L’inaspettato s’è verificato: il Pd e Giorgia Meloni si sono trovati d’accordo su qualcosa. La parola chiave di questa precaria e provvisoria sintonia è “smembramento” e si riferisce alle possibili operazioni riguardanti il Monte dei Paschi di Siena. Lo scriviamo per esteso perché il terrore massimo nella città del Palio, da sempre, è che “Siena” scompaia dall’insegna. Non è soltanto una questione nominalistica; la paura è quella di perdere posti di lavoro, influenza, autonomia politica.
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Nessuno vuole, ripete la presidente del Consiglio e a ruota non pochi dirigenti del Pd, che Mps venga smembrata giocando a Risiko. “È anche la nostra posizione, da sempre. Abbiamo accolto con interesse le parole della premier, ma aspettiamo di vedere in cosa si concretizzeranno”, ha detto il deputato e segretario del Pd toscano Emiliano Fossi facendo propria la linea del Pd di Siena, “che ha indicato nel coordinamento tra le istituzioni del territorio lo strumento necessario per difendere identità, autonomia e ruolo economico di Mps”. Questa però è la posizione del Pd locale, Eugenio Giani – presidente di Regione – compreso.
E il Pd nazionale? Elly Schlein non proferisce verbo sull’argomento, della materia si occupano d’altronde altri dirigenti più specializzati. Come Antonio Misiani, responsabile economico della segreteria Schlein, che prima dice di accogliere “positivamente le parole della presidente del Consiglio Meloni e il suo auspicio di evitare lo smembramento del Monte e di preservarne l’identità”, poi precisa di non avere “la minima intenzione di andare a braccetto con Giorgia Meloni. Il Pd è attento al territorio, la premier vuole fare il banchiere d’affari. C’è una bella differenza”.
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Il Pd insomma è d’accordo e non è d’accordo con Meloni. Ognuno d’altronde bada al proprio particulare; senesi e toscani vogliono che Mps non vada via da Siena (più che la stabilità del sistema bancario, vera posta in gioco, per i politici locali in ballo ci sono posti di lavoro e voti), il Pd romano non può farsi vedere troppo in armonia con i felloni del governo, quindi aggiusta il tiro. Gli emiliano-romagnoli non sono semplici spettatori, visto che la bolognese Unipol è alleata di Intesa Sanpaolo nell’operazione che porterebbe al suddetto smembramento di Mps (il presidente del Pd, già presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha qualcosa da dichiarare?). Magari è solo un gioco delle parti, ma su un punto Misiani è rimasto fedele a sé stesso nelle dichiarazioni degli ultimi giorni: “Per evitare che le dichiarazioni della premier rimangano chiacchiere estive, è essenziale che in questa fase lo Stato rimanga azionista del Monte e si attivi per concretizzare le garanzie che la stessa Meloni ha auspicato”.
E qui si torna a un antico dibattito sul ruolo della politica, o meglio dello Stato, nelle sorti del mercato. Il capogruppo dei senatori del Pd, Francesco Boccia, pare essere di altro orientamento, come notato anche da Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera e responsabile economico di Fratelli d’Italia: “Noi non parteggiamo per una banca contro un’altra. E non lo faremo mai perché non spetta alla politica decidere chi debba comprare chi… Proprio per questo deve smettere di comportarsi come un giocatore nel risiko bancario”, ha detto Boccia.
Ricapitolando: c’è un Pd d’accordo con Meloni e uno che non è d’accordo con Meloni (a volte sono persino le stesse persone). C’è un Pd che è per l’intervento pubblico e uno che non è per l’intervento pubblico. C’è un Pd che sta con Bologna e uno che sta con Siena? Ma la linea del Pd qual è (sempre che ne abbia una)?