Locarno, 18 agosto 2025 – La cosa più bella di lei non sono gli occhi, che pure sono di un blu ultramarino, come le luminescenze della Grotta azzurra. No. La cosa più bella è che parla con spontaneità, con verità. Agnese Claisse è la protagonista di ‘Don’t Let the Sun’ di Jacqueline Zund. Un film ambientato in un futuro malato, dove il caldo è così terribile che si può vivere soltanto di notte. Il film ha avuto la sua prima mondiale al festival di Locarno. E fa parte del cast di “Tutta colpa del rock” di Andrea Jublin, con Lillo Petrolo e Maurizio Lastrico, in uscita il 28 agosto.
Un’infanzia passata fra libri, set cinematografici, attori e registi famosi che venivano a casa. Sua madre è Laura Morante, attrice di intensità e carisma, talento purissimo del cinema italiano e francese. Suo padre era l’attore francese Georges Claisse, scomparso nel novembre 2021.
Quali difficoltà e quali privilegi comporta, crescere figlia di due attori?
“Da una parte, è la fortuna di avere come genitori due persone curiose, colte, amanti dei libri: mio papà era un lettore immenso… Dall’altra parte significa avere due genitori meno presenti. I miei si sono separati quando avevo dieci anni, ed è stato il primo grande trauma della mia vita: sono andata da Parigi a Roma, è iniziato il bullismo a scuola, tutto è diventato difficile. Il secondo è stato quando mio padre è scomparso, quattro anni fa”.
Come è stata la sua infanzia?
“Ho avuto la fortuna di avere genitori che amavano la cultura, i libri, il teatro. Ho potuto leggere un’infinità di libri, mentre la televisione a casa nostra era proibita. Questo mi ha reso un po’ strana”.
Però c’era John Malkovich che le suonava la chitarra, o Nanni Moretti che girava il filmino dei suoi 12 anni. Che effetto faceva?
“Per me erano solo delle persone che venivano in casa: se mi suonavano la chitarra e mi davano un po’ di attenzione ero contenta, ma non avevo idea di che cosa facessero o se fossero famosi. Poi mi hanno detto: ma chi suonava la chitarra era John Malkovich! Pensa te… Ma non mi interessa assolutamente niente se uno è famoso, o ricco. Non ho il mito della fama”.
Quando i suoi si sono separati, è andata a vivere in Italia con sua madre. È stato difficile il passaggio?
“Molto. A scuola ero un alieno: con l’accento francese, l’apparecchio ai denti, gli occhiali: quando sono arrivata in Italia, mi hanno mangiata viva. Ancora oggi, che ho trentasette anni, se incontro per strada un gruppo di sedicenni cambio marciapiede”.
L’adolescenza come l’ha passata?
“Con molta tensione, suonando tanto la chitarra: per fortuna ho avuto la musica, che mi ha salvata. Ero una ragazza con momenti borderline, grosse crisi di rabbia. C’è ancora molto stigma rispetto ai disagi mentali, e penso invece che le persone dovrebbero poterne parlare apertamente senza vergogna”.
Ha detto, in un’intervista, “non mi sento a casa da nessuna parte”. È vero?
“Sì, è parte di me. Parigi, Roma, Berlino: dopo qualche tempo, mi sento di dover scappare. Ma probabilmente non mi sento a casa dentro me stessa. Sono spaesata ovunque”.
Che cosa sente di avere preso da sua madre Laura?
“Alcune caratteristiche che sono di entrambe: l’emotività, la fierezza e la timidezza, direi. E forse, anche il fatto di sentirmi un po’ fuori dal tempo. Sì, io sono un po’ vintage!”.
Come si descriverebbe, adesso?
“Diciamo che prima mi odiavo: e ora sto cominciando a starmi un pochino simpatica!”
Perché non si stava simpatica?
“Non mi sono sentita mai amata, sono sempre stata piena di paure irrazionali. Ma adesso quando mi sveglio non mi dico più ‘sei un mostro’, ma mi accetto di più. Adesso mi sento come quei vasi giapponesi, che si sono rotti e che sono più belli, quando sono riparati”.
Da adolescente era musicista. E poi?
“Mi sono nascosta, per il mio lato autodistruttivo. Ho studiato musica, ma per la mia eterna insicurezza non ho mai osato veramente provarci. Facevo delle cose e poi le distruggevo, per vergogna”.
Che cosa le fa paura nel presente?
“Il fatto che la gente sia malata di social, il male del secolo. Stanno tutti con la testa giù, alienati, col naso sul telefonino. Qualsiasi cosa succeda, le persone la prima cosa che pensano è ‘prendo il telefonino e filmo’. Per ogni cosa, pensano: ‘ah, che bel post che sto per fare su Instagram’. Mi fa sentire molto spaesata e molto triste”.
Che cosa ricorda dei due set dei film di Paolo Virzì, “Ferie d’agosto” e “Un altro Ferragosto”?
“Nel primo film ero una bambina, ma mi dicono che fossi terribile sul set: detestavo stare sul set! E a quanto pare ero capricciosa. Ma sono contenta di avere fatto quel film perché è un piccolo capolavoro. Nel secondo, più recente, la gioia per ritrovare tutti gli attori, e il dolore per Piero Natoli ed Ennio Fantastichini, che non ci sono più. Ed è stato bellissimo lavorare con mia mamma: è talmente convincente che credevo a tutto quello che facevo su quel set”.