Eurovision Song Contest 2026: vince la Bulgaria, Sal Da Vinci quinto | Il trash regna sovrano, le Pagelle

Settant’anni di Eurovision Song Contest. Settant’anni di paillettes, lanciafiamme, canzoni che si dimenticano il giorno dopo e diplomazia travestita da televoto. E possiamo dirlo senza alcun timore di smentita: in 70 anni le cose sono peggiorate. E tanto.

Quella che è andata in scena alla Wiener Stadthalle di Vienna con la vittoria storica della Bulgaria è stata una delle edizioni più brutte e grottesche di questa rassegna. Al punto che considerando i costi astronomici di questa produzione e il fatto che di promozione artistica ce n’è davvero poca una riflessione generale sul senso di questo evento qualcuno della cosiddetta classe dirigente della EBU se la dovrebbe pur fare.

Vince la Bulgaria con Dara

Dara, nome d’arte di Darina Yotova, popstar balcanica classe 1988, ha vinto con Bangaranga, tormentone da discoteca che ha polverizzato la concorrenza con 516 punti. Prima affermazione assoluta nella storia del paese. Un risultato netto, quasi umiliante per il resto del campo. Una canzone se vogliamo banale ma travolgente nel suo ritmo elementare e tribale che ha riunito un unico linguaggio, quello del corpo e del ballo. Senza sottotesto. Anzi… senza nemmeno il testo.

Vienna, città degli Strauss e di Schubert ma anche di Mozart, arrivato giovanissimo a Vienna da Salisburgo e Beethoven che era di Bonn ma qui ha creato i suoi capolavori, ha accantonato il meraviglioso concerto di Capodanno per ospitare per la seconda volta il circo eurovisivo.

La Wiener Stadthalle ha trasformato il cuore musicale d’Europa nel quartier generale del kitsch planetario. I conduttori di casa Victoria Swarovski (nostra signora degli strass, ereditiera di un impero miliardario) e Michael Ostrowski si sono rivelati esattamente quello che sembravano: lei glaciale come un iceberg incastrato in un rave party, lui un comico che non fa ridere. Senza nulla togliere al commento di Elettra Lamborghini e Gabriele Corsi ascoltare il commento inglese dell’Eurovision ha un vantaggio: lo spirito feroce di Graham Norton. Che sulla BBC li ha demoliti in tempo reale: “Ospitare uno show televisivo non è un’operazione di chirurgia al cervello. Ovviamente finché non hai visto questi due…”

In Italia…

Come detto, per l’Italia la diretta su Rai 1 era affidata a Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, coppia anomala che però ha funzionato meglio del previsto. Corsi è l’esperienza, come sempre un po’ troppo ansioso di fare bene il suo compitino.

Lamborghini si è persino trattenuta rispetto alle attese, costruendo un’intesa che a tratti è sembrata quasi autentica col collega. Quando a mezzanotte in punto Corsi le ha fatto gli auguri di compleanno in diretta, 32 anni appena compiuti, è stato uno dei rari momenti umani della serata.

Eurovision, Sal Da Vinci
Sal Da Vinci, quinto assoluto – Credits EBU (TVBlog.it)

Veleni politici

In realtà è stato il contorno politico ad avvelenare l’intera settimana viennese. Cinque paesi hanno boicottato la manifestazione per la partecipazione di Israele nel pieno della guerra a Gaza: Spagna, Irlanda, Islanda, Paesi Bassi e Slovenia non c’erano. Quella della Spagna è la defezione più pesante, perché il paese membro dei Big Five, i fondatori. Pedro Sánchez ha ribadito la posizione sui social poche ore prima della finale: “Il silenzio non è un’opzione.”

Fuori dall’arena manifestazioni e un concerto alternativo sotto lo striscione “No stage for genocide.” Dentro, sicurezza rafforzata e tensione costante in un timore malcelato che qualcosa di drammatico potesse accadere da un momento all’altro. L’unica cosa drammatica è stata la scaletta di canzoni brutte, davvero tante, alcune delle quali di una pochezza insignificante.

