La comicità televisiva non trova più spazio: ridiamo meno o è la TV che non sa più far ridere?

Sono passati anni, ma nemmeno troppi, in cui la grande comicità riempiva i palasport. Oggi questo è un fenomeno un po’ più raro, forse anche per una questione di costi.

Tuttavia i teatri sono stracolmi di date di successo e di comici di talento che a suon di repliche e di estensioni fanno il pieno anno dopo anno, tour dopo tour. Basti pensare ad Antonio Ornano, che sta completando il suo (In)Grato – due ore di risate – con decine e decine di repliche. Divertente nel ristretto format televisivo, semplicemente travolgente a teatro. E chi si limita al compitino davanti alla TV non si immagina quanto Ornano sia da vedere a teatro.  Come lui molti altri. Non tutti per la verità.

In queste settimane in tour ci sono Angelo Pintus, Angelo Duro, Ale & Franz. E ancora Bisio, Maurizio Battista, Fabio De Luigi, Andrea Pucci, Giacobazzi, Angioni. Dunque è il teatro oggi la vera casa della comicità?

Il mestiere di far ridere, dalla TV al teatro

Non c’è alcun dubbio che Zelig abbia formato una generazione di comici che ancora oggi campano di stand-up e tour teatrali grazie a quella promozione televisiva. Colorado ha lanciato nomi che sono diventati volti televisivi grazie a un format di pochi minuti. Così come in precedenza aveva fatto per diversi anni sulla Rai Bulldozer.

Erano gli anni Novanta e i Duemila, e la televisione era il luogo in cui la comicità italiana si costruiva, si distribuiva, si affermava e consacrava. Oggi quel luogo non esiste più, o esiste in forma così rarefatta da essere irriconoscibile. E al suo posto c’è un fenomeno interessante e paradossale da analizzare: quello dei teatri pieni.

Il boom del teatro comico

I dati sono chiari e coerenti da almeno cinque anni. I comici italiani — dai veterani come Aldo, Giovanni e Giacomo ai nomi più giovani come Edoardo Ferrario, Luca Ravenna, Michela Giraud, Saverio Raimondo — fanno tournée con date sold out in tutta Italia, spesso con repliche aggiunte per la domanda che supera l’offerta.

Non è un fenomeno di nicchia: è un mercato che cresce mentre quello televisivo si contrae. Ogni comico ha il suo palco e il suo show: date serali o più tradizionali, si ride per l’apericena ma anche in teatri importanti. E se una delle compagnie di maggior successo in Italia è una compagnia locale, comica, quella dei Legnanesi – la terza per numero di biglietti venduti nel nostro paese – i teatri aumentano gli spazi ai comici per toglierne un pochino alle compagnie di giro.

ritornano i comici che hanno fatto la storia
Sul palco di Zelig tutti i comici che hanno fatto la storia della comicità italiana Credits Fb@Zelig (TVBlog.it)

Il perché di un fenomeno attuale

Le ragioni sono diverse e si sovrappongono. La prima è strutturale: il teatro offre al comico una libertà che la televisione generalista non può concedere. Nessun limite di orario, nessun advertiser da non urtare, nessuna direzione editoriale che lima i bordi più taglienti. La comicità che fa davvero ridere — quella che tocca nervi scoperti, che disturba, che dice cose che qualcuno preferirebbe non sentire — trova nel palco teatrale lo spazio naturale che la prima serata televisiva non può ospitare senza conseguenze.

La seconda ragione è economica: il mercato del live comedy è diventato redditizio in modo autonomo, senza passare dalla televisione come trampolino obbligatorio. Un comico con un seguito social consolidato può costruire un tour senza mai essere apparso in prima serata, e in alcuni casi lo fa anche meglio di chi la televisione l’ha frequentata per anni.

Cosa fa la televisione

La risposta della televisione alla crisi della comicità pura è stata quasi sempre la stessa: ibridare. LOL: Chi ride è fuori su Prime Video, che è ripartito proprio in questi giorni, è l’esempio più riuscito — un format che prende la comicità e la trasforma in competizione, aggiungendo la tensione del reality all’improvvisazione comica. Funziona, fa ridere, ha resistito sei edizioni. Ma non è comicità televisiva nel senso tradizionale: è comicità usata come meccanismo per forzare un format che sia qualcosa di altro e diverso.

Comedy Match sul Nove, anche questo in programmazione in questi giorni, è un altro tentativo nella stessa direzione: improvvisazione strutturata in sfide, pubblico che vota, eliminazioni. Anche qui il contenitore è più importante del contenuto. La risata è il prodotto, ma il format è un game show.

Il problema è che questi format, per quanto validi, non costruiscono comici: li ospitano.

Zelig costruiva comici perché li metteva davanti a un pubblico televisivo di massa settimana dopo settimana, stagione dopo stagione, fino a quando un nome diventava riconoscibile. Quel processo di costruzione non esiste più. Chi emerge oggi emerge dai social, dal podcast, dal teatro — e poi eventualmente approda in televisione. Il percorso si è invertito.

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Belen e i Panpers, conduttori di una delle ultime edizioni di Only Fun – Credits Warner Bros-Discovery (TVBlog.it)

Il pubblico ride meno o ride altrove

La risposta alla domanda del titolo è probabilmente entrambe le cose, ma in misura diversa. Il pubblico non ride meno: ride altrove, in contesti che la televisione generalista non riesce a replicare. Ride sui social davanti a creator che producono contenuti comici in formato verticale. Ride a teatro davanti a un comico che si può permettere di non filtrare nulla. Ride su piattaforme streaming che non hanno i vincoli dell’orario e dell’advertiser.

La televisione nel frattempo ha scelto di non rischiare. La comicità pura — e quindi la costruzione che nasce da uno studio con un microfono, un comico e un pubblico — è percepita come un format ad alto rischio e basso controllo. Meglio mettere i comici dentro un reality, dentro un talent, dentro un game show. Meglio usare la risata come condimento piuttosto che come portata principale.

Il risultato è una televisione che fa ridere per casualità che sulla base di un vero progetto. Mentre il teatro sta facendo il lavoro che la televisione forse ha smesso di fare: formare il pubblico della comicità italiana, un palco alla volta.