La trasformazione di Trump: da vittima a presidente vero, così il tycoon prova a rilanciarsi

Roma, 26 aprile 2026 – Il presidente Trump scampa a un attentato per la seconda volta in meno di due anni. Diversi gli aspiranti killer, diversi i momenti, diversa la reazione. In. Pennsylvania, il tycoon si rialzò immediatamente, alzando il pugno e gridando “fight” ossia “lotta”. Un’immagine che è diventata il simbolo stesso della sua campagna elettorale. La narrazione era quella del leader sotto attacco, quasi del martire ed è riuscita a compattare l’elettorato repubblicano.

Totalmente diversa è stata la reazione di questa notte. Trump si è fatto evacuare dagli addetti alla sicurezza e, quando ha preso la parola, ha mantenuto un tono deciso, ma istituzionale. Non più martire e vittima, ma uomo della provvidenza chiamato a sistemare le cose.

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Dal punto di vista comunicativo, si è trattato di un atteggiamento vincente. Il tycoon si è presentato come un presidente “che fa il suo lavoro” e che è pronto a rischiare la vita per questo. Ma allo stesso momento ha voluto fare il presidente di tutti. Se nel 2024 si era messo direttamente contro i repubblicani, la scorsa notte Trump ha voluto essere ecumenico. “Alla luce di questa sera – ha detto –, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Vale per i repubblicani, i democratici, gli indipendenti, i progressisti”. “Io mi preoccupo per il Paese, non per me – ha aggiunto –. Non sapevamo se quei colpi fossero vassoi che cadessero o pallottole. Ma un attentato non mi impedirà di vincere la guerra contro l’Iran”.

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Agents draw their guns after loud bangs were heard during the White House Correspondents’ dinner at the Washington Hilton in Washington, DC, on April 25, 2026. US Secret Service agents bundled Donald Trump from the stage as shots rang out Saturday evening at a media gala, in what the president later described as an attack by a “would-be assassin.” Armed guards opened fire at the gunman who charged through a security checkpoint just outside the ballroom of the hotel where Trump, First Lady Melania Trump, senior government officials and hundreds of other black-tie guests had gathered. (Photo by Mandel NGAN / AFP)

Sono parole molto significative, che vogliono proiettare il capo della Casa Bianca su un livello diverso, non solo all’interno, ma anche all’esterno dei confini nazionali. Un Trump responsabile e riflessivo, diverso da quello che abbiamo visto lanciarsi contro l’Iran nelle ultime settimane. Ed è proprio questo Trump che vuole chiudere la guerra. Almeno fino alla prossima giravolta.

Di sicuro, da leader più detestato dalla comunità internazionale, è diventato quello che è riuscito ad attirare la solidarietà di tutti. Non solo dell’alleato israeliano, Benjamin Netanyahu, ma anche quella di leader con i quali Trump ha più volte avuto da discutere, anche recentemente, in prima fila il presidente francese, Emmanuel Macron, e il premier inglese, Keir Starmer.

Una tale virata a 180° a livello di comunicazione a percezione, che a qualcuno è persino sorto il dubbio che sia stata organizzata a tavolino. I media iraniani, soprattutto l’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran si chiede apertamente se non si sia trattato di una messa in scena. Secondo il media, l’attentato sarebbe stato organizzato per fare recuperare consenso a Trump in vista delle elezioni di midterm, ma nello stesso tempo teme possa utilizzarla in qualche modo contro la Repubblica Islamica.
Anche i social pullulano di scettici, divisi fra chi crede nelle peggiori teorie del complotto e chi pensa che il presidente Trump sia molto fortunato. Così fortunato che qualche dubbio sorge.