Le canzoni in gara

La scaletta prevedeva 25 paesi. Ha aperto la Danimarca con Søren Torpegaard Lund e Før vi går hjem, elettropop nordico cupo e impeccabile. Subito dopo la Germania di Sarah Engels con Fire, inserita nel “slot della morte”, seconda posizione in scaletta, maledetta nella storia del contest: chi canta secondo non vince mai. E infatti Sarah parte con una stecca tremenda. Poi si riprende ma non abbastanza. Terzo Israele, Noam Bettan con Michelle, ballata rock in ebraico, francese e inglese accolta con un misto di applausi e fischi mentre cori filo-palestinesi si sentivano distintamente dall’esterno della Halle. Il resto lo leggete in pagella.

Poi ventiduesimo paese in scaletta, l’Italia. Ventidue posizioni di attesa, ventidue esibizioni di livello mediamente basso, prima dell’unico momento della serata capace di emozionare davvero. Sal Da Vinci è salito sul palco e ha fatto venire giù l’arena. Non con lanciafiamme o robot o maschere. Con una canzone, con Francesca Tocca e Marcello Sacchetta vestiti da sposi, con un velo dipinto col tricolore e con una voce che non fingeva niente. Il pianto finale era inevitabile e vero. L’Europa ha cantato con lui.

Può piacere o non piacere, la canzone non è la migliore uscita da Sanremo negli ultimi anni: ma l’interpretazione di Da Vinci è stata perfetta, inattaccabile e semplice nella sua teatralità rispetto a tanti colpi di scena inutili e vuoti. I Maneskin vinsero così: con un calcio alla bocca dello stomaco di un apparato davvero troppo glam e trash. E Da Vinci è stato se stesso.

La bagarre dei voti

Poi sono arrivati i voti. E il circo ha ripreso il controllo. Dopo le giurie nazionali Sal era secondo, con la Bulgaria già in testa e l’Australia terza. Poi il televoto. E con il televoto, come da copione, è arrivato Israele. La comunità israeliana in Europa è numerosa, organizzata e vota compatta. Per loro l’Eurovision è un motivo di rivendicazione sociale e culturale.

Da tre anni consecutivi Israele chiude tra i primi cinque, e quest’anno il televoto ha sparato Noam Bettan dal fondo della classifica al primo posto con 220 punti di soli voti del pubblico. L’arena ha fischiato, forte e a lungo. La Bulgaria ha resistito grazie al vantaggio accumulato nelle giurie, ma il secondo posto israeliano a 343 punti racconta una storia che va ben oltre la qualità di Michelle. Racconta di un meccanismo che premia le diaspore organizzate, non l’arte. Non è illegale. È però l’elefante nella stanza che Eurovision continua a fingere di non vedere, soprattutto mentre cinque paesi abbandonavano la sala per protestare contro quella stessa presenza. L’EBU aveva modificato le regole del televoto dopo le polemiche della scorsa edizione, riducendo il numero massimo di voti per metodo di pagamento. A quanto pare non è servito a molto.

L’Italia è scivolata quinta a 281 punti, sei in meno dell’Australia quarta. Sal Da Vinci ha salutato il pubblico con il tricolore e le lacrime come se avesse vinto. L’Europa lo ha applaudito. Mentre una parte dell’Italia lo aveva già insultato sui social durante la settimana, non per la canzone, non per la performance, ma per la sua napoletanità. Il razzismo antimeridionale, vergogna nazionale mai archiviata, ha trovato anche l’Eurovision come palcoscenico. Non merita altro spazio.

