“Io ricordo ancora quando questa azienda mi propose il ruolo: la mia prima domanda fu ‘Ma c’è un mercato di bagni chimici?'” – Luigi Pupo, CEO di Sebach, racconta con ironia il suo ingresso in un settore che molti considerano marginale, ma che genera 110 milioni di euro di fatturato annuo e rappresenta un tassello fondamentale dell’economia italiana.
Le origini: dall’America alla Toscana
La storia di Sebach inizia quasi quarant’anni fa a Certaldo, in provincia di Firenze, quando la famiglia Dainelli, dopo un viaggio negli Stati Uniti, scopre quello che allora veniva chiamato “la latrina” – i bagni chimici utilizzati principalmente dall’esercito americano. L’intuizione è semplice ma rivoluzionaria: portare questa soluzione in Italia e in Europa.
“I fondatori vedono quella che era la famosa latrina che veniva utilizzata in passato soprattutto dall’esercito e pensano a una soluzione simile per il mercato italiano,” spiega Pupo. “Inizialmente con un numero abbastanza ridotto di bagni chimici, ma col trascorrere del tempo si rendono conto che effettivamente c’è un mercato potenziale.”
L’evoluzione è naturale: da importatori a produttori. La domanda cresce, il mercato si espande, e arriva il momento cruciale: “Perché continuare a importare i bagni? Costruiamoli noi direttamente.”
La svolta del 2008: il decreto che cambiò tutto
Il vero punto di svolta arriva nel 2008, con un cambiamento normativo che trasforma radicalmente il settore. “C’è un decreto legislativo che fondamentalmente definisce il bagno chimico come un componente essenziale del cantiere, quindi un requisito essenziale per quanto riguarda la salute e sicurezza sul luogo di lavoro. E da lì esplode un mercato enorme che prima non c’era,” racconta il CEO.
Una rivoluzione silenziosa che ha cambiato il volto dei cantieri italiani. “Noi siamo abituati a pensarvi quando c’è un grande pubblico, un evento, un concerto, però in realtà siete in tutti i cantieri dove c’è da lavorare,” emerge dall’intervista. La normativa introduce una regola semplice ma rigorosa: ogni dieci operatori presenti in cantiere deve esserci un bagno chimico.
La tecnologia dietro alla semplicità
Quello che appare come un semplice contenitore nasconde in realtà un complesso lavoro di ingegneria e chimica. “Fondamentalmente si parte da un meccanismo che consente la raccolta dei reflui – come vengono definiti in gergo tecnico – e all’interno ci sono dei componenti chimici, da qui proprio il nome bagno chimico: sono degli anti fermentativi, dei disgreganti, delle sostanze profumate,” spiega Pupo.
L’obiettivo? Permettere al bagno chimico di rimanere in cantiere anche una settimana senza odori spiacevoli, disgregando i reflui e facilitando successivamente le operazioni di spurgo e smaltimento. Il tutto seguendo rigorose normative comunitarie che definiscono dimensioni, meccanismi di apertura e chiusura, requisiti di sicurezza.
“Ci sono delle istruzioni, delle raccomandazioni su quanti bagni chimici devono essere utilizzati durante un evento, in base al numero di visitatori. Ci sono proprio delle regole base,” precisa il manager, spiegando come questo abbia portato a un’uniformazione a livello territoriale, regionale e internazionale.
I grandi numeri degli eventi
Le cifre fanno impressione. Per il Concerto del Primo Maggio a Roma, con circa 500.000 persone, Sebach può arrivare a installare tra i 1.000 e i 3.000 bagni chimici. “Dipende sempre dall’utilizzo, perché il tipo di soluzione che offriamo non è soltanto il bagno chimico,” chiarisce Pupo, illustrando come l’azienda abbia ampliato la gamma con monoblocchi sanitari e soluzioni modulari.
Ma è il Giubileo del 2000 a rappresentare la sfida più grande nella storia dell’azienda. “Parliamo di oltre 15.000 bagni chimici impiegati quella volta,” ricorda con orgoglio il CEO. “È stata una grande sfida. C’è stato un momento iniziale di panico, però è stato un cambio di passo importante.”
Un aneddoto significativo: “Durante il Giubileo io mi sono messo a preparare il pranzo per gli operatori aiutando i colleghi, così come i colleghi facevano avanti e indietro con la macchina. Tutto molto divertente.”
La rivoluzione del rosso: quando Oliviero Toscani cambiò i bagni chimici
Uno dei momenti più significativi nella storia di Sebach è la trasformazione dell’immagine del bagno chimico, grazie al contributo di Oliviero Toscani e l’iconica idea del cuore rosso rovesciato.
