Viaggio da Riga a Tallinn. Lo spettro dell’Urss fa paura. “Se vince Putin tocca a noi”

Riga, 15 AGOSTO 2025 – “Dona per aiutare le vittime della guerra in Ucraina”. Narvesen è una delle catene di negozi più diffuse nel Nord Europa. Nei suoi punti vendita in Lettonia ed Estonia raccoglie offerte per gli ucraini, con cassette che portano i colori nazionali di Kiev. Ma il vessillo gialloblù, a Riga, è visibile ovunque: sulla facciata del Comune, sui monumenti principali, all’ingresso dell’università. Sulla sede della tv di Stato sventola una bandiera ucraina talmente grande da essere visibile a chilometri di distanza.

Per i lettoni – e, più in generale, per i popoli delle repubbliche baltiche – gli ucraini sono i fratelli che non sono ancora riusciti a smarcarsi del tutto dalla Russia. Vicino al Monumento alla Libertà, dal sapore vagamente sovietico ed eretto nel 1935, durante il breve periodo di indipendenza prima del giogo comunista, c’è un banchetto dove alcuni giovani vendono gadget e raccolgono offerte. “Non possiamo lasciare soli gli ucraini proprio adesso – spiega Janis, studente di ingegneria –. Quello che molti in Europa non hanno capito è che la guerra contro l’Ucraina è una guerra contro tutti noi, e la dovrebbero risolvere l’Ucraina e l’Europa. Trump e Putin si incontrano solo per parlare dei loro affari: della libertà dei popoli non gliene importa niente”.

La bandiera ucraina sventola sui principali monumenti di Riga

C’è un motivo, secondo lui, se la Lettonia ha tanta paura: il nemico è alle porte, il ricordo dell’Unione Sovietica è ancora vivo e circa il 34% della popolazione è russofona, ma non per questo russofila. A Riga si sente parlare spesso la lingua di Puškin, in un bilinguismo consapevole e ampiamente tollerato fino all’invasione russa dell’Ucraina. L’attacco di Mosca ha scosso il Paese in profondità e, due anni fa, è stata approvata l’abolizione dell’insegnamento obbligatorio del russo nelle scuole, insieme alla rimozione di statue di letterati russi. Una scelta per accelerare la derussificazione già in corso, ma che dal 24 febbraio 2022 è in cima all’agenda del governo. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova, è andata su tutte le furie, parlando di “cancel culture”.

“Una parte di noi lettoni-russi non l’ha presa bene – spiega Svetlana, architetta in uno studio di design nel centro della capitale –. Nella vita di tutti i giorni si sente ancora parlare in russo senza problemi, le scritte bilingue restano, ma negli ambienti lavorativi si inizia a chiedere di usare solo il lettone”.

La bandiera ucraina sventola anche davanti alla stazione di Riga e lungo il treno che collega le capitali delle tre repubbliche baltiche, da Vilnius a Tallinn. Kristi, di ritorno dalla Lituania verso l’Estonia, racconta: “È sempre difficile spiegare il nostro rapporto con la Russia agli altri europei. Chi non ha provato la dittatura sovietica non può immaginare cosa significhi. Parliamo ancora russo non per nostalgia, ma per abitudine e necessità. Le persone più anziane spesso non conoscono altre lingue: non l’inglese, che non hanno studiato, né la loro lingua madre, che ai tempi dell’Urss non si poteva parlare. Molti confondono i nostri tre Stati: siamo fratelli, ma non gemelli, abbiamo lingue e storie diverse. La Russia ha cercato di cancellare la nostra identità, come sta facendo oggi con l’Ucraina”.

Daiva, 18 anni, parla un inglese fluente e dice con orgoglio di non conoscere nemmeno una parola di russo. È così legata alla causa ucraina da indossare una maglietta con il tridente, simbolo nazionale di Kiev. “L’incontro del 15 agosto (oggi, ndr) è una buffonata. Noi giovani lettoni abbiamo paura, perché sappiamo che se Putin vincerà questa guerra, saremo i prossimi. La Russia ci considera ancora una sua proprietà, anche se non lo siamo mai stati, nemmeno quando eravamo sotto il controllo di Mosca. Anche se parliamo russo, non troverete mai un estone, un lettone o un lituano che vorrebbe tornare indietro”.