Senhit con Boy George
Senhit, in gara all’Eurovision con Superstar insieme all’iconico Boy George – Credits Ufficio Stampa (TVBlog.it)

Senhit, che doveva esserci e non c’era

In questo delirio avrebbe meritato spazio e scena Senhit, bolognese di origine eritrea rappresentante di San Marino, nella prima semifinale del 12 maggio. Senhit, accompagnata da Boy George, ha portato la sua Superstar, un bel brano con una produzione internazionale e raffinata, con classe e consapevolezza scenica totale. Ovviamente l’hanno eliminata. Insieme a Portogallo, Georgia, Estonia e Montenegro. Gli stessi Corsi e Lamborghini lo hanno detto in diretta: quella performance meritava la finale. E avevano ragione.

In una finale che ha ospitato la Lituania in abito-guscio, Cipro che ripete “Jalla” come un mantra e il Regno Unito che si diverte a essere corpo estraneo, piovuto da un universo parallelo, l’assenza di Senhit è l’ingiustizia estetica più clamorosa di questa edizione. Imperdonabile.

La vincitrice

Dara merita la vittoria anche per il concept: Bangaranga attinge alla tradizione dei Kukeri, l’antico rituale bulgaro in cui uomini mascherati danzano per scacciare gli spiriti maligni. Ha preso quel folklore, tolto le pellicce di capra, aggiunto una base dance di Monoir e trasformato un rituale esorcista vecchio di secoli in pop. Funziona perché ci crede davvero. E quando un artista ci crede davvero, Eurovision evidentemente lo sente. Un po’ tribale e un po’ rituale Bangaranga ha fatto il miracolo e portato la Bulgaria in cima all’Europa. L’anno prossimo l’Eurovision toccherà a loro: e chissà come la prenderanno quelli che dovranno pagare i costi astronomici della produzione. Qualcuno ha visto un dirigente della BNT, la tv nazionale bulgara, piangere. Forse gli avevano detto il budget necessario: 40 milioni di euro.

Eurovision Sal Da Vinci
L’emozione di Sal Da Vinci, al termine della sua esibizione – Credits EBU (TVBlog.it)

Le pagelle

Dara, Bulgaria, Bangaranga: 9. Il tormentone vero, quello che non si finge. Vittoria storica e meritata.

Sal Da Vinci, Italia, Per sempre sì: 7. L’unico momento della serata in cui si è smesso di guardare lo show e si è ascoltata la musica. La gonna che diventa tricolore è una ruffianeria che fa sorridere. Ballerini strepitosi. Ma vogliamo parlare della sposa?

Noam Bettan, Israele, Michelle: 5 per il brano, 2 per il sistema che lo ha portato secondo.

Alexandra Căpitănescu, Romania, Choke Me: 5. Lady Gaga di Shein con l’aggravante delle cordine luminose. Terzo posto che parla di televoto, non di arte.

Delta Goodrem, Australia, Eclipse: 7. Classe vera. Pianoforte glitterato e ballata cinematografica. Quarta è troppo poco.

Linda Lampenius e Pete Parkkonen, Finlandia, Liekinheitin: 6. Tecnicamente ineccepibile, emotivamente fredda. I bookmaker li davano vincenti: ma evidentemente non era calcio.

Søren Torpegaard Lund, Danimarca, Før vi går hjem: 7. Il più coerente tra i pezzi dark-pop della serata. Settimo è un furto.

Monroe, Francia, Regarde!: 6. Diciassette anni e voce da soprano. Qualche acuto sfiora la sirena condominiale, ma il talento è reale per quanto immaturo

Satoshi, Moldavia, Viva, Moldova!: 6. La follia genuina che solo la Moldavia sa fare.

Leléka, Ucraina, Ridnym: 7. Una nota tenuta ventotto secondi che ha attraversato l’arena. Il testo andava sottotitolato e tradotto. Ripartire, ricominciare nonostante tutto.

Akylas, Grecia, Ferto: 4. Techno-pop stile videogioco anni Novanta. I social lo hanno inondato di meme “È AI?”

