Roma, 16 giugno 2026 – La riapertura dello Stretto di Hormuz, che dovrebbe diventare effettiva venerdì dopo la firma ufficiale dell’accordo Usa-Iran, è una buona notizia per l’economia ma per Alessandro Giraudo, docente all’Inseec di Parigi e al politecnico di Torino di Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi, il ritorno alla normalità sarà graduale.
Professor Giraudo, che cosa cambierà con la riapertura dello Stretto di Hormuz?
“Cambia molto, perché da lì devono riprenderanno a uscire prodotti fondamentali, dal petrolio al gas, dai fertilizzanti alla plastica ed elio, filiere essenziali per l’economia mondiale. Ma ci sono circa duemila navi che aspettano di uscire dal Golfo e altre millecinquecento che attendono di entrare per caricare. Tecnicamente non possono uscire più di 140-142 navi al giorno. Quindi serviranno almeno un paio di settimane per smaltire il traffico accumulato”.
Per questo il prezzo del petrolio non crollerà?
“Potrà scendere verso gli 80 dollari, forse 70, ma non credo possa tornare rapidamente a 60. E poi bisogna ricordare che i prezzi salgono rapidamente, ma scendono lentamente. Lo vediamo con la benzina”.
Quali saranno le conseguenze su altri prodotti?
“La riapertura riguarda anche il gas e la produzione di fertilizzanti azotati. Le semine primaverili di mais, orzo, grano, soia e cotone arriveranno a maturazione più avanti, ma intanto hanno avuto meno concimi e, quindi, hanno subito uno choc. Poi ci sono le plastiche, che derivano dal petrolio: non parliamo solo degli imballaggi, ma anche dell’industria automobilistica, delle cassette per l’ortofrutta, della gomma sintetica…”.
Quanto tempo ci vorrà per tornare alla normalità?
“I prodotti che usciranno dallo Stretto arriveranno nelle prossime settimane. Inoltre c’è un problema di lungo periodo. Alcuni bombardamenti e incidenti tecnici hanno ridotto la capacità produttiva di gas e petrolio. Mancheranno circa cinque milioni di barili al giorno a causa dei danni strutturali agli impianti causati dal conflitto. Per rimettere in funzione certi impianti non basta riaprire un rubinetto. Bisogna verificare tutto il sistema con tecnici specializzati e costi elevati. Per tornare alla produzione normale potrebbero servire tre o quattro anni”.
Esistono strade alternative?
“Esistono, ma sono parziali. Si può pensare di trasportare prodotti via terra verso il Golfo dell’Oman e poi reimbarcarli. Ma un camion trasporta al massimo 40 tonnellate, mentre una nave può trasportarne 100mila. È una soluzione temporanea, costosa e insufficiente. In futuro ci saranno oleodotti e gasdotti, ma servono anni”.
C’è poi la questione del pedaggio che l’Iran ha intenzione di imporre in futuro.
“Se posso passare e pago un po’ di più, l’effetto è marginale. Il vero problema è se posso passare o no. Però il pedaggio introdurrebbe una novità molto delicata nel diritto internazionale. Noi paghiamo un pedaggio a Suez o a Panama perché lì c’è stata un’opera dell’uomo, un investimento industriale. Ma non paghiamo per passare a Gibilterra, nei Dardanelli, a Malacca o a Bab el-Mandeb. Hormuz è uno stretto naturale. Se si introduce il principio del pedaggio, domani qualcun altro potrebbe dire: allora lo metto anch’io”.
Per l’Italia possiamo parlare di scampato pericolo?
“L’Italia vive di commercio: importa materie prime, le trasforma, produce beni ed esporta. Se i grandi passaggi strategici tornano aperti, questo favorisce la crescita e la produzione”.
Dopo Ucraina e Hormuz, che cosa dovrebbe fare l’Ue per liberarsi da questa dipendenza?
“L’Europa deve fare una scelta. Per cinquecento anni, dal 1500 al 2000, è stata al centro del potere, delle armi, della conoscenza e della tecnologia. Oggi ha perso una parte di quella centralità ed è diventata più vulnerabile. Deve investire molto di più in tecnologia, organizzazione e capacità strategica. Sono europeista, ma molto preoccupato. L’Europa ha inventato una cosa straordinaria come il Parlamento europeo, ma oggi non conta abbastanza. Troppo spesso a Strasburgo vengono mandati politici in attesa di tornare a ruoli nazionali. Così l’Europa rischia di non avere veri leader”.