzazione degli animali selvatici nella cultura, nel cinema o nella narrativa, è un bene o no?
La letteratura e l’arte possono fare quello che vogliono, il problema è sempre di chi recepisce il messaggio. Ma è evidente che nell’immaginario collettivo l’effetto Disney, per semplificare, non aiuta chi non conosce la natura o la vita in montagna. Alcune persone credono di potersi avvicinare agli orsi o ai lupi. Invece gli va spiegato che non sono orsacchiotti, che è giusto starne lontani. In Canada c’è un’educazione e una cultura intorno alla salvaguardia del selvatico, ci sono i cassonetti blindati per tornare all’esempio dei rifiuti abbandonati nei centri abitati. Da noi si fa poco, non si cerca mai di argomentare. E spesso si fa strada la soluzione più anti ecologica.