In Italia, i racconti letterari vengono un po’ sottovalutati, eppure scriverli è molto complesso. Sono come lampi: brevi, improvvisi, ma capaci di illuminare interi paesaggi dell’animo umano. In un’epoca che chiede storie da divorare in fretta e nel lungo termine – tra serie tv, feed infiniti e romanzi da bestseller – il racconto rimane un atto di resistenza.
È la forma che più somiglia alla vita: frammentaria, incoerente, sorprendente. E così, la scrittrice Rossella Milone, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura, con Il primo desiderio (Neri Pozza) costruisce un mosaico di destini che si sfiorano e si intrecciano, componendo un universo di personaggi sospesi tra amore, perdita e ricerca di sé.
Milone ha scelto la forma dello “short story cycle”, molto amata nella tradizione anglosassone. Scrivere questi racconti collegati tra loro le hanno permesso di muoversi liberamente nel tempo e nello spazio, “entrando e uscendo dalle vite dei personaggi quando serviva alla narrazione”. Una libertà che non è disordine, ma profondità: “Il racconto – spiega – mi permette di raccontare il tempo, non solo di farlo passare”.
Il tempo, infatti, è il vero protagonista del libro. Scandisce le vite, le devia, le spezza, le ricuce. “È un personaggio che incalza”, dice Milone, e lo si percepisce in ogni pagina. Dall’Africa sospesa in un eterno presente del primo racconto – “dove la percezione del tempo poteva dilatarsi all’infinito” – fino ai ritorni, ai lutti, agli incontri che deviano le vite dei protagonisti.
Tra loro spicca Isabel, personaggio-chiave nato quasi per caso durante la scrittura. “Mi si è presentata e ho deciso di seguirla”, racconta Milone. Isabel attraversa le vite altrui come un’eco, imprimendo la sua presenza anche dove non appare direttamente. È una donna che cerca la salvezza nell’altro, ma anche nella propria autonomia. “Saper entrare nel mondo degli altri ti farà sempre sopravvivere al tuo”, le dice la sua mentore. Una frase che diventa manifesto: perché, come spiega l’autrice, “l’apertura all’altro è l’unico modo che abbiamo per resistere. Nessuno è mai andato avanti senza la convivenza, anche se a volte è feroce”.
Il libro si muove tra passioni, spaesamenti e un costante interrogarsi, anche su che cosa significhi davvero “casa”. Come per Cecilia, protagonista del racconto Sabotaggi, che vive sospesa tra due mondi e si sente dire continuamente: “quando torni a casa?”. Ma casa, suggerisce Milone, “è il luogo dove stai bene, non necessariamente quello dove sei nata”.
Ogni racconto de Il primo desiderio è una piccola caccia al tesoro: chi legge deve trovare il filo, seguire le “molliche” disseminate dall’autrice. “Volevo che ogni storia lasciasse qualcosa di aperto che il lettore potesse ritrovare più avanti”.
E quel filo, alla fine, si riannoda in una frase che Milone ha scritto nel primo capitolo, un proverbio africano: “Non ballare mai al ritmo di un tamburo suonato da altri”, un invito a seguire il proprio battito interiore, a non farsi dettare la vita da ritmi esterni – né dal tempo, né dagli altri, né dalle aspettative.
E forse è proprio questa la chiave del piacere della lettura: scoprire che la letteratura, quando osa immaginare, non ci allontana dal mondo – ce lo restituisce. Perché leggere, come vivere, è imparare a danzare al ritmo del proprio tamburo.