Roma, 8 maggio 2026 – “Il nostro paese ha bisogno di essere raccontato, ha bisogno di essere visto. Come un bambino ha bisogno di essere visto, come ognuno di noi ha bisogno di essere visto, di specchiarsi negli occhi degli altri. Quindi la riflessione è semplicemente: cosa stiamo guardando? Questa è la nostra responsabilità”.
E il film che interpreta guarda proprio lì. Un’Italia marginale, ma profondamente vera. Un’Italia di vite rimaste al bordo della strada. A cercare un bar, un’ultima birra, una disperata allegria. Le città di pianura è un road movie nel profondo Veneto, fra desolazioni minime, tempi sospesi, paesaggi orizzontali, terre di nessuno, ultime birre, uomini lasciati a piedi dalla crisi economica, pensieri sgualciti, disperati, improvvisamente profondi. Un film come una canzone di Paolo Conte, o de Le luci della centrale elettrica.
Parliamo con Sergio Romano, protagonista del film che ha dominato questa edizione dei David, portandosi a casa anche i premi per il miglior film e per la miglior regia. Romano ha vinto il David come miglior attore, alla sua prima candidatura. Ma prima del David, ci sono anni di teatro, tanto cinema scelto con cura. Recentemente, ha lavorato in Avvocato Ligas, la serie con Luca Argentero su Sky. Sul palco, Sergio Romano ha dedicato il premio alla compagna Pia Lanciotti, attrice cult in Mare fuori, con una dedica semplice e definitiva: “Pia, sei tutta la mia vita”.
La prima domanda è la più semplice: che cosa rappresenta questo premio per lei?
“La gioia è ovvia. Ma c’è anche la sensazione di essere andato vicino a quello che amo fare con il mio lavoro”.
Come racconta il lavoro fatto col regista Sossai?
“È stato un lungo avvicinarsi, parlarsi. Non del film, neanche di cinema: ma della vita, della morte, dell’amicizia. Sossai conosce Beckett e Shakespeare, la musica e il teatro. E soprattutto è un uomo che sa guardare la vita, e sa porre tante domande. Il film è nato anche lì, parlando d’altro”.
Avete anche parlato di film, di riferimenti cinematografici?
“Sì, certo. Sono affiorati alla mente Il sorpasso, i film di Wenders, ma anche quelli di Bela Tàrr. E Pier Paolo Pasolini, ma anche il Ferreri de La grande abbuffata”.
Il film è profondamente cinematografico, ma anche molto politico…
“Sì: racconta i luoghi, ma anche classi sociali abbandonate. Lo fa con la maturità di Francesco, che ha compassione intima verso le vite degli altri, ma non è mai didascalico. Lo spettatore capisce tutto, ma non perché viene “detto“: capisci da come sono vestiti i personaggi, da come guardano, da come stanno in silenzio. La grazia di Francesco è quella di raccontare questa gente, senza mai forzare lo sguardo”.
Le città di pianura racconta due cinquantenni non politicamente consapevoli. E forse questo è l’atto più politico.
“I due amici sono degli “analfabeti“ politici, parte di un sottoproletariato che è molto diffuso”.
Parliamo di lei. Quando inizia la sua storia?
“L’inizio vero, intimo, mio, è nel 1979. Quando la tv trasmise Mistero buffo di Dario Fo sulla Rai. Fu una folgorazione. Vengo da una famiglia di operai, ma anche di persone che apprezzano l’arte. Sono andato a Milano, alla scuola del Piccolo, ho incontrato Ronconi, Castri, mi sono innamorato del lavoro di Peter Brook. Il cinema è arrivato più tardi, avevo timore a gettarmi nella pancia di Roma. Ma si tratta, in fondo, dello stesso impegno: raccontare l’umanità”.
Quali sono i suoi autori di riferimento al cinema?
“Adoro Ken Loach: i suoi film hanno una profonda necessità umana, e i suoi attori hanno sempre una verità lacerante”.
In questa edizione dei David si è molto parlato dei problemi del cinema, dei finanziamenti pubblici, delle maestranze.
“Vedo, nel cinema ma più in generale nella società, un piano di annichilimento delle risorse umane. Credo che occorra un grande sforzo di dialogo, che si apra uno spazio di discussione. Mio padre era sindacalista. Mi ha insegnato che, se vuoi ottenere qualcosa, devi lottare. È necessario fare in modo che il cinema si riunisca, discuta i suoi problemi. I finanziamenti ai film italiani di nicchia? È necessario raccontare tante realtà diverse. La vita è complessa. Non possono esserci solo multisale dove vedi solo film mainstream, quasi sempre americani”.