Roma, 8 maggio 2026 – “Il salario minimo non è la strada giusta – spiega il sottosegretario al Lavoro in quota Lega, Claudio Durigon –. Noi pensiamo che la strada giusta per aumentare davvero le retribuzioni sia un’altra: taglio del cuneo fiscale, incentivi ai rinnovi contrattuali e rafforzamento della contrattazione collettiva. Il taglio del cuneo già realizzato dal goveno vale circa 10 miliardi l’anno e ha prodotto un incremento reale nelle buste paga dei lavoratori. Nella precedente legge di bilancio abbiamo inoltre incentivato i rinnovi contrattuali, anche attraverso la detassazione”.
Nel decreto c’è anche il tema dei contratti da applicare per accedere agli incentivi pubblici. Che cosa cambia?
“Abbiamo previsto un principio importante: chi vuole ottenere incentivi dallo Stato deve applicare un contratto comparativamente più rappresentativo, oppure un trattamento economico complessivo equivalente. Non vogliamo un salario minimo fissato per legge che rischierebbe di abbassare verso il basso i salari. Vogliamo invece valorizzare i contratti seri, quelli firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative”.
Però i contratti continuano ad essere rinnovati con il contagocce. Che cosa si può fare?
“È un nodo centrale. Ci sono contratti che restano fermi per anni. Se un contratto non viene rinnovato, i salari restano bloccati. E non è certo il salario minimo a risolvere questo problema. Serve dare certezza ai lavoratori. Come Lega presenteremo un emendamento per rafforzare questo principio. Se nel contratto non è previsto diversamente, l’incremento economico del rinnovo dovrà decorrere dal giorno successivo alla scadenza del contratto precedente”.
Avete in programma altri emendamenti al decreto?
“Un altro tema è il dumping contrattuale. Vorremmo intervenire sulla contrattazione di secondo livello, impedendo che vengano tolti istituti previsti dal contratto collettivo nazionale senza una reale certificazione della crisi aziendale. Nelle micro e piccole imprese, dove la sindacalizzazione è spesso molto bassa, può accadere che accordi aziendali riducano tredicesima, quattordicesima, permessi o altri istituti. Questo per noi è dumping”.
Come si potrebbe evitare?
“La contrattazione di secondo livello deve poter migliorare le condizioni dei lavoratori, non peggiorarle. Se si vuole togliere qualcosa rispetto al contratto nazionale, deve esserci una verifica seria, ad esempio presso il Cnel. Se invece si aggiungono tutele o salario, non c’è alcun problema”.
L’inflazione sta rialzando la testa a causa dei conflitti internazionali. Cosa si può fare?
“Il potere d’acquisto è un tema vero. Proprio per questo bisogna rendere più rapidi e certi i rinnovi contrattuali. Se l’inflazione dovesse salire oltre le previsioni, si può anche ragionare su meccanismi che anticipino i tavoli di contrattazione. Ma la risposta resta la contrattazione, non il salario minimo per legge”.
Che cosa risponde a chi accusa il governo di non fare abbastanza per i lavoratori poveri?
“Rispondo che abbiamo già fatto molto e che continueremo a lavorare. I contratti cosiddetti pirata riguardano circa 350mila lavoratori: sono persone da tutelare, ma il fenomeno va affrontato senza indebolire la contrattazione collettiva. Abbiamo tagliato il cuneo fiscale, incentivato i rinnovi, sostenuto il lavoro stabile di giovani e donne. Dire che siano misure per le imprese e non per i lavoratori è una forzatura”.
Servono altri strumenti fiscali?
“Sì, ma alcune misure appartengono più alla legge di bilancio che a questo decreto. Penso, ad esempio, a incentivi fiscali per chi inserisce nei contratti più poveri istituti come la quattordicesima, dove oggi non è prevista. Dobbiamo spingere verso l’alto le condizioni dei lavoratori, non limitarci a fissare una soglia minima. L’obiettivo è togliere spazio al lavoro povero e premiare chi applica contratti giusti”.