Genova, 10 maggio 2026 – Andes Hantavirus: dobbiamo avere paura? Abbiamo rivolto dieci domande a Matteo Bassetti, professore ordinario all’università di Genova e direttore delle Malattie infettive all’ospedale San Martino.
L’Andes Hantavirus rischia di essere un nuovo Covid?
“La risposta più corretta da dare è che in questo momento non lo possiamo sapere ed è probabile di no. Però per poter dire qualcosa di definitivo dobbiamo aspettare. L’attenzione oggi è tutta rivolta verso la nave da crociera Hondius e gli sbarchi, ma dal punto di vista epidemiologo questa parte non conta. Se tutti fossero rimasti a bordo, i contagiati come gli altri passeggeri, il problema sarebbe finito lì, avrebbero fatto la quarantena naturale che era perfetta. Il problema è che invece 29 persone sono scese da quella nave. Hanno preso aerei, treni, metropolitane, sono andati a matrimoni, a feste, al lavoro. Ci auguriamo tutti che nessuno di loro fosse contagioso ma non lo sappiamo. Allora se tra una settimana a Johannesburg piuttosto che a Sydney o a New York ci fosse un caso di polmonite da Andes Hantavirus, allora vorrebbe dire che il contenimento non ha funzionato. Quindi saremmo di fronte a uno scenario molto diverso da quello che stiamo vedendo oggi. Speriamo tutti che quelle 29 persone non siano state in grado di trasmettere il virus. Se è così, tra un mese potremo dire che è tutto finito”.
Come si ci contagia?
“Ci si contagia con la variante Andes Hantavirus per via aerosolica. Quindi, se sono seduto sull’aereo vicino a un passeggero che sputacchia virus, mi posso ammalare. Naturalmente devo essere vicino. Ci siamo già passati. Questa è la preoccupazione che hanno l’Oms e l’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Anche se naturalmente tutti dobbiamo dire che non c’è allarme, che dobbiamo essere molto tranquilli. Però quando vedo sbarcare dalla nave i passeggeri su barche da pesca, dopo che hanno avuto 10 giorni per organizzarsi, penso che ci sia un dilettantismo, che si vada un po’ allo sbaraglio. Mi aspettavo come minimo che queste persone fossero sbarcate in situazioni di sicurezza, anche dal punto di vista mediatico. Mettere un paziente tutto bardato alla mercè delle telecamere su barche da pesca non è proprio il massimo. Poi, per carità, avranno scelto quella soluzione perché meno a rischio. Ma sarebbe bene anche dare meno risalto mediatico a queste cose”.

Ma con la mascherina il contagio si evita?
“In questo momento non parlerei di mascherine, quello è già un passaggio successivo. Come ragionamento generale è chiaro che se indossa la protezione chi potenzialmente può trasmettere il virus non mi contagio perché la via aerosolica viene in qualche modo azzerata. Ma bisogna poi vedere che tipo di mascherina…”.
Il virus si trasmette tra persone asintomatiche?
“A questa domanda oggi possiamo rispondere di no, sulla base dei dati che ci arrivano dai casi descritti in Argentina e in Cile, negli anni passati. Questo è sicuramente un fatto positivo. Però bisogna anche aggiungere che questo virus è stato studiato in quei Paesi, magari non con quella profondità che servirebbe oggi, perché ora è diventato un fenomeno globale”.
Insiste sull”oggi”: teme una mutazione?
“Potenzialmente i virus mutano tutti. Alla fine, oggi sta succedendo questo: un virus che è stato in una parte del mondo, Argentina e Cile, è uscito da lì con il passeggero infettato che è salito su una nave da crociera e lo ha portato fuori. Penso al cittadino svizzero ricoverato a Zurigo con dei sintomi, prima di arrivare lì avrà fatto dei viaggi, avrà avuto dei contatti. La sintesi quindi è sempre la stessa: tutto dipende da che cosa riusciremo a fare nel prossimo mese, perché questo virus ha un tempo di incubazione molto lungo”.
