Giorgia Lupi, l’architetto che legge i dati. “Hanno un’anima nascosta. Come i bottoni della nonna”

Roma, 1 giugno 2026 – Oggi che tutti sembrano ossessionati dai big data, lei ama occuparsi anche degli small data, dettagli del quotidiano, racconti minuti. E se per molti i dati sono infallibili e imparziali, lei li considera imperfetti e soggettivi, “ed è la loro bellezza, perché i dati non sono semplicemente numeri, aride cifre, ma sono umani. I dati siamo noi con le nostre storie”, spiega l’architetto Giorgia Lupi, fra le più influenti ‘information designer’ sulla scena internazionale.

Originaria di Finale Emilia, nella Bassa modenese, ha 45 anni e da più di 15 si è trasferita a New York, dove è partner del prestigioso studio Pentagram ed è annoverata fra le personalità più creative d’America.

Data humanism”, ovvero l’umanesimo dei dati, è il suo ‘manifesto’ che presenta in una grande mostra aperta fino al 2 agosto a Vicenza, alle Gallerie d’Italia, polo museale di Intesa Sanpaolo.

Cosa intende per umanesimo dei dati?

“Il dato, il numero in sé, non è mai neutro e neppure perfetto. In fondo, ogni dato contiene una storia e ha bisogno di un contesto e di qualcuno che la racconti. Ed è quello che cerco di fare con il mio team”.

In che modo?

“Siamo abituati a ‘leggere’ i dati attraverso le tradizionali tabelle o i grafici. Io ho pensato a modalità diverse per visualizzare i fenomeni sociali e individuali, dandone un lettura più empatica, più coinvolgente. E cercando soprattutto di comunicare anche le emozioni, i sentimenti, le piccole cose che sono parte delle nostre vite”.

Per esempio?

“Per un anno ho spedito una cartolina a un’amica londinese, che faceva altrettanto con me, ‘raccontando’ con segni grafici le mie giornate, quante telefonate avevo fatto, quante volte avevo sorriso, quante volte avevo controllato l’ora. Questo lavoro, ‘Dear data’, è entrato nelle collezioni del Moma di New York”.

E con lo stesso metodo (colore blu per il dolore, viola per l’affaticamento, rosa per le nausee) ha tenuto anche un ‘diario’ dei suoi 1374 giorni di long Covid, pubblicato sul New York Times e premiato con il Compasso d’oro…

“Sì, ho dovuto affrontare un periodo molto duro e complicato, fra sintomi, diagnosi e cure. Registrare minuziosamente i dati sulla malattia e darvi forma visiva mi ha dato un senso di autonomia, e anche di controllo sul caos di quelle giornate”.

Davvero i dati non sono numeri, ma persone?

“Qualcuno forse pensa che i dati siano sempre esistiti e che siano nati prima dell’uomo, e invece li abbiamo ‘creati’ noi per registrare la realtà in maniera essenzialmente quantitativa. Il senso del mio lavoro è cercare di riconnettere i dati a noi tutti e alle nostre storie. Ed è anche una provocazione in questa era dell’intelligenza artificiale, dove tanti cercano gli ‘shortcut’, le scorciatoie, le risposte automatiche. I dati siamo noi e devono parlare la nostra lingua”.

È difficile riuscire a racchiudere tanti significati in un solo segno grafico?

“Naturalmente una tabella o un classico istogramma sono più semplici, immediati. Io mi sforzo di interpretare e disegnare anche la complessità: del resto è la nostra stessa realtà umana a essere complessa, con tutte le sue sfumature. È chiaro: se dovessi progettare un cruscotto per un pilota sceglierei magari tre pulsanti, rosso, verde, allarme, ma in questo caso posso sforzarmi di far rientrare in un risultato visivo tanti significati”.

Ma da dove nasce questa passione per i dati?

“Da bambina collezionavo di tutto, bottoni, scontrini, francobolli. E mi piaceva soprattutto stare con la nonna e mettere in fila i bottoni in base ai loro buchi, oppure i nastri secondo le loro lunghezze. Era proprio una forma di puro piacere visivo. In pratica oggi faccio lo stesso con i dati”.

Oggi c’è chi ha paura dei big data. Nella sua filosofia però i dati hanno un approccio amichevole…

“I dati sono utilizzati dalle persone e, certo, alcune possono sfruttarli anche per fini malvagi: purtroppo tutto questo è indipendente allo strumento. Io invece vedo i dati (che siano piccoli o grandi) come un linguaggio di astrazione della realtà. E credo che gli small data possano aiutare le persone ad avvicinarsi al mondo dei dati, senza esserne spaventati”.

Lei da anni ha scelto di abitare negli Stati Uniti. Come si trova?

“Ho scelto di stare a New York: ci sono altri luoghi in America dove non sarei mai andata ma la Grande Mela ha un’energia particolare, ti mette in contatto con tante competenze, è sempre una fonte di grande ispirazione. È il luogo dove volevo costruire il mio futuro. Certo, l’America di Trump è complicata, anche dal punto di vista dei dati: per esempio, si è iniziato a offuscare le statistiche sul mercato del lavoro oppure quelle sui fenomeni climatici. Proprio perché i dati raccontano storie, possono anche essere scomodi”.