Hormuz, guerra alle mine. Come l’Italia si prepara a intervenire. Navi della Marina già a Gibuti

Roma, 16 giugno 2026 – “La flotta italiana è leader nella guerra contro le mine”. L’encomio firmato nel 1991 dal contrammiraglio della US Navy, James E. Taylor, – quando l’Italia e la Francia bonificarono l’intera costa del Kuwait neutralizzando oltre 1500 ordigni piazzati dalle forze irachene torna oggi più attuale che mai. All’indomani della firma digitale della ’dichiarazione d’intenti’ Usa-Iran, attualmente una Francia, Italia, Regno Unito, Germania, Giappone, Canada, Australia, Grecia e Cipro hanno già dato la loro disponibilità a intervenire per supportare “l’urgente riapertura dello Stretto di Hormuz” anche attraverso “una missione strettamente difensiva e indipendente per rassicurare la navigazione commerciale e condurre operazioni di sminamento”.

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Da Évian-les-Bains Emmanuel Macron ha fatto sapere che la Francia e la Gran Bretagna, con il sostegno di Olanda e Italia, sono “pronte a prendere la testa della missione”. Ma, per tutti la condicio sine qua non è l’effettiva applicazione dell’accordo di pace. Nel frattempo la mobilitazione degli assetti navali della coalizione dei Volenterosi è già iniziata. La portaerei francese Charles de Gaulle, “può essere dispiegata entro due o tre giorni” nello Stretto ha assicurato Macron, e la Germania sta già approntando i due cacciamine posizionati nel Mediterraneo orientale.

“Siamo pronti, insieme agli altri partner, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz” ha detto la premier Giorgia Meloni evidenziando, tuttavia, la necessità di un’autorizzazione parlamentare alla missione. “Il governo – ha ribadito il ministro degli Esteri Antonio Tajani – è intenzionato a essere parte della difesa della libertà di navigazione nell’area, come stiamo già facendo con la missione Aspides nel Mar Rosso, dove ci sono già due cacciamine italiani che potrebbero andare a Hormuz”. Aggirando con uno stratagemma il requisito del via libera delle Camere, Guido Crosetto si era, infatti, portato avanti con il lavoro. Salpati a metà maggio dalla Spezia, i cacciamine Crotone e Rimini della classe Gaeta, dopo 21 giorni di navigazione, dai primi di giugno sono al porto di Gibuti con un formale inquadramento nell’ambito della già autorizzata missione Aspides ma, in realtà, pronti a intervenire in un’eventuale missione di sminamento di Hormuz.

A livello operativo i contorni del possibile intervento della Marina italiana sono già stati definiti. Ai cacciamine Crotone e Rimini, che hanno un’autonomia media di 7/8 giorni, saranno affiancate due navi: una d’appoggio che potrebbe essere l’Atlante, nuova arrivata della classe Vulcano con elevate capacità di imbarco, trasporto, rifornimento in mare, assistenza tecnica e sanitaria, e una di scorta come il Ppa Raimondo Montecuccoli, dotato di impianti di artiglieria e sistemi con 16 missili Aster.

Le caratteristiche del Crotone e del Rimini – si legge in un documento della Marina militare – sono particolarmente adatte al complesso scenario di Hormuz. La ricerca è affidata al Sonar Thales Thus 2093; localizzazione e identificazione avvengono grazie al veicolo autonomo subacqueo Remus 300; la neutralizzazione, infine, viene effettuata dal Rov Pluto.

All’interno della possibile zona di minamento, indicata dall’Iran in circa 40 miglia nautiche quadrate, con fondali che variano tra 60 e 100 metri di profondità, la difficoltà principale – sebbene le mine da fondo siano significativamente più difficili da individuare e più pericolose – è rappresentata dalle mine ormeggiate a influenza magnetica/acustica. Per rendere più semplice ed efficace l’intervento su questa tipologia di mine, la Marina italiana sta acquisendo dalla ditta Gaymarine un veicolo filoguidato ‘Mine Killer’.

Tra le criticità che presenta la missione figurano le distanze particolarmente ridotte dalle coste iraniane (12 NM dall’isola di Larak, 24 NM dal territorio continentale) e la rapidità con cui gli iraniani potrebbero collocare nuove mine. “L’Italia – ha detto ieri il ministro della Difesa – è pronta a impegnarsi ma al momento mancano le precondizioni”.