La lezione di Ilaria Capua: “Umili, unite e resistenti. Care donne, non mollate”

Roma, 3 maggio 2026 – La sua carriera è stata un intreccio di successi e tempeste. Davanti a rettori ottusi e golosi che chiedevano crostate in cambio di favori. Sotto le minacce dei no Vax che le attribuivano interessi occulti con le case farmaceutiche. Nel tritacarne delle fake news e dell’esilio. Medico veterinario di formazione, Ilaria Capua ha diretto per anni l’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida. Oggi è tornata a vivere in Italia, a Bologna. È Senior Fellow of Global Health alla Johns Hopkins University Sais Europe e continua a promuovere il concetto di Salute circolare, l’idea cioè che la salute umana sia indissolubilmente legata a quella degli animali e del pianeta. L’ultimo capitolo, letterario e sociale, si intitola “Non mollate. Manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile” (Rizzoli). Dove trasforma la sua esperienza di resistenza in una lezione collettiva di libertà attraverso storie vere di chi ha sbattuto la testa contro il famoso soffitto di cristallo. Le provocazioni, sempre quelle: “Ma chi ti credi di essere, Rita Levi Montalcini?

Partiamo dal rettore e dalla crostata. In fondo sempre di virus si tratta.

“La crostata che apre e chiude il libro è un manufatto e può essere usato in modi diversi. Per fare piacere a chi te la chiede senza averne titolo ma anche come oggetto contundente con tutto lo stampo. Il tempo non passa invano e le cose stanno cambiando, però troppo lentamente. Oggi non vedo ancora nella carriera lavorativa di una giovane donna la possibilità di una svolta tale da farci dire che ce l’abbiamo fatta”.

Perché ha scelto ‘Non mollate’ al plurale? Si riferisce a un patto di solidarietà necessario tra donne?

“È un richiamo al branco, un invito a reagire. Non tutte sviluppano una scorza dura. Solo insieme possiamo fare la differenza. Anche stare ferme è reagire. Aspettare è resistere. Basta appunto non mollare”.

Lei con la scorza ci è nata?

“Non è uniforme, in alcuni punti cede. Ne ho passate di cotte e di crude, le ferite sono profonde”.

Qual è il meccanismo più difficile da smascherare, accettato come normale?

“Ci sono tanti modi subdoli di mettere in difficoltà le minoranze. E non mi riferisco solo alle donne. Parlo di un sovraesteso femminile, di chiunque non rientri in uno schema, come il nerd con un cervello gigantesco, però gracile e pieno di brufoli. Anche nella diversità ci sono immensi talenti e rinunciare a tutto questo è poco lungimirante”.

Dicono che nella scienza si impari più dagli esperimenti falliti che dai successi. È accordo?

“Ai miei giovani collaboratori ripeto sempre che se un esperimento non riesce occorre ripeterlo, ma se non torna proprio mai un motivo ci sarà. In caso di fallimento consiglio un bagno di umiltà: devi capire perché i risultati sono diversi da quelli attesi. È anche una metafora”.

Beautiful Science, la chiama lei. Come si riesce a mantenere il senso della meraviglia quando la ricerca si scontra con la burocrazia o la scarsità di fondi?

“Fare il ricercatore, in tutti i campi ma in particolare in quello scientifico, parte da una vocazione e diventa missione. La meraviglia te la senti dentro e va oltre ogni ostacolo. La biochimica ungherse Katalin Karikó è stata fondamentale per lo sviluppo dei vaccini a mRNA contro il Covid-19, ma ha attraversato anni di rifiuto e ostracismo, ha subito declassamenti e ha rischiato più volte di perdere il post di lavoro. Poi ha preso il Nobel per la Medicina nel 2023”.

Lei è stata una pioniera dell’Open Access, la condivisione dei dati genetici. In un mondo sempre più sovranista, come si convince un governo che la generosità è la forma più intelligente di egoismo nazionale?

“Non lo so. Le cose sono cambiate drammaticamente nell’ultimo anno e mezzo. Quando lavoravo in Italia avevo progetti di gemellaggio per condividere metodiche e informazioni con Cuba, Iran e Russia. Perché un virus emerge dove gli pare e se ne frega degli embarghi. La pandemia ci ha insegnato che una cosa partita in Asia in una settimana te la ritrovi nel giardino di casa”.

La scienza vive di dubbi. Come si costruisce un ponte con chi chiede certezze?

“La scienza ha le sue certezze ma non è scolpita nella pietra. Occorre perfezionare i canali della comunicazione, oggi per esempio il modo di raccontare i virus emergenti. Tutti devono sapere che cambiamento climatico non significa solo soffrire e morire di caldo e che l’impatto sulla salute arriva anche dalle malattie trasmesse dagli insetti. O che il vaccino contro il fuoco di Sant’Antonio ha un effetto protettivo contro la demenza”.

Scrivere un manuale di resistenza suggerisce che la parità non sarà concessa ma va conquistata con una strategia. Spunti per una giovane ricercatrice?

“Resisti, tara il tuo personale “tollerometro”, lascia passare l’onda e vai avanti. C’è un tubo che perde: maschi e femmine partono 50 e 50 ma se vai a vedere 20 anni dopo non ci sono praticamente mai donne in posizioni apicali. Io sono fuggita dall’Italia perché ero imputata di reati punibili con l’ergastolo. Quella storia terribile ha stravolto la mia carriera, mi ha strappato la reputazione di dosso. Ma sono ancora qui”.

Dopo la sua vicenda giudiziaria ha scelto di non nutrire rancore verso il Paese che l’ha fatta soffrire. Quale anticorpo mentale ha sviluppato per trasformare una profonda ingiustizia in una spinta al cambiamento?

“Cambiare era l’unico modo di salvarmi. Invito tutti a farlo, a non considerare un lavoro per sempre. La vita può indicare altre strade, serve il coraggio di percorrerle. Le tempeste arrivano quando meno te l’aspetti ed è lì che diventa necessario evolversi. Un meccanismo naturale e assolutamente fondamentale per sopravvivere”.