Roma, 28 aprile 2026 – Un conto è il dolore, che “rimane sempre dolore” senza che “sia nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza”, altro sono le situazioni che “non sono tutte identiche”. Perché, sul punto è netto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, “esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato”. Riconoscere tale distinguo “è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità”.
Il patriarca di Gerusalemme affida ad una lunga lettera pastorale alla diocesi la sua disamina sul presente della Terra Santa. Oltre trenta pagine – “frutto faticoso e sofferto della mia riflessione e preghiera”, premette il religioso francescano –, nelle quali con la sua proverbiale franchezza Pizzaballa chiarisce ruoli e responsabilità in un contesto che, fra la tragedia di Gaza, gli attacchi dei coloni in Cisgiordania e la tregua fragilissima sulla direttrice Israele-Libano, ha visto più volte le sfere della Chiesa accusate di troppa prudenza nella denuncia dell’orrore. Non Pizzaballa, certo, che si tiene lontano dal pessimismo e rilancia il suo messaggio di speranza in un “deserto di pianto” che tuttavia è “abitato da coraggiose esperienze di vitalità e fraternità” dalle quali ripartire sempre.
Il cardinale incoraggia la comunità cristiana a vivere questo “disordine”, nella sua terra e nel mondo, da “credenti”. Evidenzia la crisi delle istituzioni multilaterali, il cambio di rotta di potenze mondiali che un tempo si accreditavano come “garanti dell’ordine internazionale” e oggi, invece, si schierano in base “ai propri interessi strategici ed economici”. Denuncia il dramma della Cisgiordania, definendola la situazione più grave dopo quella di Gaza, un po’ per l’incremento delle aggressioni sullo sfondo dell’occupazione israeliana, un po’ per la totale “assenza dello Stato di diritto” e per l’incremento degli insediamenti dei coloni. Ancora, Pizzaballa non esita a chiedersi quante persone nelle ultime guerre nell’area siano morte per “decisione di un algoritmo”.
La lettera suona come una summa delle ultime requisitorie del cardinale. Qualche giorno fa il patriarca ha stigmatizzato la profanazione delle immagini di Gesù da parte dei soldati israeliani in Libano. In precedenza aveva denunciato aggressioni e limitazioni ai danni dei cristiani da parte di Tel Aviv. A lui stesso, in occasione della Domenica delle Palme, è stato impedito dalla polizia israeliana di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la messa. Le proteste internazionali convinsero le autorità israeliane a fare marcia indietro, ma l’accaduto è rimasto la prova provata di una tensione costante fra Tel Aviv e il porporato che definì “moralmente ingiustificabili” le condizioni umanitarie e il blocco agli aiuti nella Striscia di Gaza. E dire che nel 2020 il suo insediamento nel patriarcato di Gerusalemme era stato salutato come più favorevole agli israeliani che ai palestinesi. Poi si verificò la durissima reazione di Tel Aviv all’indomani della strage di Hamas del 7 ottobre 2023 e la voce di Pizzaballa si fece più ferma contro i soprusi. Sempre da uomo del dialogo, però. Nella stessa lettera pastorale il cardinale chiede alla diocesi gesti di “guarigione”, di “perdono” e rifiuto della violenza.
Della necessità di costruire ponti e non muri hanno parlato anche papa Leone XIV e la prima arcivescova di Canterbury, Sarah Mullaly, ricevuta ieri nel Palazzo apostolico in un’udienza storica. A Sua Grazia, questo l’appellativo onorifico con cui nel Regno Unito ci si riferisce agli arcivescovi anglicani, il Pontefice ha poi confidato: “Sarebbe scandaloso se non continuassimo a impegnarci per superare le nostre divergenze, per quanto insanabili possano apparire”.