“Prima il bagno chimico era qualcosa che doveva essere nascosto, le colorazioni erano il beige e il grigino perché non doveva essere notato,” spiega Pupo. “Quando si è iniziato però a ragionare su come andare a posizionare il nostro brand, un giusto suggerimento è stato: ma perché li vogliamo nascondere? La gente ne ha bisogno, li ricerca. Dobbiamo dargli un colore che sia il più visibile possibile. Ed è rinato il rosso.”
Questa trasformazione ha sdoganato il bagno chimico da oggetto da nascondere a servizio riconoscibile e orgogliosamente visibile. Una rivoluzione culturale che si riflette anche nella comunicazione dell’azienda.
La comunicazione ironica: “Il futuro si fa in bagno”
In un’epoca in cui molte aziende faticano a comunicare con leggerezza, Sebach ha scelto la strada dell’ironia consapevole. “Noi quotidianamente utilizziamo parole come pipì, pupù – un qualcosa che magari in altri contesti…” scherza Pupo. “L’ultima fiera a cui abbiamo partecipato, Ecomondo, il nostro slogan era ‘Il futuro si fa in bagno’.”
La strategia social dell’azienda scherzosa sul comportamento degli utenti ha generato reazioni sorprendenti. “Alcune volte le persone mi chiamano e mi dicono: ma veramente? Non è un fake, siete proprio voi?” racconta divertito il CEO. L’azienda ha persino creato spille con lo slogan “Tengo duro finché non vedo un Sebach.”
“Quando realizziamo campagne, noi facciamo una ‘riunione di gabinetto’,” aggiunge con ironia Puppo, spiegando però che dietro questa comunicazione giocosa c’è uno studio accurato e investimenti significativi.
L’impatto ambientale e la sfida della sostenibilità
Uno dei temi più delicati è quello dell’impatto ambientale. “Se io dico chimico penso all’inquinamento,” emerge dall’intervista. Pupo affronta la questione con trasparenza: “Sono già diversi anni che si stanno studiando degli additivi fondamentalmente biologici. Allo stato attuale, purtroppo, per la gestione del refluo non ci sono altre soluzioni se non portarlo a un impianto di smaltimento.”
Tuttavia, l’azienda ha implementato diverse strategie per limitare l’impatto: “I nostri bagni utilizzano un bassissimo livello di acqua quando devono funzionare. Non prevedono un piatto, piuttosto abbiamo l’ugello che va proprio a vaporizzare l’acqua che viene utilizzata.”
Sul fronte del riciclo, Sebach sta investendo nel recupero dei bagni a fine vita. “Dopo dieci anni di utilizzo, vengono tolte le componenti metalliche, mentre tutti i componenti in plastica si cerca di trattarli e rimetterli di nuovo nel circuito produttivo, proprio per andare a diminuire l’impatto ambientale.”
La “malattia” del bagno chimico
“Il bagno chimico è una malattia,” scherza Pupo con autoironia. “Nel momento in cui tu inizi a parlarne, dal giorno dopo continui a vedere bagni chimici da tutte le parti. Io quando sono in autostrada, invece di guardare il panorama, guardo i cantieri.”
Un aneddoto emblematico: “Durante il Giubileo, mentre passava la papamobile con il Papa – assolutamente massimo rispetto per la figura del Papa – una volta passato, dopo 30 secondi l’attenzione era già tornata sui bagni chimici. È proprio una malattia che ti entra dentro, non riesci più a guarire.”
Anche ai concerti, la deformazione professionale è totale: “Alcuni miei colleghi mi chiedono: lei riesce a godersi un concerto senza guardare i bagni? La risposta è no, è impossibile.”
Un modello di business accessibile
Dal punto di vista economico, il servizio offerto da Sebach rappresenta una soluzione estremamente conveniente. “Parliamo di un qualcosa di, tra virgolette, economicamente basso: parliamo di meno di 200 euro al mese a fronte di quattro interventi di pulizia, manutenzione, rifornimento carta igienica eccetera.”
Questa accessibilità economica è uno dei fattori chiave del successo. “Nel momento in cui vai a discutere di prezzi con gli organizzatori di eventi, si rendono conto che con il bagno chimico risolvi fondamentalmente i problemi andando a investire veramente poco,” spiega il CEO.
L’eredità del Covid: un cambio culturale
La pandemia ha rappresentato uno spartiacque culturale anche per questo settore. “Il Covid ha completamente cambiato noi, ha cambiato quella che è la nostra cultura, ha cambiato l’attenzione all’igiene. Io penso ormai tutti abbiamo in macchina la boccettina del gel sanificante, cosa che prima non facevamo,” osserva Pupo.
“È aumentata anche l’attenzione verso il bagno chimico. Le persone hanno capito qual è il beneficio che può derivare dall’utilizzarlo. Si è capito che il mercato non chiedeva soltanto bagni chimici ma chiedeva anche altre tipologie di prodotti.”
