Assenze paterne: Zangrando e il paradosso del sangue spezzato

Nella letteratura, i padri non sono mai solo padri. Sono assenze, eredità, ferite che cambiano forma. Sono figure da rincorrere o da cui fuggire. Da Omero a Kafka, da Roth a Starnone, la paternità è un campo di battaglia invisibile dove si gioca l’identità. E Stefano Zangrando, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura, entra in questo territorio con un romanzo che è già, nel titolo, una vertigine: I padri si saltano (Arkadia).

Il libro è un attraversamento inquieto tra memoria privata e Storia collettiva. Al centro, un uomo che sta per “sparire”, non solo fisicamente a causa di una malattia autoimmune, ma come gesto quasi filosofico, e che affida a un altro il compito di raccontarlo. Da questa richiesta nasce una narrazione che si muove tra lockdown e genealogie spezzate, tra padri mancati e figli che cercano di capire da dove vengono per sapere chi sono. È un romanzo che interroga il sangue, ma non si fida del sangue. Che guarda alla biologia, ma lascia uno spiraglio alla libertà.

Zangrando racconta la genesi dell’opera come un’apparizione: un uomo che vuole scomparire e, proprio per questo, desidera lasciare traccia. È un paradosso potentissimo, che attraversa tutto il libro e che dialoga con una delle ossessioni del nostro tempo: essere visti. O, forse, smettere di esserlo. “Abbiamo davvero bisogno di tutti questi riflettori?”, sembra chiederci tra le righe. E la risposta, come accade nei romanzi più onesti, non arriva mai del tutto.

Il titolo, nato in quella zona fragile tra sonno e veglia, è già una chiave: I padri si saltano è insieme constatazione e provocazione. Si saltano per necessità, per ribellione, per sopravvivenza. Si saltano perché ogni generazione tenta di riscriversi da capo. Ma quel salto lascia vuoti, silenzi, crepe che il tempo non sempre riesce a rimarginare.

I personaggi incarnano questa ambiguità. Scheinwindl, figura quasi spettrale metà sardo e metà altoatesino, è presenza e assenza insieme, reale e proiezione. Diego Verun, il narratore, è invece radicato in una quotidianità che la pandemia ha reso sospesa, inaridita. Il lockdown, racconta Zangrando, è stato una frattura nel tempo: una pausa che non ha insegnato a elaborare, ma solo a resistere. E i giovani, osservati attraverso gli occhi dell’insegnante, appaiono sbiaditi, privati di slancio, come se qualcosa si fosse incrinato nel loro rapporto con il futuro.

Eppure, in questo paesaggio di dissolvenze, c’è un punto fermo: la figlia. Un amore “scimmiesco”, lo definisce l’autore, primordiale, privo di sovrastrutture. È forse l’unico legame che non chiede di essere spiegato. Che non si salta.

La copertina del libro di Stefano Zangrando

Anche i luoghi diventano personaggi: Bolzano, con la sua identità sospesa tra lingue e mondi; Berlino, immaginata più che vissuta, simbolo di una metropoli dove bene e male si confondono. Sono spazi interiori prima ancora che geografici, specchi delle tensioni dei protagonisti.

Ma il cuore del romanzo resta una domanda antica: quanto conta sapere da chi veniamo? Zangrando non offre risposte definitive. Anzi, mette in crisi l’idea stessa di origine come destino. La biologia parla, certo. Ma non basta. Tra epigenetica e memoria, tra traumi ereditati e scelte personali, resta uno spazio fragile e prezioso: quello in cui possiamo decidere chi essere.

Infine, forse non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo. O forse sì, ma continuiamo a raccontarci il contrario per non scomparire davvero. E allora la letteratura diventa questo: un tentativo ostinato di lasciare una voce nell’aria, quando tutto il resto sembra destinato a dissolversi.