Quanto dura l’incubazione dell’Andes Hantavirus?
“Parrebbe essere vicina alle sei settimane, quindi a un mese e mezzo. Potenzialmente dal primo caso del primo di aprile, siamo ancora in tempo per vedere qualcuno che ha avuto contatto con quella persona e che oggi potrebbe sviluppare sintomi compatibili con la malattia. Quindi l’incubazione molto lunga è un tema da tenere in considerazione per tutte le osservazioni che dovremo fare nei prossimi giorni”.
Ci sono stati ritardi o errori?
Ci sono state polemiche per le direttive dell’Ecdc arrivate dopo il contagio. “Sono il primo ad essere stupito quando vedo gli errori che sono stati commessi su quella nave, a partire dal comportamento del comandante che l’11 aprile, quando muore il primo paziente, dice “state tranquilli, è un decesso per cause naturali, potete mangiare senza problemi. Anche aver aspettato fino ai primi di maggio per poter intervenire… Trovo che ci sia stata una serie di errori anche questa volta abbastanza gravi”.
Ma possiamo partire per l’Argentina tranquilli?
“Certo che sì, la zona considerata più a rischio è probabilmente questa discarica a cielo aperto di Ushuaia. Si può andare in Argentina senza rischi anche perché in quel Paese l’infezione è trasmessa dai topi. Quindi, se non vai in un’area particolare, come ha fatto invece questo ornitologo, i pericoli sono molto bassi. In questo momento è il caso di abbassare tutti i toni, di lavorare a stretto contatto con le organizzazioni sanitarie internazionali, con l’Oms. Certo, immagino che in questo momento a Roma ci sarà un po’ d’imbarazzo. Perché a maggio del 2025 l’Italia è stato uno dei pochi Paesi d’Europa a tenersi fuori dal piano pandemico, che si sta utilizzando per contenere l’epidemia di Hantavirus”.
Che tipo di controlli si fanno in Italia?
“Da noi in questo momento le misure sono blande, si è adottato l’isolamento fiduciario a casa per le 4 persone che erano sull’aereo con la crocierista olandese infetta e poi deceduta. Anche se sembra che fossero sedute molto distante. Quindi il rischio per l’Italia in questo momento è molto remoto, per quelle 4 persone. Ci auguriamo che tra un mese sia tutto finito. Ma questa volta dobbiamo imparare la lezione. Non come abbiamo fatto negli ultimi cinque anni a dire che il Covid era stato inventato in un laboratorio, che i vaccini fanno male, che l’Oms è il male assoluto. Così non abbiamo fatto bene alla lotta alle malattie infettive”.
Qual è la lezione da cogliere?
“La sensazione di chi non ha mai mollato sulla divulgazione è che purtroppo le informazioni hanno raggiunto soltanto una piccolissima parte del nostro Paese, la stragrande maggioranza è rimasta invece in un’ignoranza direi imbarazzante. E sembra quasi che sia interesse forse anche della politica di tenere un livello così basso, anche dal punto di vista della comunicazione. Un Paese che ha passato gli ultimi cinque anni a parlare di Grande Fratello, si è incancrenito su Garlasco, sulla famiglia nel bosco, come se il mondo iniziasse a Bolzano e finisse a Ragusa. L’atteggiamento italico in questo momento è: ma tanto è un problema di quella nave, non ci riguarda. Chi pensa questo non si rende conto che il mondo è globale. Intanto sono stato costretto a bloccare i commenti sui social perché in tanti continuavano a scrivere, è vostro interesse, così tornate in auge. Vorrei avere a che fare con un pubblico che quando gli spieghi che c’è una contagiosità, che c’è un rischio, sappia misurare con intelligenza anche i termini e le parole. Invece nella realtà siamo peggio di come eravamo nel 2020”.