Roma, 8 maggio 2026 – Una visita difficile, alla quale Donald Trump arriva senza risultati concreti. L’Ambasciatore Riccardo Sessa, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) già ambasciatore a Teheran e Pechino, ha spiegato quanto pesi il conflitto in corso fra Stati Uniti, Israele e Iran nelle relazioni fra Washington e Pechino.

Ambasciatore Sessa, tra pochi giorni (14-15 maggio) Trump sarà in Cina ma non è stata resa nota l’agenda degli incontri. come interpretare questa scelta?
“Da diplomatico continuo a pensare che meno si anticipano i contenuti di un vertice tra grandi potenze, meglio è. Altrimenti si creano aspettative che rischiano di trasformarsi in delusioni o in letture distorte dei risultati. Una maggiore riservatezza, come avveniva un tempo, renderebbe i negoziati più efficaci e anche più liberi da pressioni mediatiche”.
Che cosa si aspetta Trump da questa visita?
“Bisogna capire anzitutto cosa pensa lui di poter ottenere. Non è un presidente incline a studiare dossier o interlocutori in profondità, e questo pesa. Probabilmente cercherà almeno un atteggiamento cinese non ostile rispetto al conflitto con l’Iran, se non un sostegno implicito o quantomeno una ‘non belligeranza attiva’”.
E la Cina con quale logica si muove?
“Con una logica opposta. Pechino ragiona su tempi lunghi: osserva, prende tempo, accumula informazioni e prepara le mosse con gradualità. È una dinamica simile a quella iraniana. Trump e chi si muove per lui hanno spesso dimostrato di non comprendere fino in fondo questo approccio strategico nei confronti di entrambi i Paesi”.
In che posizione arriva quindi Trump a Pechino?
“In una posizione più debole di quanto immagini. Al di là delle continue dichiarazioni trionfalistiche, non ha sinora ottenuto risultati concreti. Eppure, ha un interesse fortissimo a chiudere il conflitto con l’Iran, a riaprire lo Stretto di Hormuz e a stabilizzare uno scenario che oggi gli sfugge in gran parte”.
Quanto pesa proprio la crisi di Hormuz nei?
“Moltissimo. Per Pechino la sicurezza delle rotte energetiche è prioritaria. La Cina è tra i principali acquirenti di greggio iraniano; quindi, ha tutto l’interesse a una stabilizzazione rapida e duratura. Allo stesso tempo, però, non vuole compromettere i propri rapporti commerciali globali, quindi si muove con grande cautela”.
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La Cina può giocare un ruolo di mediazione?
“Lo sta già facendo, ma in modo molto discreto. Mantiene relazioni solide con Teheran e spinge per una tregua, anche attraverso contatti diplomatici continui. Non possiamo escludere che lavori per convincere gli iraniani che una de-escalation è nell’interesse generale, non solo regionale”.
Teheran può permettersi di dire no alla Cina?
“Fino a un certo punto. Ha dimostrato resilienza, ma sa che non può andare avanti in eterno”.
Qual è il rischio maggiore in questa fase?
“Dimenticare una regola fondamentale nei negoziati diplomatici: non mettere mai l’avversario in un angolo. Chi si sente senza alternative può reagire in modo imprevedibile. In un contesto globale già fragile, basterebbe un errore per provocare conseguenze molto gravi”.
C’è chi parla di una possibile spartizione del mondo tra Stati Uniti e Cina. È uno scenario realistico?
“No. L’idea di un G2 che regga il sistema internazionale è sempre stata poco credibile. Due sole potenze non bastano a garantire equilibrio in un mondo ormai pluripolare. Si possono raggiungere intese su singoli dossier, ma non una divisione stabile di sfere di influenza”.