“Completare l’eliminazione della dinastia di Khamenei e riportare l’Iran all’età delle tenebre e della pietra”. Dopo l’ennesimo ultimatum sfumato con una proroga a tempo indefinito del cessate il fuoco, Israele “attende il via libera dagli Stati Uniti per riprendere la guerra contro Teheran”. Le Idf – ha fatto sapere il ministro della Difesa israeliano Israel Katz – “sono preparate sia in difesa che in attacco e gli obiettivi sono stati individuati”. Un attacco che questa volta “sarà diverso e letale: infliggerà colpi devastanti nei punti più dolenti dell’Iran, scuotendone e facendo crollare le fondamenta”.
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Secondo uno schema ormai noto, mentre i negoziati sono in una fase di stallo difficile da sbloccare, si torna alle minacce. E, in un clima di tregua apparente, mentre in Medio Oriente è arrivata la terza portaerei Usa, la George H.W. Bush, anche l’Iran si prepara al peggio.
Ieri, per la prima volta dall’inizio del cessate il fuoco, lo scorso 8 aprile, le difese aeree iraniane si sono attivate contro “obiettivi ostili” nei cieli di Teheran, intercettando minacce in diverse aree della capitale. Ma, almeno per il momento, Israele nega di aver ripreso gli attacchi contro l’Iran. Nel frattempo il Pakistan prosegue i propri sforzi per far partire il secondo ciclo di colloqui. In segno di ottimismo le delegazioni tecniche incaricate di preparare i negoziati non hanno ancora lasciato Islamabad, tuttavia un punto di incontro sembra lontano. Se per Teheran la premessa per sedersi al tavolo delle trattative è la fine del blocco Usa dei porti iraniani, per Washington quello è il punto di arrivo dopo che l’accordo sarà firmato. L’obiettivo – ha fatto sapere un diplomatico pachistano ad Al Arabiya – è arrivare a una mediazione che preveda, quantomeno, “un allentamento del blocco navale”. Una condizione minima necessaria solo ad avviare i colloqui. Sul fronte di una possibile intesa sono, infatti, diversi i nodi ancora da sciogliere: tra le condizioni irricevibili per l’Iran vi è lo stop all’arricchimento dell’uranio e la consegna delle scorte più vicine alla soglia per uso militare. “Qualunque cosa io stia dicendo o facendo, sembra funzionare molto bene”, ha commentato Trump imputando gli insuccessi diplomatici a una crisi interna a Teheran: vi è una parte che – ha assicurato – “sta morendo dalla voglia di fare un accordo” ma “l’Iran fa fatica a capire chi sia il suo leader”. Il tycoon assicura di non avere fretta di raggiungere un’intesa. “Voglio un grande accordo, non voglio fare le cose di fretta”, spiega, allontanando lo spettro di una guerra nucleare (“Non abbiamo bisogno di usare l’atomica”).
Prosegue, intanto, lo scontro sullo Stretto di Hormuz. “Abbiamo il controllo totale dello Stretto di Hormuz. Nessuna imbarcazione può entrare o lasciare l’area senza l’approvazione della Marina Usa. È ben sigillato, – ha scritto Trump su Truth – fin quando l’Iran non sarà in grado di fare un accordo!!!”. Sempre ieri il tycoon ha dato l’ordine alla Marina statunitense di “distruggere qualsiasi imbarcazione, che stia posando mine nelle acque dello Stretto”. Nel mentre John Phelan, segretario della
Marina, è stato licenziato. Lo riportano i media Usa, secondo cui ci sarebbero state tensioni con il capo del Pentagono, Pete Hegseth, per gli stretti rapporti di Phelan con il presidente Donald Trump. Che fa sapere di voler accogliere alla Casa Bianca gli ambasciatori di Israele e Libano prima del secondo round di colloqui fra le parti.
Sul fronte opposto il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale hanno fatto sapere di stare “esaminando un piano per assumere il controllo sovrano di Hormuz”. E intanto incassa i proventi dei pedaggi imposti.