Mannarino, cinque anni dopo. Il nuovo album “Primo amore”, in uscita il 7 maggio, racconta il cantautore romano da una nuova angolazione, come ammette lui stesso nel salotto di Soundcheck, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale, raccontando come il tempo gli abbia concesso di perdersi e ritrovarsi.
“Ho attraversato un periodo davvero insolito per me” dice Alessandro, 46 anni. “A gennaio 2020 avevo suonato alla ‘Curieuse Nocturne’ al Museo d’Orsay di Parigi, davanti a cinquemila persone: c’era entusiasmo, avevamo annunciato il tour e il futuro sembrava pieno di promesse, soprattutto per il disco a cui stavo lavorando. Poi è arrivata la pandemia. Ho finito di lavorarci nel 2021, in condizioni del tutto anomale, con la sensazione che l’album avesse un’anima e una filosofia molto più luminose di quelle che le registrazioni quasi carbonare di quei mesi fossero riuscite a tirargli fuori. Mi sono così trovato ad affrontare una crisi personale ed esistenziale, ma anche a mettere in discussione il mio percorso artistico. Ed è proprio da lì che hanno preso forma le basi di questo nuovo disco”.
Quindi?
“Dopo il tour ho sentito il bisogno di andarmene via. Sono volato a Panama, sull’isoletta Carenero, portandomi dietro solo un chitarrino: onde bellissime, una capanna, una tavola da surf e il mio strumento. Me ne sono rimasto lì da solo per quasi due mesi”.
Una storia da romanzo
“Già, da romanzo di formazione. Ho iniziato a scrivere un diario e, con il mio chitarrino, anche una canzone: ‘Venere’, la prima del nuovo album. Era un modo per interrogarmi su chi sono e sul mondo intorno. Da anni riflettevo su società, Stato e Chiesa. Il disco nasce così, sospeso tra opposti, luce e oscurità, bene e male, dove tutto si gioca nelle scelte di ogni istante”.
Nell’ultimo singolo questo stare a metà lo identifica nella figura di Diego Armando Maradona
“Il brano ‘Maradona’ nasce dai ricordi della mia adolescenza in periferia ed è anche lo specchio di come mi sento oggi. Maradona diventa simbolo: il dio del calcio, uno sport popolare e imprevedibile, dove basta una palla per sognare e chiunque può diventare qualcuno. Il calcio è anche un rituale, una rappresentazione di opposti: due squadre come eserciti, la porta come conquista, l’arbitro come destino. Su quel campo proiettiamo desideri, paure e ambizioni. El Pibe, figura quasi mitologica, incarna l’uomo che diventa divino. Nel disco, tra metafisica e cosmogonia, serviva un dio: è lui, sospeso tra terra e cielo. La canzone suggerisce che, quando le strutture perdono senso, si ritrova il corpo, l’emozione, il sogno: ed è lì che si sfiora il divino, tra umano e assoluto”.

Il 21 giugno parte da Fermo il nuovo tour
“La costruzione del live nasce dalla scelta di musicisti e set, profondamente ispirati al suono del disco, che influenzerà anche nuovi arrangiamenti dei brani precedenti. L’idea è creare un vero rituale: un flusso continuo senza interruzioni, in cui ossessività ritmica ed energia agiscano come un mantra, liberando il corpo e coinvolgendo lo spettatore dall’inizio alla fine.
Questo approccio riprende la dimensione rituale già presente in “Kalanera”, dove emerge la perdita di senso e il ritorno al corpo. In contrasto con la tradizione occidentale, che separa mente e fisicità, il live si ispira alla musica sudamericana, soprattutto brasiliana: artisti come Chico Buarque, Gilberto Gil e Caetano Veloso hanno unito poesia e danza, superando il dualismo tra parola e corpo. Questa visione, influenzata anche da culture animiste, diventa per me una forma di salvezza e un modello da portare sul palco”.
A Sanremo c’è andato una quindicina di anni fa, ma non per il Festival quanto per il Premio Tenco. Uno dei pochissimi capaci di resistere alla tentazione
“Innanzitutto, non amo le gare. E poi il Festival di Sanremo oggi mi sembra spesso più centrato sui personaggi che sulle canzoni. Mi affascina però l’idea di portare un brano davanti a un pubblico così vasto, quasi come una tribù riunita attorno al fuoco. Allo stesso tempo resto critico: in contesti così esposti c’è sempre il rischio del “panem et circenses”. E io non voglio diventare intrattenimento vuoto per nessuno”.
Che impressione le ha fatto ascoltare uno dei suoi brani più famosi, “Me so ‘mbriacato”, nella versione di Fiordaliso?
“Non ho avuto ancora modo di ascoltarla. Che dire? Sono contento. Fiordaliso è patrimonio dell’Unesco”.
Garbato e diplomatico.