Milano, 15 maggio 2026 – «Mia figlia scriveva di sentirsi un peso per gli altri, testi pieni di riferimenti sulla volontà di non vivere. Salvava contenuti sui social che inneggiavano al suicidio. Disegni di ragazzini rotti o senza cuore, con le bende. Immagini tristi, paesaggi con la nebbia e la pioggia, autunnali, gotici».
Contenuti che la spirale degli algoritmi le riproponeva, a soli 12 anni, ancora e ancora. «Pensavo di combattere solo una distrazione, invece combattevo contro un nemico che era molto più forte». Un nemico che assume le forme dello scrolling infinito, delle tecnologie pensate per trattenere gli utenti sulle piattaforme: il lato oscuro dei social e gli effetti sulla mente di una bambina, per la quale il mondo virtuale diventa uno specchio di dolore nel quale riflettersi.
È il racconto di Irene Roggero, mamma di R., la dodicenne che nel febbraio 2024 si è tolta la vita inghiottita dall’imbuto dei social. Contenuti via via più violenti. Un «gioco». Forse un manga suicidario.
La vita nascosta
«L’algoritmo ti dà quello che cerchi, e credo che R. stesse solo attraversando un momento di fragilità, come capita in adolescenza, che i social hanno amplificato. Sapevo che utilizzava Instagram, ma aveva due profili: uno che conoscevo e l’altro molto più oscuro. Poi usava TikTok, anche se non lo sapevo. Ha maturato la scelta – per quanto si possa parlare di scelta a quell’età – di togliersi la vita in un tempo brevissimo, non più di sei mesi. È quello che ho potuto ricostruire entrando sui suoi account quando ormai era già ricoverata in terapia intensiva e la speranza era appesa a un lumicino».
Roggero, insieme ad altre nove famiglie rappresentate dallo Studio Legale Ambrosio Commodo di Torino, ha sposato la class action inibitoria contro Meta e TikTok portata avanti dal Moige, il Movimento Italiano Genitori. Ieri, davanti al Tribunale delle Imprese di Milano, si è tenuta la prima udienza del procedimento con il quale le famiglie italiane chiedono ai colossi del web una maggiore tutela nei confronti dei minori sui social.
Richiesta di aiuto
Genitori che non possono, come sottolinea Roggero, contrastare i pericoli dei social da soli: «Mi ero accorta che, come tanti ragazzini della sua età, R. aveva la tendenza a passare molto tempo sullo smartphone. Aveva però dei blocchi sul telefono, come il Parental Control, ma riusciva sempre a eluderli. Quando mi sono resa conto che iniziava a usare tanto il telefono anche la sera, ho iniziato a ‘sequestrare’ gli account e i materiali informatici, ma lei trovava sempre il modo di accedervi ancora».
Una vera e propria dipendenza che coglie impreparati: «Io e mio marito abbiamo una formazione informatica, ma ci siamo resi conto di quanto sia difficile per i genitori controllare tutto e sempre. Se controlliamo i nostri figli 24 ore su 24 diventiamo carcerieri», testimonia Roggero, che non nasconde come «i sensi di colpa si presentino spesso come invitati non richiesti», così come le tante domande.
I dubbi dilanianti
Il problema è che «non c’è mai la controprova, non si può tornare indietro e mi chiedo se sarebbe stato giusto leggere i suoi contenuti, invadere la sua privacy. Io non avrei voluto che mamma leggesse il mio diario segreto quando ero adolescente. Noi famiglie siamo monadi, ogni genitore cerca di fare il possibile, cerca di arrangiarsi. Manca un ecosistema e una legislazione condivisa», dice la mamma, che alla «banalità del male» non si rassegna: «Faccio fatica a pensare che un essere umano possa consapevolmente mettere a rischio la vita dei bambini, preferisco pensare che chi progetta questi algoritmi non ne abbia reale contezza. Per cosa poi? Per guadagno? È una cosa mostruosa, mi rifiuto di credere che la natura umana possa arrivare a tanto».