La musica è protagonista nelle vite di molti, quasi tutti. Anche chi sceglie di seguire la sonorità non solo come lavoro, ma puramente come passione e fonte di vicinanza resta folgorato da alcune canzoni piuttosto che altre. Nella vita se c’è qualcosa di eterogeneo e appetibile, secondo i gusti di ciascuno, è proprio la musica. Sempre diversa, ma universalmente necessaria.
Le canzoni raccontano storie: vale per chi le suona, per chi le esegue, ma anche e soprattutto per chi semplicemente le ascolta. Ogni brano e una parte di esistenza che, talvolta, diventa condivisa. Le sensazioni dell’artista sono quelle del suo pubblico. Ecco il modo in cui un brano diventa manifesto generazionale. La musica scorre nelle vene e arriva dritta al cuore. Proprio di questo percorso parla Il Club – Canzoni sotto pelle. Programma in onda su RaiPlay a partire dall’8 maggio 2026 per arrivare al 15 dello stesso mese con il boxset dei nuovi episodi.
Il Club – Canzoni sotto la pelle su RaiPlay
Il contenuto è ideato dalla Direzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali nella figura del Direttore Marcello Ciannamea. Un viaggio tra musica, parole e ricordi. I conduttori, Niccolò Agliardi e Federica Gentile, partono dalle canzoni più celebri degli ospiti che intervistano e comincia una chiacchierata intima che parte dalle sensazioni nel momento in cui una canzone prende vita per arrivare, poi, a quello che un determinato pezzo comporta nella quotidianità come ripercussioni o conseguenze su chi ascolta ma anche su chi ha dato vita a quel determinato spartito musicale.

Il Club, insomma, è una vera e propria confessione errante tra canzoni e suoni che restano, appunto, sotto pelle. Tra gli ospiti delle puntate: Niccolò Fabi e Ensi, Piero Pelù e Dargen D’Amico, Levante e Gaia, Michele Bravi e Aiello, Marco Masini e Anastasio, Ditonellapiaga ed Emma Nolde, Malika Ayane e Rancore, Francesca Michielin e Margerita Vicario, Paola Iezzi e Willie Peyote, Jack Savoretti- Leo Gassmann.
I conduttori tra racconti e rivelazioni
Parte integrante del programma sono i ragazzi e le ragazze di un’età compresa fra 18 e 25 anni che restano in studio e conversano, assieme ai conduttori, con gli artisti selezionati. Il risultato è una condivisione generalizzata di emozioni, sensazioni e retroscena legati a ogni singolo brano e alle storie che porta con sè. Una maniera innovativa di raccontare e mostrare gli artisti più noti, accompagnati – in questo caso specifico – da una luce diversa rispetto alla concezione più standardizzata di celebrità. Abbiamo parlato di questo proprio con Niccolò Agliardi e Federica Gentile che hanno parlato, in esclusiva ai microfoni di TvBlog, delle sensazioni legate al programma e delle prospettive che un contenuto del genere può avere all’interno di RaiPlay e non solo.
Il Club – Canzoni sotto la pelle è un vero e proprio excursus che mette sullo stesso piano brani e artisti di riferimento, tra tutte le coppie che sono state presenti in questo programma chi vi ha sorpreso maggiormente?
F: Questa è una domanda difficilissima. In un modo o nell’altro sono stati tutti sorprendenti, le dinamiche che si sono create fra artisti e ragazzi in studio sono state meravigliose. È stato bellissimo, ad esempio, parlare di femminilità e di sorellanza con Gaia e Levante. Mi è piaciuto molto affrontare il tema del condizionamento sociale con Ditonellapiaga, oppure parlare di libertà, linguaggi e codici comunicativi con Malika e Rancore. Francesca Michielin e Margherita Vicario hanno dato vita a una puntata davvero sorprendente riguardo all’attenzione per gli altri e l’empatia. Insomma, sono state davvero puntate perfette. Una più bella dell’altra, così come i rispettivi protagonisti.
N: La vera risposta è che ce ne sono almeno 4-5 di coppie di artisti che mi hanno molto divertito. Ho una simpatia particolare per Paola Iezzi con la quale ci siamo divertiti molto, c’è una bellissima puntata sul femminile con Gaia e Levante, ma mi verrebbe da dire tutte le coppie presenti sono state formidabili e sicuramente molto generose in termini di racconto e disponibilità reciproca.
In questa indagine che portate avanti nell’arco del percorso di interviste, emerge ulteriormente che le canzoni siano in qualche maniera un mezzo salvifico nella quotidianità?
N: Sì, bisogna fare un distinguo che non tutte le canzoni hanno questo merito purtroppo. Io sono cresciuto con le voci dei grandi cantautori ed è il motivo per cui insieme a Federica Gentile abbiamo scritto questo programma. Ridare una certa sacralità alle canzoni che lo meritano. Le canzoni, quelle più intense e toccanti, sono sicuramente un meraviglioso modo per raccontarsi. La musica diventa un oggetto transazionale: le canzoni raccontano sentimenti, vissuto e presenti. La certezza è che i ragazzi di questa generazione sono identità forti che sanno come resistere ai cambiamenti e c’è grande umanità e orgoglio.
