Hantavirus, l’ex capo della Prevenzione: “Non c’è bisogno di vaccino. L’Oms va salvaguardata”

Roma, 12 maggio 2026 – “Non c’è bisogno di un vaccino”. È moderatamente sereno il professor Francesco Vaia, docente universitario e già direttore generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute, nel parlare dell’Hantavirus. “Andremmo verso una società eccessivamente ‘medicamentata”, puntualizza.’

Però, professore, la sensazione è che dalla pandemia da Covid-19 non abbiamo imparato nulla.

“Dire questo è eccessivo. L’Hantavirus è una zoonosi, una malattia che si manifesta fra i roditori. Un salto di specie è avvenuto fra roditore e uomo, ma il contagio fra uomini è ancora più difficile e la sintomatologia è lieve”.

Quello che fa paura è l’alta mortalità.

“Sì, ma se i casi sono 10 e muoiono 5 persone, è un dato non così rilevante statisticamente. Noi dobbiamo piuttosto concentrarci sulla prevenzione, sull’evitare che si propaghi e dalla scorsa pandemia qualcosa abbiamo acquisito, metabolizzato”.

Valgono le solite avvertenze?

“In linea di massima sì, ma vorrei sottolineare che tutta la società deve essere unita nella prevenzione. Ad esempio, occorre portare avanti delle politiche di derattizzazione, oltre a lavarsi spesso le mani, e a non toccare superfici dove possono essere passati dei topi. Penso a scantinati, a case di campagna. In quei casi, comunque, specie se si notano feci di topo, l’importante è lavare le superfici perché spostando soltanto lo sporco si potrebbe il virus”.

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C’è qualcosa che si poteva fare di più e meglio secondo lei per evitare certe situazioni?

“Sì, penso alla ventilazione meccanica controllata, di cui tanto si parlava durante il Covid-19, e che in luoghi affollati e chiusi, dove si sta tante ore con altre persone, è fondamentale. Poi, marzo e aprile erano i mesi in cui fare la disinfestazione, altrimenti fra poco parleremo anche del West Nile Virus”.

Ha senso parlare di confini, di sovranità nazionale e non firmare l’accordo pandemico globale?

“No, nessuno. Non c’è dubbio che l’Oms abbia commesso errori di comunicazione e in altri casi abbia peccato di mancanza di autorevolezza, ma c’è bisogno di strumenti che coordinino a livello internazionale un piano per difendersi. Servono modelli condivisi, protocolli accettati da tutti. In una comunità globale non condividere dei dati o delle conoscenze è un ossimoro”.

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Sull’Hantavirus ognuno dice la sua, tra chi minimizza e chi allarma: non crede che questa ’Babele’ di pareri scientifici stia distruggendo definitivamente la fiducia dei cittadini?

“Il problema è che viviamo un tempo in cui gli influencer sono dei tuttologi. Sanno tutto di crimini, di malattie, e anche personaggi famosi del mondo dello spettacolo dicono la loro pur non conoscendo la scienza. Io dico che la scienza si nutre del dubbio, dell’esperienza, è in continua evoluzione, ma occorre lasciar parlare chi conosce l’argomento. Per cui non ci devono essere negazionisti o allarmisti ma persone competenti che danno consigli e indicazioni scientificamente valide”.

Secondo lei, perché l’Italia non ha firmato quel documento? È una questione di libertà o di impreparazione della nostra classe politica?

“Questo andrebbe chiesto ai nostri politici. Io lo avrei firmato. Semplificando, non dobbiamo ’gettare via il bambino con l’acqua sporca’. Magari lo strumento è rivedibile, ma il messaggio è utile, se non indispensabile”.