Sanremo è un frullatore mediatico dove la buona musica incontra il glamour e definisce le tendenze, non solo televisive, dello Stivale. La cifra stilistica di quest’edizione è la sobrietà accompagnata dalla compostezza. Un Festival disinnescato di tutto, ecco perché molti – tra il pubblico e gli esperti – lo ritengono sotto tono e l’interesse non è acceso come gli altri anni. È sufficiente vedere le pagine dei giornali: per la prima volta dopo 5 anni, Sanremo non figura tra le notizie principali di giornata. Significa che non c’è molto da dire o aggiungere.
I cantanti cantano e, citando Ornella Vanoni (che è stata omaggiata all’una meno venti, forse una collocazione diversa si poteva trovare per una personalità del suo calibro recentemente scomparsa), quando la musica è finita gli amici se ne vanno. Sanremo è all’insegna del talento canoro lasciando da parte l’intrattenimento: conta esclusivamente la gara. Dato che, però, siamo al cospetto di uno spettacolo in Eurovisione occorre aggiungere altro.
Carlo Conti e l’inclusione sociale
Un pizzico di glamour e qualche accenno – senza esagerare – di spettacolo. Quindi, vedere gli atleti di Milano-Cortina 2026 non solo è giusto. Può definirsi anche doveroso per i successi che hanno ottenuto e il contributo che hanno dato e danno al Paese. Il Festival della Canzone Italiana è lo specchio mediatico del Paese, dunque se c’è qualcosa o qualcuno di cui andare fieri è opportuno tributargli spazio.
L’altra accortezza avuta, e Carlo Conti non è la prima volta che la mostra, è stata anche quella di concedere i riflettori all’inclusione sociale e alle opportunità che può restituire una conoscenza approfondita delle argomentazioni relative al terzo settore. Il Direttore Artistico toscano, nel corso dei suoi Festival, ha sempre dato spazio alla disabilità: ne ha parlato, ha mostrato cosa vuol dire vivere in una condizione diversa. Fu il primo a portare alla ribalta (sul territorio italiano in un palcoscenico importante come l’Ariston) Ezio Bosso. Compianto maestro e compositore con disabilità che all’estero riempiva arene e in Italia aspettava ancora un’occasione come quella che gli ha dato il conduttore.
Da Ezio Bosso a Sammy Basso
Conti poi ha portato a Sanremo negli anni anche Sammy Basso e gli ha permesso di raccontare una condizione di vita, legata a una patologia, di cui si sapeva ancora poco. Senza contare quello che ha fatto lo scorso anno, quando ha chiamato il Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi sul palco dell’Ariston. Il Direttore Artistico toscano non è una persona insensibile all’inclusione sociale e a determinate tematiche, ma si lascia spesso risucchiare dalla narrazione più comune.
Se negli anni scorsi ha cercato di creare un racconto – legato alla disabilità – un po’ diverso che esulasse dal pietismo e la retorica (è sufficiente ricordare la chiacchierata con Bosso per capire quanto volesse scardinare certi tabù e andare oltre i soliti stereotipi), quest’anno ha preferito un approccio più classico e standardizzato. Non per forza risolutivo.
Il coro ANFASS
È stato giorni a dire che il tempo era poco e occorreva recuperare minuti per non togliere spazio alle esibizioni. Nonostante questo ha sentito il bisogno di coinvolgere il coro dell’ANFFAS di La Spezia. Fino a qui tutto bene, anzi dimostra ulteriormente che Conti non si ferma quando si tratta di portare avanti un proposito.

I problemi di organizzazione sono cominciati dopo: quando ha scelto di chiamare un coro di persone con disabilità e poi si è chiesto, giustamente, cosa fargli fare. Una canzone. Siamo a Sanremo, mica puoi fare un balletto. A meno che non ci sia Lillo come coreografo. Stabilito questo, si canta: perfetto. Il Direttore d’Orchestra dirige e ragazze e ragazzi con disabilità cantano. Bellissimo, bravo, Carlo. Magari troviamo anche spazio per dire qualcosa sulle attività che l’ANFFAS porta avanti. Per-fet-to. Ci siamo, mica si diventa Direttori Artistici per caso.
“Io sono come te”
Pervaso da convinzione, orgoglio e un pizzico di delirio di onnipotenza, Carlo Conti sceglie – dopo aver formulato un blocco pulito, possibilmente utile alla collettività e inedito – di strafare: fa vestire ragazze e ragazzi con disabilità con una maglietta rossa accompagnata dalla scritta “Io sono come te”. Perché, Carlo, hai avuto una simile idea? Cosa ti è passato per la testa? È lo stress, la tensione o la voglia di aggiungere una ciliegina ulteriore sulla torta?
Poteva chiudersi tutto con una canzone e una standing ovation, Conti, invece no. Per fare quello controcorrente, quello sensibile, quello originale, è scivolato proprio sull’unica buccia di banana che avrebbe dovuto evitare. Non si può accettare – nel 2026 – un concetto come “Io sono come te” riferito alle persone con disabilità.
La convenzione ONU
In primis perché non ci dovrebbe essere bisogno di ribadirlo, tutti siamo persone. Con o senza disabilità. Sottolineare io sono come te, al cospetto di una persona con disabilità, significa – anche indirettamente – agevolare ancora il concetto che i disabili sono una specie strana da preservare o di cui occuparsi. Da questo cortocircuito siamo usciti 20 anni fa, quando la convenzione ONU ha stabilito che il termine disabile dovesse essere sostituito con l’espressione persona con disabilità perchè siamo tutti, indistintamente, personalità. Quindi dire, in Eurovisione, io sono come te a persone affette da differenti patologie non ha senso. Oltre ad essere profondamente offensivo.
Oltretutto che bisogno c’era di aggiungere tutto quel discorso sui sogni, la tenacia e la parabola degli eroi moderni? Non serve, Conti, le persone con disabilità sanno benissimo che devono farcela da sole. E l’hanno imparato, loro malgrado, anche da iniziative come quella di Sanremo 2026 che invece di ribadire quanto servirebbe in Italia un’inclusione vera e non puramente propagandistica pensano a stabilire emozioni forti ricercando la lacrima facile. Ragazze e ragazzi – sul palco dell’Ariston – erano felici di essere protagonisti in diretta nazionale. Ma non è questo il punto.
Persone da accudire anziché valorizzare
L’argomento primario è che non è possibile veicolare la disabilità ancora con questo approccio vecchio, stantio e intriso di pietà. La disabilità in Italia ha bisogno di risposte, non certo di compatimento. Le risposte non deve fornirle Sanremo, ma lo Stato. Se, però, nel frattempo – alla prima occasione utile per sollevare eventualmente l’importanza del Terzo Settore – passa esclusivamente il concetto che le persone con disabilità siano soltanto da “accudire” anziché valorizzare è finita.
Nel giro di pochi minuti Carlo Conti, con la complicità indiretta dell’ANFFAS, è passato sopra a battaglie che famiglie e associazioni combattono da anni per favorire emancipazione e diritti. Era solo un’esibizione? Forse, o magari è stata l’ennesima occasione sprecata per far posto alla sensibilità posticcia piuttosto che evidenziare cosa effettivamente sia necessario fare per garantire un futuro migliore a chiunque. Persino a quelli che pensano di risolvere il problema degli stereotipi con una maglietta rossa intrisa di abilismo.