Jonas Lovv, Norvegia, Ya ya ya: 5. L’EBU gli ha chiesto di abbassare il tasso erotico della performance perché muoveva il bacino. In un festival con corde sadomaso e metal urlatissimo, la censura al bacino di Jonas Lovv è la cosa più ridicola dell’edizione.

Alis, Albania, Nân: 5. Folk tradizionale triturato in elettro-gotico con ologrammi alla Ghost. L’idea non era nemmeno male, il risultato è grottesco.

Lavina, Serbia, Kraj mene: 3. Marilyn Manson preso al discount e vestito con materiali d’occasione. Armatura da Art Attack. Gotico senza stile. Canzone davvero orrenda.

Lelek, Croazia, Andromeda: 6. Canti polifonici tribali e voce vera. Un mix interessante ma non poteva funzionare.

Daniel Žižka, Rep. Ceca, Crossroads: 4. Chiuso in una scatola di specchi a contemplare il proprio tormento. La scatola era la cosa migliore.

Aidan, Malta, Bella: 4. Il cowboy cavalca sul Mediterraneo in cerca di emozioni. Niente… Non le ha trovate.

Antigoni, Cipro, Jalla: 3. Se il senso della canzone era insegnarci un paio di parole abbiamo capito “Jalla” ripetuta come se non ci fosse un domani. Voleva essere Shakira. Facciamo un’altra volta.

Felicia, Svezia, My System: 4. Avete presente un Blackberry vecchia generazione in una sala piena di iPhone? Ecco…

Essyla, Belgio, Dancing on the Ice: 2. Il nulla in una canzone.

Lion Ceccah, Lituania, Sólo Quiero Más: 3. Dark-pop con accenni latini in portoghese dalla Lituania. Nessun senso apparente.

Sarah Engels, Germania, Fire: 4. Imprecisioni in un cantato che richiedeva stile e attenzione. Questo Fire non brucia.

Cosmò, Austria, Tanzschein: 5. Maschere da bestiario futurista. Strano abbastanza da essere quasi interessante. A parte la canzone che è orrenda.

Look Mum No Computer, Regno Unito, Eins, Zwei, Drei: 1. Quel punto delle giurie è già un punto di troppo. Uno youtuber in tuta rosa con strumenti artigianali su un palco che ha settant’anni di storia. Abbiamo capito che la BBC tiene all’Eurovision come un vegano a una sagra della porchetta: ma un minimo di dignità…

La classifica finale

1. Bulgaria – Dara – Bangaranga – 516 punti

2. Israele – Noam Bettan – Michelle – 343 punti

3. Romania – Alexandra Căpitănescu – Choke Me – 296 punti

4. Australia – Delta Goodrem – Eclipse – 287 punti

5. Italia – Sal Da Vinci – Per sempre sì – 281 punti

6. Finlandia – Linda Lampenius e Pete Parkkonen – Liekinheitin – 279 punti

7. Danimarca – Søren Torpegaard Lund – Før vi går hjem

8. Moldavia – Satoshi – Viva, Moldova!

9. Ucraina – Leléka – Ridnym

10. Grecia – Akylas – Ferto

11. Francia – Monroe – Regarde!

12. Polonia – Alicja – Pray

13. Albania – Alis – Nân

14. Norvegia – Jonas Lovv – Ya ya ya

15. Croazia – Lelek – Andromeda

16. Cechia – Daniel Žižka – Crossroads

17. Serbia – Lavina – Kraj mene

18. Malta – Aidan – Bella

19. Cipro – Antigoni – Jalla

20. Svezia – Felicia – My System

21. Belgio – Essyla – Dancing on the Ice

22. Lituania – Lion Ceccah – Sólo Quiero Más

23. Germania – Sarah Engels – Fire

24. Austria – Cosmò – Tanzschein

25. Regno Unito – Look Mum No Computer – Eins, Zwei, Drei