F: Oggi la figura del cantautore e della cantautrice è fondamentale perchè descrive momenti particolari esattamente come accadeva in passato. Soltanto che essere giovani oggi non è semplicissimo, non lo è mai stato ma i ragazzi e le ragazze di oggi vengono sottoposti a una pressione sociale diversa e a degli impulsi più netti. Quindi le canzoni spesso raccontano le loro emozioni con capillarità e riescono a raccontare molto dei tempi che stiamo e stanno vivendo. Si parla tanto dei nuovi strumenti e dei nuovi generi, però la musica rappresenta la società del suo tempo. C’è tanto valore anche oggi nella canzone e in chi la propone.
A tal proposito, la musica cambia e tutto si evolve: il cantautorato cos’è diventato oggi?
N: Se dovessimo parlare del cantautorato con il quale sono cresciuto, possiamo dire che i giovani d’oggi ritengano determinate voci (non tutte, ovviamente) anacronistiche e polverose. Il nostro compito con questo programma è anche far sì che torni l’interesse per certe canzoni senza tempo di artisti come Dalla, Fossati, De Gregori. In alcuni casi determinati capolavori vengono anche riattualizzati, in altri è nostro compito trovare i punti di contatto fra quelle note apparentemente eterne e il mondo di oggi. Il nuovo cantautorato, invece, gode di ottima salute. Alcune canzoni di oggi in realtà hanno radici profonde e lontane. Mettiamo in comunicazione questi due universi.
F: Il passato, in qualche maniera, ci ha reso quello che siamo. Quindi è giusto che grandi successi precedenti trovino nuova linfa, i tempi che stiamo vivendo permettono ai cantautori e alle cantautrici di rinfrescare successi particolari proprio per ritrovare in chiave differente determinate sensazioni che non hanno, apparentemente, età. I ragazzi sono ben piantati nell’oggi, ma sanno benissimo da dove si arriva e soprattutto dove siamo arrivati in musica come Paese. La stessa linea melodica può assumere forme e vite diverse.
Tre titoli di canzoni che ascoltavate in passato e riascoltate ancora oggi con orecchio diverso?
F: Questa è molto difficile perchè credo che, in realtà, l’ascolto e le sensazioni che provo siano ancora quelle. Le canzoni che hanno in qualche modo segnato la mia vita continuano a darmi le stesse emozioni. Secondo me il potere della musica è proprio questo, riascoltando determinate canzoni tu rivivi quei momenti. Tutti i Pink Floyd che ascoltavo da ragazza mi danno ancora determinate emozioni, certo magari all’epoca li ascoltavo con una disillusione diversa rispetto a quella che ho oggi. Durante la mia gravidanza ascoltavo Tiziano Ferro e, ancora oggi, quando sento “Non me lo so spiegare” ripenso a mia figlia. Quando ascolto Duran Duran o Wham ripenso alla mia adolescenza e rivivo idealmente quei momenti. Oggi rivaluto tutta la musica degli anni Ottanta che, in qualche maniera, davamo per scontata. Oggi c’è tanta soddisfazione nel riascoltare determinati artisti e artiste.
N: Comprendo sicuramente in maniera diversa alcune canzoni che, magari, quando le ascoltavo da ragazzino capivo meno. Semplicemente perchè ero più piccolo e avevo meno strumenti. La prima è senz’altro “Figlio, figlio, figlio” di Roberto Vecchioni. Essere padre e ascoltare quella canzone oggi è struggente. L’altra è “La costruzione di un amore” di Ivano Fossati: quando sei giovane hai un’idea precisa di come costruire un amore, mentre andando avanti con gli anni quell’idea in parte cambia. Infine, cito il mio maestro De Gregori con Bambini venite parvulos che è una canzone del 1989. Ascoltata oggi sembra assolutamente profetica.
Quali prospettive ha la musica italiana dal punto di vista compositivo?
N: C’è molto da fare ancora, nonostante io veda alcuni barlumi di speranza accendersi. Ne cito uno per tutti: Fulminacci, che mi sembra un ragazzo di grande talento. C’è un problema: oggi ci sono tanti, tanti, giovani che desiderano cantare e fare gli artisti. Spesso però si limitano a scrivere dei pensierini poco incisivi. C’è molta più gente oggi che vuole scrivere e cantare di quanta gente sia disposta ad ascoltare. Quindi, ho la sensazione che bisognerebbe tornare a uno studio della materia della canzone. Della disciplina della canzone, come strumento che va esercitato, approfondito e migliorato. Occorre saperlo fare, non basta scrivere un pensiero su carta e assemblarlo con dei buoni suoni. Quella è un’altra cosa. Sono a favore delle canzoni di intrattenimento, anche il Pop fatto bene ha una scuola solida alle spalle. S’impara a scrivere canzoni: non ci si improvvisa.
F: Io credo che la musica italiana stia vivendo un periodo importante e ci sono tanti nomi che possono testimoniarlo. Da Achille Lauro a Levante fino a Willy Peyote e Ditonellapiaga. La musica sta bene e anche i compositori odierni sono comunque molto importanti e alla loro maniera incisivi.
Delle canzoni, come diceva Ligabue, ci si può ancora fidare?
N: Assolutamente sì.
F: Assolutamente sì.