Napoli – Sono le 4:30 del 23 dicembre quando l’équipe del Monaldi decolla da Napoli Capodichino. Fuori è buio e fa freddo. Gabriella Farina, cardiochirurga pediatrica, 66 anni, e il dottor Vincenzo Pagano, 33 assistente, arrivano a Bolzano alle 8:15. Con loro: un box di plastica rigida, azzurro, il tipo che si porta al pic-nic. Un infermiere del San Maurizio di Bolzano, più tardi, lo descriverà così: “Un contenitore frigo da spiaggia”. I chirurghi austriaci di Innsbruck — Stefan Schleidel, Veronika Kropfel, Simon Kirkmar — sono già lì, attrezzati di tutto punto, per espiantare il fegato dal piccolo donatore della Val Venosta. Alle 8:27 l’équipe entra in sala operatoria. Incisione alle 9:43, l’espianto del cuore avviene alle 11:25. Ore di intervento scanditi da liti. Gli austriaci parlano inglese tra loro e con Farina. Ma Farina non mastica inglese, solo Pagano lo parla e traduce.

“Ho notato un filo di fumo freddo alzarsi dal ghiaccio. Va bene così?”
Gli austriaci osservano e brontolano. Ad un certo punto i medici di Innsbruck intervengono: c’è un problema di congestione massiva di cuore e fegato. Serve un correttivo urgente. Gli austriaci lo applicano. Poi ‘cazziano’ la Farina. Una. Due. Tre volte. Al terzo richiamo, ricorda un infermiere bolzanino, Farina “rimase ferma, sopraffatta dall’intervento che stava realizzando”. L’intervento si conclude alle 12:24. Il cuore è espiantato. Adesso va conservato e trasportato. È qui che la giornata precipita verso il disastro. Giorgia Casablanca, infermiera del San Maurizio, racconta agli ispettori del ministero della Salute. “La dottoressa di Napoli ha chiesto ghiaccio a me e al collega Peter Bez”. Vanno insieme in pre-sala. Ci sono dei contenitori pieni di ghiaccio, Bez ne versa il contenuto nella borsa frigo dei napoletani. “Ho notato un filo di fumo freddo alzarsi dal ghiaccio”, dice Casablanca. Si gira verso Farina. Le chiede: “Va bene così?”. Farina risponde: “Mettetelo sotto e di lato al contenitore di plastica”. Entrambi non si accorgono che sul frigo c’è una targhetta con su scritto: ghiaccio secco. Anidride carbonica solida. Il cuore viene sigillato nel box azzurro e caricato sul volo per Napoli.
Il camplaggio dell’aorta del piccolo Domenico mentre il cuore nuovo è ancora fuori dall’ospedale
Si chiude la prima scena. Il secondo tempo si svolge al Monaldi. La seconda équipe napoletana — diretta dal chirurgo Guido Oppido che è in compagnia dell’anestesista Francesca Blasi e di due cardiochirurghi pediatrici, Mariangela Addonizio ed Emma Bergonzoni – è già in sala operatoria con il piccolo Domenico Caliendo sul tavolo chirurgico. La prassi e il protocollo vorrebbe che l’espianto del cuore malato avvenga solo quando l’organo sano è in sala, visibile, verificato. Non va così. L’infermiera Teresa Calascione così ricorda: “Alle 14:14 la dottoressa Blasi comunicava a voce alta che la dottoressa Farina era nei pressi dell’ospedale. Fu così che Oppido procedette al camplaggio dell’aorta”. Traduzione: Oppido ostruisce l’aorta di Domenico — punto di non ritorno dell’operazione — mentre il cuore nuovo è ancora fuori dall’ospedale. Ci arriverà alle 14:28. Il caposala Francesco Farinaceo porta il contenitore azzurro in sala e lo mette su uno sgabello. Inizia ad aprirlo, il cuore è un blocco compatto di ghiaccio. Solido. Impenetrabile. Farinaceo si avvicina a Farina e dice, in napoletano: “Gabriè, ma qua è tutto ghiacciato”.
“Questo cuore è una pietra di ghiaccio, durissima”
Farina sbianca: “Come è che è tutto ghiacciato, che vuol dire?”. Farinaceo si gira verso Passariello, guarda Oppido, e in napoletano esclama: “Ma comm’è già ha levato ‘o core?”. Per venti minuti, il personale versa acqua fredda, tiepida, poi calda sul blocco di ghiaccio. “Avevamo i polpastrelli bruciati dal ghiaccio”, ricorda Passariello. Alla fine riescono a estrarre il cestello. Oppido guarda il cuore. “È una pietra di ghiaccio, durissima”, dice. E aggiunge: “Questo cuore non farà neanche un battito”.