Roma, 25 aprile 2026 – La cifra più significativa nel 25 aprile di Giorgia Meloni non è più la distanza dal fascismo, ma la qualità politica di quella distanza. Nel 2023, all’inizio del mandato, la presidente del Consiglio si muoveva ancora sul terreno della legittimazione: la destra italiana, diceva, era incompatibile con qualsiasi nostalgia del fascismo. Formula importante, ma difensiva: tracciava un confine, non ancora una piena appartenenza.
Nei 25 aprile successivi il lessico si è fatto più nitido. Nel 2024 la fine del fascismo diventa la condizione del “ritorno della democrazia”; nel 2025 il regime fascista è indicato come “ciò che aveva negato i valori democratici scolpiti nella Costituzione”; nel 2026 la Liberazione viene legata alla sconfitta dell’“oppressione fascista”, che aveva tolto agli italiani libertà e democrazia. Non è un semplice crescendo verbale: è il passaggio da una presa di distanza a un’assunzione di Stato.
Il percorso di Meloni, se vogliamo riguardarlo sotto questo profilo, può ormai dirsi compiuto. Non nel senso banale di una conversione, ma in quello più serio di una maturazione del ruolo. La leader venuta da una tradizione rimasta ai margini del canone repubblicano ha assunto la Repubblica come spazio naturale e l’Europa come misura della propria ambizione. Non chiede più di essere ammessa nella legittimità democratica: punta a esercitare egemonia dentro quelle regole.
Il nodo, a questo punto, è, semmai, il partito. Fratelli d’Italia resta più sospeso della sua leader: fra governo e comunità militante, fra europeismo e riflessi sovranisti, fra disciplina istituzionale e tentazione identitaria. Meloni è arrivata più avanti della casa politica che l’ha portata fin qui. Ora, dunque, deve essere il partito a seguirla, per rendere irreversibile la separazione fra identità conservatrice e ambiguità postfascista, non lei a tornare indietro per rassicurarlo.
Qui il discorso europeo diventa decisivo. L’evoluzione interiore e pubblica di Meloni corrisponde sempre di più al percorso compiuto a Bruxelles: sostegno all’Ucraina, dialogo con il Ppe, rapporto pragmatico con Ursula von der Leyen, fino alla collocazione di Raffaele Fitto ai vertici della Commissione. L’approdo nel Partito popolare europeo, dunque, non sarebbe una giravolta, né una mera operazione opportunistica. Sarebbe il sigillo formale di una traiettoria già sostanziale.
Fratelli d’Italia, però, è ancora nell’Ecr. Ma se Meloni vuole arrivare alle Politiche del 2027 non soltanto come capo del governo uscente, bensì come fondatrice di una destra stabilmente europea, il passaggio verso il Ppe resta l’atto mancante. Non è escluso che maturi proprio nel tempo che resta. E, se maturasse, sancirebbe che la destra italiana non è più una periferia in cerca di riconoscimento, ma una componente dell’architettura europea.
Il 25 aprile, allora, smette di essere la prova imposta dagli avversari. Diventa il giorno in cui una destra adulta riconosce che la libertà repubblicana, frutto della Resistenza, è anche la condizione della propria sovranità politica. Il punto, allora, non è rinnegare una storia, ma decidere a quale futuro essa debba servire.