Questo ha spinto l’azienda a differenziare l’offerta, investendo nei monoblocchi sanitari e soluzioni modulari, particolarmente apprezzati durante gli eventi per “differenziare un pochettino la tipologia di servizio offerto.”
I numeri di un leader
Oggi Sebach è un colosso del settore, con numeri impressionanti:
- 110 milioni di euro di fatturato annuo
- 100 dipendenti diretti
- 80 concessionari su tutto il territorio nazionale
- Oltre 50.000 bagni chimici in circolazione
- 65% di market share in Italia
- Più di 3.000 monoblocchi sanitari
Dal 2021, l’azienda fa parte del gruppo multinazionale TOI TOI & DIXI, mantenendo però la sua identità e autonomia operativa.
Le sfide quotidiane: dalla metropoli alla montagna
Ogni installazione presenta le sue peculiarità. “Ogni location ha le sue complessità,” racconta Puppo. “Si va dal piccolo cantiere – dove alcune volte torni la settimana successiva e l’operaio ci ha costruito intorno un muro – fino a posizionare bagni chimici al centro di Roma o a 2.800 metri d’altezza.”
Un caso emblematico è l’Adunata Nazionale degli Alpini: “Durante quella tipologia di evento, alcune volte siamo costretti a rifornire determinate ‘batterie’ – come vengono definite – proprio perché a seconda dello stand che offre i cibi migliori o la birra migliore, ci vogliono più bagni chimici in quella zona.”
Una famiglia prima che un’azienda
“Noi ci definiamo spesso una grande famiglia,” dice con orgoglio Pupo. “Siamo un gruppo molto unito, molto affiatato. Nel momento in cui c’è un evento di una certa dimensione, a partire dall’amministratore, tutti i collaboratori siamo i primi a scendere in campo.”
Questa filosofia si riflette anche nella gestione quotidiana: “La porta è sempre aperta, è sempre stato così. L’amministratore non può gestire in modo adeguato una società se non c’è un contatto diretto, uno scambio sincero con i propri dipendenti.”
E le celebrazioni sono parte integrante della cultura aziendale: “A noi piace tanto celebrare i successi, e per fortuna negli ultimi anni abbiamo avuto la possibilità di celebrarne molti. Dal compleanno del dipendente alla festa prima delle vacanze estive – per noi la persona è molto importante, è il principale asset dell’organizzazione.”
Il percorso di un CEO inaspettato
Luigi Pupo arriva in Sebach da un background completamente diverso: l’automotive. Il suo ingresso nel settore dei bagni chimici è quasi casuale: “Ricordo ancora quando un head hunter mi chiamò: ‘Dottore, le propongo questa società che opera nel settore dei bagni chimici.’ La mia prima domanda fu: ma c’è un mercato di bagni chimici? Era qualcosa di completamente sconosciuto.”
La sua giornata tipo inizia presto – sveglia alle 6:30 – e si conclude intorno alle 19:00, con una particolarità: “Io vivo vicino a Varese, la mia sede di lavoro è in Toscana. Quindi sono un assiduo frequentatore di Autogrill.”
Sul work-life balance è chiaro: “Quando finisco la mia settimana lavorativa mi rifugio in montagna, nella mia casetta, con la mia famiglia e tendo a evitare WhatsApp durante i fine settimana. Sotto questo punto di vista ho dei magnifici collaboratori, quindi sabato e domenica è sacro.”
Lo sguardo al futuro
Guardando avanti, Pupo è ottimista: “Sono convinto che il bagno chimico continuerà a far parte del nostro mondo, della nostra cultura, del nostro quotidiano. Sicuramente ci saranno delle evoluzioni, delle rivoluzioni che vanno verso la sostenibilità e una maggiore facilità di utilizzo.”
Il motivo è semplice: “È un prodotto che consente di risolvere problematiche con un investimento minimo da parte degli utilizzatori, quindi qualcosa di difficilmente sostituibile.”L’obiettivo è chiaro: “Ci sarà una maggiore attenzione verso la sostenibilità, si cercherà di utilizzare materiali più sostenibili dal punto di vista ambientale, ma continuerà a far parte della nostra cultura. Di questo sono assolutamente convinto.”
Una lezione di leadership
Dalla storia di Sebach emerge una lezione più ampia sulla leadership moderna. “Non c’è un ruolo predefinito, un piano prestabilito per l’amministratore,” riflette Pupo. “Deve sapersi adeguare alle dinamiche aziendali, non cercare di plasmarle secondo la sua visione, ma senza stravolgerle. Accettarle, coordinarle, controllarle – un mix che deve essere ben dosato.”
E conclude con una considerazione che vale ben oltre il settore dei bagni chimici: “L’amministratore è quello che ha sulle spalle la principale responsabilità: il benessere delle persone. Perché le persone fanno l’azienda.”