Serena Brancale: “Ho la testa piena di cose belle. E sono le mie canzoni”

Dice di avere la testa piena di cose belle. “E le cose belle sono le mie canzoni e il mio lavoro” ammette Serena Brancale nello studio di Soundcheck, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale. Canzoni e lavoro che il 25 ottobre portano l’eroina di “Baccalà” sul palco degli Arcimboldi per festeggiare, con ospiti, un anno vissuto nell’affetto della gente grazie a quel mix di jazz, soul, R&B e sonorità mediterranee, con cui ha creato uno stile personale e di successo.

La popolarità sarebbe potuta arrivare già dieci anni fa, sempre a Sanremo, quando propose “Galleggiare” tra le Nuove Proposte. Bene così o un piccolo rimpianto ce l’ha?

“Penso che raggiungerla nel 2015 non sarebbe stata la stessa cosa. Ora, infatti, me. La posso godere da adulta. A 25 anni ero una bambina che voleva sperimentare il soul, cantare il jazz, approcciare la canzone italiana, insomma voleva fare un po’ di tutto, mentre quest’anno sono tornata con più consapevolezza e coscienza di chi sono”.

Quello agli Arcimboldi l’epilogo di un viaggio che dall’Ariston l’ha portata a suonare nei Blue Note di Pechino, Shanghai, Seoul e, soprattutto, New York. Su quel palco i fantasmi si sono fatti sentire.

“Quando sei lì, lo senti nell’aria che ci hanno cantato Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. Ma pure musicisti moderni che ho sempre amato e studiato come il pianista Robert Glasper o la contrabbassista Esperanza Spalding. Quello al Blue Note di New York è stato uno dei miei concerti più belli dell’estate. Il locale fa un po’ lo stesso effetto dell’Ariston; nelle foto e nei video sembra enorme, ma quando ci vai poi ti chiedi ‘tutto qui?’. E mi piace che sia così”.

Accoglienza?

“È stato bello portare la musica italiana a New York. Con tanti italiani, ma anche tanti americani che cantavano ‘Anema e core’, perfino i passaggi del testo in dialetto che, per agevolarne la comprensione, ho provato a tradurre in inglese”.

Tra i grandissimi del piano, qual è il suo più vicino alle sue corde?

“Probabilmente Herbie Hancock che incidendo un album di canzoni pop-rock rilette in chiave jazz quale ‘New standards’, finì con l’avvicinarmi alla musica popolare. Un po’ quel che fa oggi Robert Glasper, che prende Erikah Badu ed altri protagonisti del jazz contemporaneo e li mette nell’hip-hop. Lavoro che trovo molto fico. Ecco perché mi è piaciuto che un produttore di talento come Shablo abbia tentato di fare con ‘La mia parola’ qualcosa di simile a Sanremo”.

Standards italiani?

“Beh, grandi canzoni come ‘Almeno tu nell’universo’ di Mia Martini o ‘Ancora’ di Eduardo De Crescenzo lo sono indubbiamente”.

Pure Pino Daniele ne ha scritti diversi. E lei l’ha omaggiato a Napoli un mese fa suonando con la sua band dei primi album. Che esperienza è stata?

“Emozionantissima. Alle tastiere c’era Ernesto Vitolo che metteva in ‘Alleria’ gli stessi ‘voicing’, le stesse combinazioni di suoni, gli stessi raddoppi di note, di quei dischi. Mi sembra che nuove realtà della musica partenopea come Nu Genea vadano oggi a cercare proprio quel tipo di mood.

Mamma Maria regalò a lei un violino e a sua sorella Nicole un pianoforte. Sarà stata felice di vedervi entrambe al Festival, una in scena e l’altra a dirigere l’orchestra

“Il violino è molto difficile, così mi sono buttata sul piano anche se non lo suono certo come Nicole, ma, diciamo, a modo mio. All’inizio volevo suonare la batteria, le percussioni. Tant’è che all’Ariston me ne sono portata una elettronica”.

Diplomata in canto, nel 2010 vede Stevie Wonder all’Arena di Verona e capisce che il piano deve entrare a far parte della sua vita

“Mamma, da musicista, mi aveva sempre raccomandato di affiancare uno strumento musicale al canto, perché se uno padroneggia l’uno fa meglio l’altro. Quella sera a Verona, mi sono resa conto di quale dovesse essere lo strumento. Se ascolti Alicia Keys o Elisa, hai la netta percezione di ascoltare musiciste che cantano. Qualità decisiva soprattutto in tempi in cui è la competenza a fare la differenza”.

Il suo ultimo album “Je so accussì” è del 2022. E il prossimo?

“Spero arrivi il prossimo anno, con dentro dieci anni di carriera. Di canzoni inedite da parte ne ho, ma voglio metterci tutte quelle che mi hanno fatto conoscere in questi ultimi tempi, da ‘Baccalà’ a ‘La zia’, da ‘Anema e core’ a ‘Serenata’, ma anche cose messe sottoforma di reel sui social come ‘Bari amore’ dedicato alla mia città”.

Sanremo 2026, il pezzo c’è?

“Ce n’è più di uno. Perché vorrei portare tante cose che mi rappresentano e la scelta migliore è capire cosa voglio essere di nuovo su quel palco dopo l’esperienza di ‘Anema e core’. Una scelta ardua perché non voglio spezzare il cordone ombelicale creato, grazie a quel brano, col pubblico del Festival”.